Quelle toghe “nere” che fecero carriera

di Paolo Borgna

Questo articolo è stato pubblicato su “Avvenire” il 29 novembre 2022* – questo libro verrà presentato a Istoreto il 3 febbraio 2023 info

“C’è sempre qualcuno più puro che ti epura”, ammoniva il vecchio Pietro Nenni. Ma pensava alle epurazioni politiche, di stampo staliniano. Quel richiamo terrorizzante ad una vicenda tanto tragica della sinistra novecentesca ha lasciato appiccicato al termine “epurazione” un alone inquietante.

Eppure, cosa diversa (e spesso necessaria) sono le epurazioni dei governi democratici che, succedendo ad una dittatura, dovrebbero rimpiazzare il personale delle vecchie amministrazioni. Possibilmente scegliendo di colpire non i “pesci piccoli” ma soprattutto chi abbia ricoperto una posizione apicale e sia stato particolarmente solerte nell’applicare norme odiose e criminali (si pensi, per l’Italia, alle leggi razziali). Cosa facile a dirsi ma difficile a realizzarsi.

Che l’epurazione dei maggiori esponenti del fascismo da parte dell’Italia democratica sia stata un fallimento non è una novità. Nonostante le leggi e le circolari emanate fin dal 1944 nelle zone che man mano venivano liberate, alla fine l’epurazione fu “una burletta”: ci si accanì contro le figure di minore rilievo, magari contro il capofabbricato che aveva indossato la divisa per una piccola vanità” (parole di Alessandro Galante Garrone). Ma la gran parte degli alti funzionari rimasero al loro posto e fecero carriera.

E’ quanto ci ricorda, con particolari anche inediti, il libro a cura di Antonella Meniconi e Guido Neppi Modona “L’epurazione mancata – la magistratura tra fascismo e Repubblica” (Il Mulino, pp. 338, € 32,00) che raccoglie, oltre ad un ampio saggio dei curatori, i contributi di giovani studiosi e la ripubblicazione di un saggio del 1979 di Pietro Saraceno, capostipite di un filone storico sulla magistratura fondato non solo su leggi e giurisprudenza ma sullo studio degli uomini e delle loro culture: abbandonando le lamentazioni sul fallimento dell’epurazione ma “rimboccandosi le maniche e scendendo negli archivi” a studiare, caso per caso, come non furono applicate le sanzioni contro i fascisti. E’ ciò che hanno fatto gli autori di questo libro, con una saggia periodicizzazione degli approfondimenti: il Tribunale speciale; le leggi ebraiche; i giudici durante i venti mesi della Repubblica sociale; la Cassazione e l’epurazione; la continuità nei vertici della magistratura; i dirigenti dell’associazionismo dei magistrati. Centrale (e principale novità del libro) è l’analisi delle carriere che i salvati dall’epurazione svilupparono nei decenni successivi al 1946.  Celebre è il caso di Gaetano Azzariti, che era stato presidente del Tribunale della razza: riabilitato da Togliatti (Guardasigilli del governo Parri) che lo conferma alla guida dell’ufficio legislativo di via Arenula, sarà infine nominato (nel 1955) presidente della Corte costituzionale. Meno noto ma forse ancor più grave è il caso di Carlo Alliney. Nominato nel maggio 1944 capo di gabinetto nell’Ispettorato della razza col compito di inasprire le leggi antisemite del 1938, Alliney nel 1968 venne nominato presidente di sezione della corte di appello di Milano. Chiudendo il libro torna in mente il Tocqueville di L’Ancien Régime et la Revolution: in ogni cesura storica, anche la più rivoluzionaria, gli elementi di rottura si mescolano, in misura diversa, con quelli di continuità. In Italia, dopo il 1945, prevalse la continuità. Un’epurazione diversa dei vertici più compromessi sarebbe stata necessaria, per dare gambe e fiato ai principi della nuova Costituzione. Ma (come sostiene Saraceno) quell’epurazione era anche impossibile. Innanzitutto perché i magistrati “epurandi” venivano giudicati da commissioni “epuratrici” zeppe di magistrati, pochissimi dei quali erano stati estranei al regime. E’ il tema di sempre: “chi epura chi?”. Inoltre, mancavano “gli uomini di ricambio”. I capi degli uffici legislativi e degli altri vertici erano “neri ma esperti”: conoscevano perfettamente la macchina e gli uomini che la facevano marciare; maneggiavano a occhi chiusi le procedure. Un ricambio totale era impossibile. Si sarebbe potuto realizzare un ricambio almeno parziale soltanto con un reclutamento straordinario di giudici e pubblici ministeri, attingendo tra avvocati e professori. Lo fece in parte Togliatti, con un decreto del 1946. Ma soltanto per reclutare pretori, giudici di primo grado e sostituti. Non ebbe il coraggio di farlo per ricoprire uffici apicali. Non volle urtare la suscettibilità della magistratura, da sempre contrarissima (e lo è ancora oggi), a “reclutamenti paralleli”. E comunque, nota Saraceno, quel reclutamento tra gli avvocati sarebbe stato assai arduo, poiché all’epoca il trattamento economico dei magistrati era poco allettante per dei professionisti con grande esperienza. E così, per un quarto di secolo i vertici della magistratura furono occupati da uomini che erano stati allevati nella cultura fascista. Anche per questo, nei nostri codici sopravvissero, fino agli anni Settanta, norme come l’omicidio a causa di onore, il matrimonio “riparatore” come causa di estinzione della violenza carnale e del ratto, l’adulterio (previsto solo per la donna), il plagio; nonché un processo in cui, per tutta l’istruttoria, la Difesa era completamente assente. Le tossine di cultura autoritaria iniettate nella giovane democrazia italiana da questi relitti del passato instillarono, nei giovani degli anni Sessanta, una diffidenza verso gli apparati dello Stato le cui conseguenze furono poi pagate a duro prezzo.

*Ringraziamo Paolo Borgna – presidente di Istoreto – per averci concesso di pubblicare questo articolo

 

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