La memoria pubblica tra anni di piombo e strategia della tensione

di Marco Meotto

Marco Meotto avrebbe dovuto partecipare in qualità di relatore al terzo degli incontri della rassegna Calendario Civile. Storia e memoria del ‘900, programmato per il 15 dicembre e dedicato alla strage di piazza Fontana.
Per un imprevisto, l’incontro – organizzato da Istoreto e dal Comune di Chieri – è stato rimandato. 
Pubblichiamo qui un articolo che anticipa la conferenza, che verrà al più presto riprogrammata e che avvia una riflessione, nel nostro sito, su questa stagione della recente storia italiana.

Gli anni Settanta sono ricordati nell’immaginario pubblico italiano in prevalenza come la «stagione del terrorismo». Se cercassimo rappresentazioni iconiche dell’epoca in grado di suscitare un alto tasso di riconoscimento condiviso le troveremmo quasi sicuramente nelle immagini del sequestro e uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse. La tragica vicenda, che si consuma tra il 16 marzo e il 9 maggio 1978, attorno al destino dello statista democristiano ha assunto il ruolo di evento simbolo su cui spesso, almeno a livello di percezione generale, è schiacciata l’interpretazione di un intero periodo storico. Lo dimostra anche il fatto che, in seguito alla legge n. 56 del 2007, il calendario civile istituzionale ha individuato e assunto proprio il 9 maggio, giorno del ritrovamento del cadavere di Moro nel baule della Renault rossa parcheggiata in via Caetani, come Giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo.

L’intitolazione e l’individuazione della data non sono state esenti da discussioni e critiche. Ci si è chiesti, da un lato, se la categoria di “terrorismo” non sia un contenitore troppo indistinto per restituire almeno una parte delle complessità che attraversano le vicende politiche italiane dell’epoca. Lo stragismo delle bombe, le vittime della lotta armata portata follemente avanti ben oltre gli anni Ottanta dalle organizzazioni clandestine come le Brigate Rosse o Prima Linea e dalle loro filiazioni, i morti negli scontri di piazza o negli agguati presso le sezioni o i circoli politici hanno spesso alle spalle storie, spiegazioni e contesti diversi tra loro. Dall’altro, si è sottolineato che concentrarsi su Moro, cioè sulla vittima più illustre di una stagione in cui la violenza politica, di varia matrice, ha fatto registrare centinaia di morti – il censimento dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, non esaustivo, ne conta 356 -, respinga ulteriormente fuori dal quadro delle celebrazioni istituzionali una pluralità di aspetti del passato italiano con i quali sarebbe utile confrontarsi. Si tratta tuttavia dei limiti propri del calendario civile che, pensato spesso anche in funzione di un dialogo tra generazioni e tra componenti sociali del paese, nell’ottica di proporre forme di rappresentazione del passato per comporre (o ricomporre) la memoria pubblica, finisce spesso per costruire ipostasi autoconsistenti o reificazioni di eventi.

Nel brillante saggio Le ragioni di un decennio 1969-1979, Giovanni De Luna scriveva a proposito di chi era stato messo ai margini della memoria pubblica, stritolata dalla coppia funzionale terrorista/vittima: «Gli ‘anni di piombo’ sono calati sul loro ricordo come una pietra tombale. Tutto è stato appiattito su quella definizione, tutto è precipitato nel vortice del terrorismo, tutta la memoria di quegli anni si è raccolta attorno alla figura carica di sofferenza e di dolore di Aldo Moro». Nella sua osservazione De Luna annota il potere distorsivo che ha l’espressione «anni di piombo», di certo la più utilizzata anche a livello mediatico per identificare rapidamente il periodo che va dal 1969 agli inizi degli anni Ottanta. L’origine della formula stessa «anni di piombo» ci dice molto sugli intenti ermeneuticamente retrospettivi che soggiacciono alla sua diffusione. Il fortunato sintagma che, una volta entrato nel lessico specialistico e non, conoscerà un’ancora più esplicita traduzione inglese con the years of the bullet, si diffonde dopo l’uscita nelle sale italiane – siamo già nel 1981 – di un film di Margarethe Von Trotta, che in tedesco suona Die bleierne Zeit, letteralmente “l’epoca plumbea” o “l’epoca di piombo”. È la vicenda, raccontata con taglio introspettivo, di una coppia di sorelle, divise dall’adesione di una delle due alle azioni della Rote Armee Fraktion, il più noto gruppo terroristico di sinistra della Germania occidentale, operativo nel corso degli anni Settanta. È l’ufficio stampa della casa di produzione cinematografica Gaumont ad avere l’intuizione di tradurre il titolo con Anni di piombo.

L’espressione fa dunque  la sua comparsa nel discorso pubblico, nel 1981, quando il periodo che andrà, in seguito, a designare è ormai sostanzialmente in fase di esaurimento. Visto che gli «anni di piombo» arrivano a coprire, in termini di costruzione dell’immaginario, almeno un intero decennio – basta sfogliare un manuale di scuola per accorgersene – molti stanno iniziando a interrogarsi sulla fondatezza della formula e sui danni che questa può aver prodotto nella memoria pubblica. Due anni fa lo storico torinese Gianni Oliva ha provato a metterci una pezza con un saggio dal titolo Anni di piombo e di tritolo. Il terrorismo nero e il terrorismo rosso da piazza Fontana alla stazione di Bologna (1969-1980). Lo sforzo chiarificatore nel ricordare e sottolineare che c’è stato anche un terrorismo nero che metteva le bombe e compiva stragi di massa è apprezzabile, almeno quanto lo è il chiasmo nel titolo: la forza della formula “anni di piombo” è tale da costringere l’autore a mettere prima il “piombo rosso”, che cronologicamente ci fa intendere con il sottotitolo verrà dopo, al “tritolo nero” che storicamente viene prima. Di certo il più cronologico “anni di tritolo e di piombo”, rompendo il sintagma consolidato, non avrebbe attirato l’attenzione dei lettori.

Per uscire da queste secche nella memoria collettiva può essere curioso il confronto con un’altra espressione, storiograficamente consolidata, ma decisamente soccombente sul piano del discorso pubblico: si tratta del costrutto «strategia della tensione». Anche questa volta si tratta di una traduzione: a parlare per primo di strategy of tension è il giornalista inglese Neal Ascherson, inviato in Italia per  il  giornale The Observer. Sono appena passate 48 ore dal 12 dicembre 1969, il giorno della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano: 17 morti, 88 feriti e un paese pietrificato. Lo stesso giorno sono esplosi ordigni anche a Roma, all’Altare della Patria e alla Banca Nazionale del Lavoro, nella capitale non ci sono morti ma feriti. E di bombe sospette ne erano esplose anche durante i mesi precedenti, ad agosto e ad aprile, pur senza fare vittime.

A cosa si riferisce Ascherson usando quel termine a così poca distanza dai fatti? Su The Observer si allude alla possibilità che gli attentati in Italia possano servire allo scopo di rafforzare il blocco politico conservatore, messo alle strette dal ciclo di lotte sociali che si sono susseguite per tutto l’anno e che sono culminate con gli scioperi per i rinnovi contrattuali nelle settimane precedenti la strage. L’obiettivo sarebbe evitare ogni ulteriore apertura a sinistra rispetto a quanto già è in corso nella maggioranza parlamentare che conta sull’appoggio socialista. Non mancano però, anche in altri articoli che escono in quei giorni sulla stampa britannica, le allusioni alla possibilità di una decisa svolta autoritaria, sul modello di quanto successo in Grecia appena due anni prima (aprile 1967) con il colpo di stato dei colonnelli. Visti con gli occhi di un osservatore straniero – e inquadrati nella prospettiva atlantica della guerra fredda – i fatti italiani assumono insomma contorni più comprensibili. In Italia intanto va in scena il più pervicace dei diversivi.

Già nell’immediatezza della strage, le indagini sui responsabili puntano infatti in maniera decisa verso una presunta matrice anarchica degli attentati. Come è oggi (forse non abbastanza) noto, si tratta di un clamoroso depistaggio che raggiunge il suo apice con la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che precipita dal quarto piano della Questura di Milano, la notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo un fermo di polizia che va oltre le 72 ore. Nella ricostruzione di comodo subito proposta dai vertici di pubblica sicurezza milanesi, la tragedia di Pinelli sarebbe, attraverso il suicidio, l’ammissione della colpevolezza del suo sodale Pietro Valpreda, anche lui anarchico, arrestato come responsabile materiale dell’attentato e presentato come il “mostro” sulle prime pagine di tutti i giornali.

Mentre l’informazione ufficiale prende per oro colato la versione del questore milanese Marcello Guida – che vanta nel suo curriculum il ruolo di direttore dell’isola di confino fascista di Ventotene -, in una parte politicamente ben connotata dell’opinione pubblica, quella della Nuova Sinistra e dei movimenti, comincia a prendere corpo un’idea diversa: la strage è “di Stato”. Questa tesi diventa predominante nei circuiti della controinformazione. L’intuizione – che si rivelerà complessivamente fondata – è che a mettere le bombe sono stati i fascisti, usati come manovalanza da chi, negli apparati statali, interpreta come inaccettabile la possibilità di un ulteriore spostamento a sinistra del baricentro politico. Le bombe, insomma, servono a chiudere l’autunno caldo, il ciclo di scioperi e mobilitazioni che hanno trasformato il 1969 italiano in un vero e proprio “sessantotto operaio”.
Quella che è un’intuizione della controinformazione inizia ad assumere contorni più definiti con l’arresto di Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo, accusati di essere gli autori materiali della strage di Milano e per questo rinviati a processo nel 1971. Ma prima che nelle aule di giustizia si arrivi a sentenze definitive sulle responsabilità della strage, sulla matrice fascista ma anche sul ruolo giocato da apparati di stato che saranno definiti “deviati”, si dovrà passare per quello che Benedetta Tobagi, in un saggio del 2019, Il processo infinito, ha definito un vero e proprio “labirinto giudiziario”, con udienze, appelli e revisioni processuali che si spostano di tribunale in tribunale (Milano, Roma, Catanzaro, Bari, Lecce e ancora di nuovo Milano). Esito di gran lunga peggiore ha il tentativo di fare giustizia su Pinelli: il processo per stabilire cause e responsabilità della morte di un uomo innocente, trattenuto senza riposo in Questura in uno stato di fermo che si è prolungato ben oltre i limiti di legge, si chiude con l’equilibristica formula del “malore attivo”. Insomma, Pinelli, stressato e nervoso si è sentito male e, invece di accasciarsi, ha avuto uno spasmo che lo ha fatto volare dalla finestra.

Oggi è parere condiviso che l’attentato di Piazza Fontana costituisca il momento di apertura di un “quinquennio nero” (1969-1974) che si chiuderà con le stragi di Brescia e del treno Italicus, rispettivamente del 28 maggio e del 4 agosto 1974, con in mezzo l’abortito golpe dell’ex comandante della X Mas Valerio Junio Borghese (dicembre 1970). La storiografia internazionale legge ormai quest’arco cronologico – al cui interno muove i primi passi anche l’uso politico della violenza a sinistra – attraverso l’ampia prospettiva degli equilibri internazionali dentro una fase di svolta della guerra fredda. Quanto intuiva Ascherson nell’immediatezza della strage è oggi condiviso da molti storici: l’eversione neofascista dietro agli attentati – ormai acclarata su base giudiziaria – raggiunge l’obiettivo di “destabilizzare per stabilizzare”, ma si lega anche alle malcelate tentazioni del colpo di stato che sfiorano, in modo tutt’altro che episodico, ambienti delle forze armate, degli apparati statali e del mondo industriale, come ricostruisce con rigore un recente saggio di Elio Catania [Confindustria nella Repubblica (1945-1975). Storia politica degli industriali italiani dal dopoguerra alla strategia della tensione,, 2021]

Sono gli anni in cui la democrazia parlamentare italiana, con il centro-sinistra al governo in cui la DC è alleata con i socialisti, insieme al peso elettorale del Partito Comunista e al ciclo di lotte e contestazione innescatosi con il Sessantotto, è l’eccezione nell’area dei paesi mediterranei. In Spagna e Portogallo governano le dittature di stampo fascista nate nella prima metà del secolo, la Grecia ha conosciuto il colpo di stato dei colonnelli, e pure la democratica Francia ha vissuto pericolosamente, con minacce di sollevazione dell’esercito, lo sganciamento dalla guerra algerina e l’affermazione del presidenzialismo di De Gaulle. E anche altrove – lo sguardo va inevitabilmente al Cile del 1973 – gli equilibri internazionali non permettono alcuna apertura ampia a sinistra. 

Fare luce sulla prima parte degli anni Settanta, sul “quinquennio nero”, sulla strategia della tensione nel suo dipanarsi complessivo e sulla regia – interna o esterna allo Stato italiano – degli attentati stragisti è dunque un compito irrinunciabile per costruire una memoria pubblica onesta che guardi agli anni Settanta in tutta la sua complessità.

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