Il lavoro del giudice e il lavoro dello storico – ciclo di incontri

Le sentenze sono, per gli storici, una fonte essenziale. Ma i processi non si celebrano per “fare verità storica”. Da sempre, storici e giuristi si sono interrogati e confrontati sulle affinità e diversità dei loro mestieri. In questa riflessione siamo tutti debitori di Calamandrei (il suo Il giudice e lo storico è del 1939); che a sua volta era debitore verso Benedetto Croce (Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia).

In teoria, le cose sono molto semplici. La differenza dei mestieri sta nell’oggetto della loro ricerca. Il giudice tende ad accertare responsabilità individuali con riferimento a specifici reati. Allo storico spetta un compito più ampio: collocare (e magari giustificare) queste azioni in una storia più profonda, e ricostruire fenomeni sociali, culture, mentalità, agire collettivi.

Questa autonomia delle discipline non esclude affatto apporti reciproci. Senza poter attingere agli atti dei processi la ricerca degli storici sarebbe mutilata. Pensiamo al terrorismo degli anni ’70: la sua ricostruzione storica sarebbe impossibile senza le centinaia di sentenze emesse dai Tribunali che ricostruiscono eventi sicuramente riconducibili ad azioni di una persona. Ma lo storico va oltre: egli può individuare, in relazione al verificarsi di certi eventi, responsabilità morali e politiche (di una persona o, più spesso, di un gruppo di persone, un movimento di opinione, un partito) anche quando non vi sono responsabilità personali giuridicamente rilevanti. Per dirla con Carlo Ginzburg: “Uno storico ha il diritto di scorgere un problema là dove un giudice deciderebbe un non luogo a
procedere”.

In un’epoca in cui, come negli ultimi decenni, il ruolo del giudiziario si è ampiamente esteso fino a divenire a volte debordante, il tema del rapporto tra il lavoro del giudice e quello dello storico ritorna impetuosamente. E non ha più i contorni così chiari che ci indicava Calamandrei. Spesso si chiede ai magistrati (e loro stessi lo rivendicano) il compito di “ricostruire la storia”. Questa illusione è nutrita dall’idea di una funzione “salvifica” dell’attività del magistrato. Ed ha, sullo sfondo, l’immagine del giudice come unico argine contro un Potere oscuro e a volte criminale. Partendo da questa idea il magistrato si può avventurare su un terreno sdrucciolevole, alimentando, presso un’opinione pubblica diffusa, aspettative inadeguate fino a rischiare di inquinare il gioco democratico.

Partendo da queste considerazioni di fondo, gli incontri seminariali, promossi da Istoreto in collaborazione con il Dipartimento di Studi storici e di Giurisprudenza dell’Università di Torino, intendono mettere a fuoco – sia sul piano teorico sia confrontandosi con vicende giudiziarie emblematiche – i fattori che oggi alimentano una diffusa confusione tra verità storica e verità
giudiziaria.

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