Tolstoj e la guerra, da volontario a pacifista radicale

di Paolo Borgna

L’articolo è stato pubblicato su “Avvenire” il 23 giugno 2022

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Leo_Tolstoy_portrait.jpeg

Lev Tolstoj conosceva bene la guerra, perché l’aveva fatta. Nel 1851 era partito, volontario, per la guerra nel Caucaso. E nel 1853, durante la guerra russo-turca, aveva partecipato alla difesa di Sebastopoli.

Succede spesso che uomini, volontari in guerra, anni dopo scrivano pagine ferocemente antimilitariste. Pensiamo al nostro Emilio Lussu (volontario nella Grande Guerra) e al suo  Un anno sull’altipiano.

Nel gennaio 1904 divampa la guerra russo-giapponese. Terminerà nel settembre 1905. Vi moriranno circa 200.000 persone. È trascorso più di mezzo secolo da quando il trentatreenne Lev era partito volontario. Ora Tolstoj ha 76 anni. È il periodo del suo cosiddetto “anarchismo cristiano”. E, allo scoppio della nuova guerra, scrive un opuscolo antimilitarista che, immediatamente sequestrato in Russia, in pochi mesi dilagherà in tutta Europa.

Ora la piccola e intelligente casa editrice del Gruppo Abele lo ristampa ( Ricredetevi! Contro la guerra russo-giapponese, pagine 96, euro 8), con una preziosa introduzione di Tomaso Montanari. Un testo per tutte le stagioni.

Mutando qualche aggettivo o sostantivo, pare scritto oggi: «L’imperatore di Russia, quello stesso che invitò tutti i popoli alla pace, dichiara pubblicamente che malgrado tutte le sue cure […] visto l’attacco dei Giapponesi, ordina di fare ai Giapponesi ciò che i Giapponesi hanno cominciato a fare ai Russi, cioè di ucciderli». Il bersaglio principale di Tolstoj sono gli intellettuali che, con le loro parole e le loro penne, spingono a una guerra a cui loro non parteciperanno mai: «Ma come gli uomini sedicenti illuminati, possono essi propagare la guerra, concorrervi e (…) senza esporsi ai pericoli della guerra, spingervi, mandarvi dei disgraziati fratelli ingannati?». Torna in mente l’invettiva di Ernesto Rossi contro gli «interventisti non intervenuti» della Grande Guerra, in realtà combattuta da decine di migliaia di «intervenuti non interventisti», perlopiù contadini e montanari. Riecheggiano le riflessioni di Ferdinando Camon, su “Avvenire”, a proposito delle foto delle vittime della guerra in Ucraina: facce di donne, di contadini e abitanti delle periferie, col volto ferito da schegge di bombe. «Sono loro che ci rimettono in questa guerra. I più poveri». Come sempre.

Il pacifismo di Tolstoj è radicale: nessun pretesto di qualunque guerra vale «che si sacrifichi per questo una sola vita umana».

Lo scoppio di una guerra trasforma tutto: «gli uomini che, ieri ancora, provavano la crudeltà, l’inutilità e la follia delle guerre, oggi non volgono i loro pensieri, le loro parole e i loro scritti che ai mezzi di uccidere gli uomini». Perché in guerra – e qui Tolstoj cita Anatole France – diventa motivo di onore «commettere tutti i delitti per i quali un uomo privato si disonora: incendio, rapina, violazione». E coloro che si sottraggono alla celebrazione di questi delitti «sono considerati come transfughi, traditori; sono minacciati o ingiuriati».

Tolstoj non evita l’interrogativo da sempre posto ai pacifisti: ma come rispondere ai nemici che ci attaccano? Che bisogna fare ora che la guerra è cominciata con l’aggressione altrui? Come agire ora, subito, immediatamente? La risposta dello scrittore è intimamente religiosa: «Io, non importa in quale circostanza la guerra sia cominciata (…) non posso agire diversamente da quel che Dio vuole da me (…) E questa volontà io la conosco e consiste in questo: devo amare il prossimo e servirlo». Dunque, nell’immediato, piegarsi come il giunco, sapendo che alla fine, «adempiendo alla volontà di Dio, non può avvenire che del bene». Una domanda è spontanea: Tolstoj avrebbe ripetuto gli stessi concetti anche nel ’42 quando le armate di Hitler erano giunte fino al Don e al Volga e furono fermate a Stalingrado? Oppure, in quei mesi, Tolstoj avrebbe riscoperto la celebrazione della guerriglia spontanea dei contadini russi contro i francesi che leggiamo in Guerra e pace? «Fortunato quel popolo che, nel momento della prova, senza domandare come si siano comportati gli altri (…) con semplicità e facilità solleva il primo randello che gli capita davanti e colpisce con quello». Sarebbe presuntuoso cercare di rispondere. Ma a noi piace pensare che anche coloro che, come chi qui scrive, sono convinti che la guerra di Resistenza sia l’unica guerra accettabile, devono far propria la lezione di Tolstoj: rifuggire sempre la retorica della guerra. Perché rende più tortuosa la via della pace anche nel corso di una guerra di Liberazione. Perché – come scrive Montanari nell’introduzione – questa retorica rischia di far dimenticare che «anche la guerra più giusta del mondo è composta da una seria infinita di atti tutti singolarmente ingiusti».

Paolo Borgna, presidente di Istoreto, collabora con il quotidiano “Avvenire”. Lo ringraziamo per averci concesso di ripubblicare questo articolo.

 

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