Una di noi. Quando la memoria pubblica della Resistenza diventò estrema riparazione.La vicenda di Maria Teresa Bruneri Comelli (1912-1944)

di Nicola Adduci

Introduzione

Per comprendere la tragica vicenda di Maria Teresa Bruneri Comelli occorre partire da due elementi: la lapide apposta in sua memoria davanti all’abitazione nell’immediato dopoguerra e la sepoltura nel Campo della Gloria, al cimitero monumentale di Torino. Questi due fatti non appaiono come casuali e da soli già sono in grado di parlare, come vedremo.

Il travagliato processo di formazione della memoria pubblica della Resistenza attraverso l’apposizione di lapidi spontanee e poi istituzionali può essere assunto ad emblema di quelle complessità che spesso la lotta di liberazione ci presenta con le sue vicende e i percorsi di vita dei singoli. Non strade lineari ma intrecci, non infallibilità ma contraddizioni e anche errori fatali che sfuggono ovviamente a quel mondo semplice e ordinato cui vorrebbero ricondurla talvolta le esigenze di una memoria rassicurante e senza chiaroscuri. La dimensione che se ne ricava è dunque più propriamente umanaIn questo ambito diventa però facile inserirsi per strumentalizzare a fini politici le vicende più complicate. Come questa.

La storia

Tutto ha inizio la mattina del 7 ottobre 1944, quando alcuni militi dell’Ufficio politico investigativo (Upi) della Guardia nazionale repubblicana (Gnr) insieme agli agenti della sezione di Ps “Moncenisio” si presentano in via Nicola Fabrizi 45. Entrati nell’abitazione della famiglia Comelli, essi arrestano il ventinovenne Luigi Comelli, vice brigadiere della Gnr in servizio presso il Servizio politico investigativo di via Asti, e sua moglie Maria Teresa Bruneri, una casalinga trentaduenne. 

L’uomo, accusato di assistenza e favoreggiamento verso appartenenti a bande partigiane, viene preso in consegna dall’Upi e condotto alle Nuove, mentre la donna è intanto rinchiusa in una camera di sicurezza del commissariato. Sono passate solo poche ore dall’arresto quando Comelli, prelevato dal carcere, è condotto davanti al Tribunale militare Controguerriglia (Co.Gu.), in via Corte d’Appello, che lo processa immediatamente insieme a tre giovani partigiani combattenti delle brigate Garibaldi: Mario Giardini, Giovanni Mecca Ferroglio e Claudio Zucca

Il processo-lampo si conclude poco dopo, con la condanna a morte di tutti e quattro gli imputati. Ricondotto alle Nuove, Comelli vi trascorre la sua ultima notte e l’indomani, domenica 8 ottobre, viene con gli altri «accompagnato al luogo dell’esecuzione», cioè al Martinetto.

La moglie, ignara di tutto, è intanto ancora rinchiusa in una cella del commissariato di via Garibaldi 33. Solo due giorni dopo la fucilazione del marito, la mattina del 10 ottobre, è chiamata davanti ai giudici del Co.Gu. per essere interrogata ed è forse proprio in questa circostanza che apprende la tragica sorte toccata al marito. L’indomani, 11 ottobre, la donna subisce un nuovo interrogatorio, questa volta nella caserma di via Asti, ad opera degli ex colleghi del marito appartenenti all’Upi, passato proprio in quei giorni sotto il comando del maggiore Gastone Serloreti. 

Si può facilmente immaginare in quale situazione di prostrazione psicologica si trovi la Bruneri quando, nel pomeriggio, dopo l’interrogatorio, fa il suo ingresso come detenuta alle Carceri Nuove poiché secondo l’Upi sussistono a suo carico motivi per il fermo di pubblica sicurezza. Trascorrono un paio di giorni e il 13 ottobre giunge al carcere l’ordine di consegnarla alla Gnr. Da quel momento inizia per lei un periodo di detenzione nella caserma di via Asti che non si sa quantificare con certezza. Non sappiamo se la sua prigionia sia caratterizzata solo da pesanti interrogatori o anche da sevizie e violenze ma si può immaginare, invece, lo stato di shock che accompagna la donna da quella mattina del 7 ottobre.

Qualche tempo dopo viene rimessa in libertà ma non è chiaro se abbia fatto delle ammissioni, rivelando una collaborazione vera o presunta con la Resistenza o dietro la minaccia di finire come il marito, abbia promesso di fornire informazioni, forse sfruttando qualche conoscenza. Non si può neppure escludere che per sottrarsi alla prigionia possa aver finto di accettare di aiutare i fascisti. Sta di fatto che la sua posizione diviene agli occhi dell’Upi, quella di una confidente. Nome in codice: “Gina”. Scatta per lei un doloroso contrappasso: aiuterà l’Upi così come il marito aiutava i partigiani.

La sua scarcerazione, intanto, non passa inosservata. Negli ambienti della Resistenza non si riesce a capire chi possa aver tradito Luigi Comelli. Poiché sono noti i sistemi usati dai fascisti, la liberazione della donna – apparentemente compromessa quanto il marito – sembra sospetta. Non sappiamo se vi siano dei contatti diretti con lei dopo la sua scarcerazione, probabilmente la Bruneri prova a spiegare la propria situazione a qualcuno legato alle organizzazioni clandestine antifasciste e forse ne riceve rassicurazioni magari unite anche alla richiesta di fornire false informazioni all’Upi. 

Sta di fatto però che la sua situazione alimenta i dubbi di alcuni settori della Resistenza cittadina i quali probabilmente non sono in collegamento diretto con i suoi possibili contatti, probabilmente fuori città, che forse la rassicurano. Intanto matura sempre di più la convinzione che la Bruneri collabori con i fascisti e che sia stata proprio lei a consegnare il marito e altri partigiani. Forse il destino della donna viene deciso da una soffiata giunta da qualche informatore celato all’interno dell’Upi che rivela alla Resistenza l’attribuzione addirittura di un nome in codice. Cosa che tuttavia confermerebbe solo uno status della donna, ma nulla sul piano di una concreta e volontaria collaborazione con i fascisti. 

Gli elementi raccolti verso la fine di novembre devono comunque sembrare più che sufficienti agli uomini della Resistenza, tant’è che nel tardo pomeriggio del 1° dicembre 1944, mentre la Bruneri si accinge ad aprire il portone di casa, viene colpita alla nuca con due colpi di pistola. In fin di vita, riesce ancora a trascinarsi fino alla portineria dove muore. Sul posto accorrono in breve tempo gli agenti del commissariato di Ps “San Donato”

Le modalità e la forma pubblica dell’uccisione – che racchiude un messaggio implicito – ne fanno  un’azione attribuibile ai Gap, cosa peraltro confermata nel Bollettino delle azioni del dicembre 1944 del Comando militare regionale piemontese.

Una conferma delle ragioni alla base dell’omicidio la si può ricavare da un notiziario della Gnr di alcuni giorni dopo: «si ritiene che il delitto sia stato commesso a scopo politico essendo l’uccisa in rapporti con l’Ufficio Politico di quella città».

Nell’immediato dopoguerra, con la posa delle lapidi alla memoria che rappresentano il modo con cui la comunità cittadina decide di ricordare i propri caduti, succede però qualcosa. Quella donna uccisa in modo così eclatante viene riabilitata. Non ci sarebbe motivo di ricordare una “spia” se non fosse emersa una verità che ribalta tutto, un elemento conoscitivo nuovo che la scagiona da ogni dubbio sulla sua condotta, evidenziando così il tragico, fatale errore commesso uccidendola. Emerge probabilmente che non solo non ha tradito il marito e altri partigiani ma probabilmente stava cercando una via di uscita dalla situazione di minaccia e ricatto in cui era finita dopo l’arresto. 

Non si tratta dunque di un’arbitraria appropriazione di una caduta “dell’altra parte” o di una “civile” ma della riabilitazione postuma attraverso un segno pubblico dalla forte valenza simbolica. Tra il 1945 e il 1946 si impone dunque questo risarcimento morale, peraltro utilizzato in diversi casi, che trova nella lapide il suo punto più alto e dolente di espressione. Certamente l’errore sta nel non aver esplicitato dopo la liberazione il grave errore commesso dalla Resistenza ma occorre ragionare anche in questo caso sulla dimensione mitica (e di opportunità politica) presente in quel momento. 
Quelle ragioni suggerirono allora di non ammettere l’errore commesso. Con i risultati che oggi vediamo. 

Un versione più breve di questo articolo è uscita nel sito de “La Stampa” il 25 aprile 2022.

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