Canale Donne e cittadinanza – Dentro l’emergenza

Vivere e agire in condizioni di eccezione nel Novecento: il punto di vista femminile

Come vivono gli esseri umani quando un’emergenza sconvolge e condiziona pesantemente le loro esistenze? Una domanda che poteva apparire meramente accademica e che si pensava potesse riguardare unicamente altri tempi o altri luoghi è diventata nella primavera del 2020 di cogente attualità. E’ allora forse non solo naturale, ma anche utile, cercare termini di paragone nelle vicende del secolo scorso – pur nella consapevolezza dell’irriproducibilità del passato e dell’irriducibile novità del presente.

Con questa prospettiva, abbiamo provato a cercare risposte nella storia e nella letteratura. Abbiamo interrogato gli eventi straordinari del Novecento e ciò che hanno provocato: situazioni quasi sempre radicalmente diverse da quella che stiamo vivendo, diverse nelle manifestazioni concrete e materiali, ma sorprendentemente simili per le sensazioni e le reazioni che attivano. Abbiamo scelto il punto di vista femminile, selezionando memorie e romanzi su quegli eventi perché ci consegnino strumenti utili a riflettere e a capire, per analogia o per contrasto, questo presente inedito, con le sue difficoltà e anche le sue riposte opportunità.

Le protagoniste

Virginia Woolf

(1882-1941) Autrice inglese, prestigiosa rappresentante del Bloomsbury Group, fu scrittrice, saggista e critica di forte personalità, che emerse anche nel suo impegno libertario e a volte fuori dagli schemi a favore dei diritti civili e della parità tra i sessi. Tra le sue opere Mrs. Dalloway (1925; trad. it. 1946) eTo the lighthouse (1927; trad. it. 1934) sono forse i suoi capolavori [Treccani].

Iris Cutting Origo

(1902-1988) Figlia di un ricco americano e di una nobildonna inglese, all’età di sette anni rimane orfana di padre e si trasferisce con la madre in Toscana. Nel 1924 sposa il marchese Antonio Origo, con il quale nello stesso anno rileva La Foce, una vasta proprietà agricola di 1400 ettari in Val d’Orcia, che viene trasformata in una florida tenuta: negli anni della guerra la coppia vi ospita bambini sfollati e, dopo l’8 settembre, assiste all’occupazione e alla Resistenza. Iris Origo è autrice di numerose biografie e studi storici, tra i quali Leopardi The world of San Bernardino. Il diario La guerra in Val d’Orcia è stato pubblicato nel 1947.

Ada Prospero Gobetti

(1902-1968) Nata e cresciuta a Torino, sposò nel 1923 Piero Gobetti e collaborò con lui alle attività del gruppo radunatosi attorno a La Rivoluzione liberale e al Baretti. Dopo la morte del marito nel 1926 lavorò come insegnante e traduttrice e continuò a svolgere attività antifascista nelle fila di Giustizia e Libertà. Partecipò alla Resistenza in val Susa e venne insignita della medaglia d’argento al valore militare. Vicesindaco di Torino per il PdA dopo la Liberazione, si avvicinò successivamente al Pci e entrò nell’Unione donne italiane. Si occupò di pedagogia e di educazione e, nel 1961, fondò il Centro studi Piero Gobetti nell’abitazione di via Fabro che era stata sua e del marito.

Irène Némirowsky

(1903-1942) Scrittrice francese ebrea di origine ucraina, visse e studiò a Parigi dal 1919. Esordì giovanissima nel 1921 ottenendo rapidamente successo di pubblico e di critica. Autrice di numerosi romanzi e racconti, venne deportata e uccisa ad Auschwitz nell’estate del 1942. Lasciò numerose opere incompiute, fra cui quello che viene considerato il suo capolavoro, Suite francese, che verranno pubblicate in diverse riprese nel dopoguerra.

Joyce Salvadori Lussu

(1912-1998) Nasce a Firenze in una famiglia antifascista, che nel 1924 deve prendere la via dell’esilio. Studia in Svizzera e in Germania e prende parte alla lotta antifascista di Giustizia e Libertà, nell’ambito della quale conosce Emilio Lussu, cui rimarrà legata per tutta la vita. Svolge attività clandestina nella Francia occupata e, tornata in Italia nel 1943, partecipa alla Resistenza. Dopo la guerra si dedica alla letteratura e al lavoro di traduttrice.

Natalia Levi Ginzburg

(1916-1991) Scrittrice italiana proveniente da una famiglia della borghesia ebraica antifascista, vedova del dirigente GL Leone Ginzburg, durante e dopo la guerra collaborò con la casa editrice Einaudi e con importanti testate giornalistiche quali La Stampa e il Corriere della sera. Autrice prolifica e di notevole fama vinse con Lessico famigliare il premio Strega nel 1963. Negli anni Settanta e Ottanta svolse notevole attività pubblica e politica, venendo eletta come indipendente nelle liste del Pci nel 1983 e nel 1987.

Helga Schneider

(n. 1937) Nasce in Slesia, regione all’epoca tedesca, e trascorre la sua infanzia a Berlino, negli anni del nazismo e della guerra. Abbandonata dalla madre, che si arruola nelle SS e lavora nel sistema concentrazionario tedesco, dopo il 1945 si trasferisce con il fratello, il padre e la nuova moglie di questi in Austria, dove vive fino al 1954, anno in cui va via di casa. Nel 1963 si sposa con un italiano e si trasferisce a Bologna, dove vive tutt’ora. Nel 1995 raggiunse il successo letterario con Il rogo di Berlino, romanzo autobiografico in cui l’autrice racconta la sua infanzia nella capitale del Reich, dall’inizio della guerra fino ai giorni dei bombardamenti e dell’occupazione sovietica.

Svetlana Aleksievič

(n. 1948) Scrittrice e giornalista bielorussa, ha raccontato ai suoi connazionali gli eventi principali dell’Unione Sovietica e della Russia della seconda metà del XX secolo, basandosi sulla raccolta di centinaia di testimonianze. Nel 2015 è stata insignita del premio Nobel per la letteratura “per i suoi scritti polifonici, un monumento alla sofferenza ed al coraggio nel nostro tempo” [Treccani]

Vivere l’emergenza:

il cambiamento

Emergenza è innanzitutto sconvolgimento della normalità, del ritmo quotidiano della vita; è perdita di punti di riferimento e di abitudini date per scontate; è collasso delle normali forme di convivenza.
Quando, e in quale modo, si diventa consapevoli che la normalità, tutto ciò cui siamo abituati è andato in pezzi? Che cosa ha il potere di rivelarcelo? Sono alcune delle domande con cui ci misuriamo oggi ma che, pur in contesti completamente diversi, altre si sono già poste. Joyce Lussu ricorda le sensazioni provate al momento dell’occupazione di Parigi da parte dei nazisti, Irène Némirosky racconta, di quello stesso momento, episodi dell’esodo disordinato dalla capitale. Virginia Woolf si interroga sugli stessi temi nell’Inghilterra sotto le incursioni germaniche, Helga Schneider lo fa rammentando le condizioni della sua infanzia nella capitale del Reich distrutta dalle bombe alleate e assediata dall’avanzata sovietica. Svetlana Aleksievič raccoglie le parole sia di donne che hanno combattuto la “grande guerra patriottica” nell’Urss invasa dai nazisti sia di cittadini sovietici che sono stati investiti dal disastro di Černobyl’.

Lo sconvolgimento della normalità e la difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto

Joyce Lussu, Lotte, ricordi e altro, Roma, Biblioteca del vascello 1992
“I tedeschi a Parigi! […] gli stivali dai tacchi rimbombanti dei militaristi tedeschi lungo i Campi elisi con le loro fanfare e le loro insegne, coi vessilli dalla croce gammata e i gagliardetti con l’aquila imperiale e le corone d’alloro! La spettacolare regia della virilità guerriera, con le sue simmetrie impeccabili da corpo di ballo, coi movimenti perfettamente sincronizzati delle splendide uniformi, con le sue Folies Bergères dove ad alzar le gambe non erano tenere ballerine seminude, ma robusti maschi addestrati al passo dell’oca, col fragore dei cingoli dei carri armati da cui emergevano superuomini in tutte e caschi marziani, dava un’impressione di potenza mortale. […] Che fa una donna che si trova nell’occhio di una guerra terribile, organizzata e condotta dagli uomini, che ha bruciato tutti gli spazi del confronto civile e non lascia aperto che il confronto delle armi, nell’alternativa tra la complicità e la lotta, tra la schiavitù e la vita?» [p. 51]

Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea, in Ead. Romanzi e altro, Milano, Mondadori 1978
«I tedeschi sono passati sopra questa casa ieri sera e la sera prima. Eccoli un’altra volta. È una strana esperienza, questa di stare sdraiata nel buio e ascoltare il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungerci mortalmente. È un rumore che non permette di pensare freddamente e coerentemente alla pace. Eppure è un rumore che dovrebbe costringerci – assai più che non gli inni e le preghiere – a pensare alla pace. Perché se non riusciamo, a forza di pensare, a infondere esistenza a questa pace, continueremo per sempre a giacere – non questo corpo in questo letto bensì milioni di corpi non ancora nati – nello stesso buio, ascoltando lo stesso rumore di morte sulla testa.» [p. 871]

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi, Milano 2005
«Le vie erano deserte. I negozianti abbassavano le saracinesche. Nel silenzio si udiva soltanto il rumore metallico, quel suono che nelle città minacciate, all’alba di una sommossa o di una guerra, colpisce con violenza l’orecchio» [p. 34] «Tendendo l’orecchio si riusciva a cogliere il rombo degli aerei che passavano nel cielo. Francesi o nemici? Chissà. “Più svelti, più svelti” diceva il signor Péricand. Ma ora ci si accorgeva di aver dimenticato il cofanetto dei pizzi, ora mancava l’asse da stiro. Impossibile fare intendere ragione ai domestici. Erano terrorizzati, volevano partire, ma la forza dell’abitudine superava la paura, e tenevano a che tutto si svolgesse secondo i riti che regolavano le partenze per la villeggiatura. Tutto doveva essere messo nelle valigie nell’ordine consueto. Non avevano capito realmente quello che stava succedendo. Era come se agissero in due tempi, metà nel presente e metà nel passato, quasi che gli eventi fossero penetrati solo in una piccola zona della loro coscienza, la più superficiale, lasciando addormentata e in pace tutta un’area profonda.» [p. 40]

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015
«Partivano tutti… lasciavano la città. A mezzogiorno del 28 giugno 1941 anche noi studenti dell’Istituto di magistero ci siamo radunati nel cortile della tipografia. La riunione in vista della partenza è stata molto breve. Abbiamo lasciato la città imboccando la vecchia strada Smolenskaja in direzione di Krasnoe. Per ragioni di sicurezza procedevamo in piccoli gruppi. Verso la fine della giornata il caldo si è attenuato, la marcia è diventata meno faticosa e abbiamo potuto aumentare il passo, sempre senza voltarci a guardare. Avevamo paura di quello che potevamo vedere. Solo quando siamo giunti al luogo previsto per la sosta ci siamo voltati verso est. L’intero orizzonte ardeva dei bagliori di un incendio che sembrava diffondersi anche in cielo. A quella distanza, quasi quaranta chilometri, abbiamo capito che a bruciare non erano una decina di case, e neanche un centinaio, era tutta Smolensk a essere divorata dalle fiamme. Avevo un vestito nuovo, vaporoso, con delle piccole gale. Piaceva molto a Vera, la mia amica del cuore, che se l’era provato diverse volte. Glielo avevo promesso come dono di nozze. […] e invece a un tratto la guerra […] e il vestito? sarà certo bruciato nel rogo.» [pp. 85-86]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, Edizioni e/o, Roma 2002
(Testimonianza di Sergej Gurin, cineoperatore)
«Ho visto un melo in fiore e ho cominciato a riprenderlo… nel ronzio dei bombi, quel colore bianco, nuziale… E, di nuovo, gente al lavoro, frutteti pieni di fiori… Nell’obiettivo della mia cinepresa… Ma c’è qualcosa che non riesco a capire, che non mi torna… L’esposizione è normale, l’inquadratura buona, eppure… E all’improvviso mi trafigge un pensiero: non ci sono odori! La fioritura è in pieno rigoglio ma non manda nessun odore! Ho saputo solo successivamente che l’organismo può reagire alle forti radiazioni bloccando qualche organo. […] Ho chiesto agli altri della nostra squadra, eravamo in tre: “Che odore ha il melo?”. “Ma non ha nessun odore!”. Ci stava succedendo qualcosa… Il lillà non aveva odore… Il lillà!… E ho cominciato a provare la sensazione che tutto quello che mi circondava fosse falso. Mi sembrava di essere in mezzo a una scenografia… Ed era qualcosa che superava le mie capacità di comprensione. Non avevo neanche mai letto niente del genere…» [pp. 150-151]

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Milano Bompiani 1986
«Bambini come questi, in tutta Europa, hanno dovuto lasciare le loro case e le loro famiglie e arrivano disorientati, ma pieni di speranza, in casa di estranei. C’è qualcosa di terribilmente commovente in questo esodo e qualcosa di così profondamente sbagliato in un mondo in cui una tale cosa è non solo possibile ma necessaria, che è difficile non sentirsi personalmente responsabili. Possiamo per il momento placare la coscienza col dar loro aiuto, pane e affetto; ma non basta. Nulla potrà mai bastare.» [p. 25]

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Milano, Adelphi 1995
«Berlino, inizio d’anno, 1945.
Fame, sete, freddo, terrore, insonnia, sporcizia, debolezza, apatia, senso di abbandono e di impotenza: questi erano gli ingredienti della nostra esistenza trascorsa giorno e notte in cantina.» [p. 102]

Il collasso delle strutture sociali

Joyce Lussu, Lotte, ricordi e altro, Roma, Biblioteca del vascello 1992
«Quando noi valutiamo oggi il militarismo nazifascista, lo facciamo dopo la sua sconfitta, con la sicurezza di chi ha combattuto e vinto. E’ difficile ricostruire lo stato d’animo di allora, di fronte al nazifascismo permanentemente vittorioso e trionfante, immersi come eravamo in Francia, nella disintegrazione militare e politica di una nazione che era apparsa per secoli stabile e compatta. I partigiani non c’erano ancora, non c’era organizzazione armata delle forze popolari. […] Non si vedeva cosa avrebbe potuto fermare l’avanzata della mostruosa macchina bellica, caricata alla sua massima efficienza dall’orgoglio del successo, come se si vivesse un sanguinoso tramonto per una lunghissima notte.
La società era esplosa, e gli apparati della convivenza si erano afflosciati come erba falciata: uffici, negozi, scuole, tribunali, industrie, trasporti, bar, trattorie, comunicazioni, tutto si era fermato. La Francia era percorsa da interminabili cortei di profughi provenienti dal Nord dell’Europa […].» [pp. 51-52]

Irène Némirovsky, Suite francese, Milano, Adelphi 2005
«Senza rumore, a fari spenti, le macchine arrivavano una dietro l’altra, piene zeppe, sovraccariche di bagagli e di mobili, di carrozzine e di gabbie di uccelli, di casse e di ceste portabiancheria, ciascuna con il suo bravo materasso solidamente fissato sul tetto. Erano come tante fragili impalcature e sembravano avanzare fino alla piazza senza l’aiuto del motore, portate dal proprio peso giù per le strade in pendenza. Adesso bloccavano tutte le uscite e stavano pigiate le une contro le altre come pesci presi in una nassa: e allo stesso modo pareva che tirando le reti le si potesse raccogliere insieme e ributtare verso un’orrida riva. Non si udivano pianti né grida, anche i bambini tacevano. Tutto era calmo. Ogni tanto da un finestrino abbassato sporgeva un viso che scrutava a lungo il cielo. Da quell’assembramento saliva un rumore sordo e indistinto, un insieme di respiri difficoltosi, di sospiri, di parole scambiate sottovoce come per paura di essere ascoltati da un nemico in agguato. Qualcuno cercava di dormire, la fronte contro lo spigolo di una valigia, le gambe indolenzite sullo stretto sedile o la guancia bruciante premuta contro il vetro del finestrino. Alcuni giovani e alcune donne si rivolgevano la parola da una vettura all’altra, e qualche volta ridevano allegramente. Ma non appena una macchia scura passava sul cielo scintillante di stelle tutti si facevano attenti e le risate cessavano. Non era esattamente inquietudine ma una strana tristezza che non aveva più niente di umano, perché non portava con sé né coraggio né speranza: è così che gli animali aspettano la morte. Ed è così che il pesce preso nelle maglie della rete vede passare e ripassare l’ombra del pescatore.» [p. 51]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, Edizioni e/o, Roma 2002

(Testimonianza di Evgenij Aleksandrovič Brovkin, docente dell’Università statale di Gomel’)
«Un’altra cosa che ricordo è il mio viaggio di ritorno da quei luoghi. Un vero paesaggio lunare… da una parte all’altra della strada si stendevano fino all’orizzonte i campi coperti di dolomite bianca. Lo strato superficiale contaminato del suolo era stato asportato e interrato altrove, e al suo posto era stato sparso un uniforme strato di sabbia di dolomite. Non sembrava più la nostra terra… Questa visione mi ha tormentato per molto tempo e ho perfino tentato di trarne un racconto». [p. 123]

(Testimonianza di Arkadij Filin, liquidatore)
«Ho visto un uomo la cui casa veniva interrata sotto i suoi occhi… (Fa una pausa.) Abbiamo interrato case, pozzi, alberi…Abbiamo interrato la terra… La si asportava a strati, la si arrotolava come un tappeto… L’avevo avvisata… Niente di eroico.» [p. 126]

Vivere l’emergenza:

sofferenza e paura

Vivere l’emergenza significa anche fare i conti con il dolore, fisico e morale, proprio e degli altri; quella sofferenza che nei tempi di normalità è tenuta ai margini, celata o limitata ad ambiti culturalmente e socialmente regolati, diventa presenza centrale, quotidiana, improvvisa e devastante o continua e logorante. E di fronte ad essa, o al timore di essa, sorgono la paura e l’angoscia, individuali e collettive: anch’esse entrano a far parte della vita di ogni giorno, sentimenti che da personali diventano di gruppo, esperienze condivise.
Iris Origo ricorda le privazioni che segnano i bambini sfollati, da lei accolti nella tenuta toscana da cui osserva il conflitto; Joyce Lussu racconta l’impatto dell’esule con la vita nel Portogallo neutrale e nell’Inghilterra sotto attacco – di cui parla anche, dall’interno, Virginia Woolf; Simone de Beauvoir, da Parigi, si sofferma sui razionamenti; da Berlino, Helga Schneider descrive, coi suoi occhi di bambina, la vita nei bunker; Ada Gobetti ci dà uno spaccato della paura serpeggiante nell’Italia occupata; Irène Némirowski scava nelle dinamiche e negli effetti della paura; Svetlana Aleksievič mostra il sorgere dell’angoscia di fronte a una minaccia invisibile e ignota.

Le privazioni e la sofferenza

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Bompiani, Milano 1986
«(27 maggio 1943) A Roma il cibo comincia a scarseggiare: frutta e verdura sono quasi introvabili. Un pollo costa trecento lire, la razione del latte è di duecento grammi: farina, prosciutto eccetera si possono trovare solo in borsa nera a prezzi molto superiori alle disponibilità del piccolo consumatore. Ieri un’amica che ha sei bambini piccoli ha venduto dodici cucchiai d’argento per comperare un prosciutto. Intanto nascono come funghi delle piccole trattorie (frequentate soprattutto da gerarchi fascisti) che servono pasti eccellenti a prezzi esorbitanti – e dopo poche settimane sono chiuse dalla polizia, per riaprirsi subito altrove». [p. 37]

«(30 gennaio 1943) Eccoli, finalmente, i primi bambini sfollati! Li aspettavamo ieri alle sette – dopo dodici ore di viaggio da Genova – ma la macchina è giunta solo alle nove e sono scese sette piccole creature infagottate e insonnolite. […] Nella sala da gioco dell’asilo, dove hanno trovato la stufa accesa e la cena pronta, sono rimasti tutti e sette ammucchiati in un angolo, abbagliati dalla luce elettrica come tanti piccoli gufi sgomenti. Faccine bianche, flaccide, alcuni con foruncoli o cicatrici e braccia e gambe che sembrano stecchini.
L’infermiera genovese di Croce Rossa che ha accompagnato i bambini mi racconta che sono stati scelti fra le famiglie che hanno avuto la casa totalmente distrutta e che da due mesi vivono nelle gallerie e nei sottopassaggi della città. Sono quasi tutti figli di scaricatori del porto: due hanno perso il padre sotto i bombardamenti.
Mangiano la minestra calda ancora troppo intontiti per realizzare dove sono, ma appena cominciano a riaversi, piagnucolano: “Mamma, mamma, voglio la mamma”. Tiriamo subito fuori i giocattoli già preparati, le bambine stringono le bambole tra le braccia, Dante [l’unico bambino] carica il suo automobilino e per qualche minuto evitiamo le lacrime. Li accompagniamo su nelle loro stanze e li sistemiamo nei lettini ben caldi: due di loro chiamano ancora la mamma e continuano a piangere, pian piano, finché cedono al sonno». [pp. 21-22]

Joyce Lussu, Fronti e frontiere,  Ancona-Milano, Theoria, 2000.
«Ciò che mi colpì maggiormente a Lisbona, i primi giorni, non fu la perfezione della Piazza del Commercio, la festosa grandiosità dell’Avenida da Libertade, la bellezza delle maioliche a disegni azzurri sui muri delle case; furono i mercati e le pasticcerie.
Quei vassoi colmi di meringhe, di vol-au-vents, di fondants, di marzapane, quelle cataste di ananas di manghi di pesche grosse come poponcini, quei mazzi di pernici di fagiani di tordi, quelle pile di triglie di trote di aragoste di ostriche; e tutto a portata di mano, a prezzi modesti, senza file, senza bollini, bastava andare al banco e dire: “Vorrei quello e quello”, mi dava il capogiro. La sola vista di tanta abbondanza causava violente contrazioni al mio stomaco abituato alle privazioni.» [p. 57]

«Intanto capitò che una lettera di Lussu, in cui parlava del suo progetto per la Sardegna, diretta ai compagni in America, cadesse in mano alla censura inglese. Pochi giorni dopo, Lussu fu invitato dal ministero della guerra britannico a recarsi a Londra. […] Arrivando a Londra, ritrovammo la guerra.
Ogni pietra ricordava la guerra. Muri screpolati, tetti scoperchiati, finestre vuote; interi quartieri rasi al suolo. Tra le rovine si muoveva un popolo affaccendato, sereno, sicuro di sé. La nebbia e il severo oscuramento, per cui non v’era luce né di giorno né di notte, non sembravano deprimere né civili né militari.
Abitavamo vicino al parco di St. James, in un tetro albergo per gente distinta, diviso in confortevoli appartamentini che ci riempivano di malinconia. La cameriera aveva un’espressione ipocrita, il portiere era stupido e ubriacone, il caffè sembrava un miscuglio di ghiande e stricnina». [P. 58]

Simone de Beauvoir, L’età forte, Torino, Einaudi 1961
«Materialmente, la vita era molto più difficile che nell’inverno passato […] Non avevo molta inclinazione per le faccende domestiche, e per adattarmici ricorsi al mio sistema favorito: delle mie occupazioni alimentari feci una mania nella quale perseverai per tre anni. Seguivo la distribuzione delle razioni, e non ne persi mai una; per le strade, al di là delle mostre fittizie dei negozi, cercavo di scoprire qualche derrata in libera vendita: questa specie di caccia al tesoro mi divertiva; che manna se trovavo una barbabietola, un cavolo!  […] Avevo spesso fame, e questo m’imbarazzava; era in parte per questa ragione che cercavo con tanto ardore d’immagazzinare provviste: qualche pacco di pasta, legumi secchi, fiocchi d’avena. Ritrovai uno degli schemi favoriti dei miei giochi infantili: in tempo di carestia, l’organizzazione di una rigorosa economia. Contemplavo i miei tesori, valutavo con lo sguardo la loro distribuzione in giornate. Nel mio armadio tenevo chiuso l’avvenire. Non un chicco sarebbe andato sprecato: comprendevo l’avarizia e le sue gioie.» [pp. 447-448]

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995
«Il tempo passava con una sfibrante monotonia. Ogni giorno era uguale all’altro: la cantina fredda e buia, il puzzo di urina, il fumo delle candele, l’attesa, l’allarme, il terrore, il cessato allarme, la tristezza, le discussioni, i nervosismi, la sfiducia, l’insonnia, la fame, la sete.
Un giorno mi capitò di guardarmi in uno specchio, ma ciò che vi si rifletteva mi atterrì. Vidi un viso scarno con le guance infossate, la pelle grigio-gialla, le occhiaie scure: che orrore! I capelli erano appiccicati a ciocche sporche sul cranio, e avevo un’ombra così patetica negli occhi che provai un sentimento di odio per me stessa. E mi domandai, inorridita: quella sono io? Detti ragione alla matrigna: come poteva voler bene a un rospo come me? Lei voleva bene solo a Peter, il quale, nonostante tutte le privazioni, manteneva intatto il suo viso da angelo corrucciato. Alla fine cercai di consolarmi: nemmeno gli altri erano delle gran bellezze! La stessa matrigna era ridotta a pelle e ossa, e i suoi capelli, un tempo biondo cenere, avevano assunto un indefinibile color polvere. A Hilde, già magra prima, in seguito alla misteriosa febbre era rimasta la pelle gialla […].
Erika, la ragazza con la tubercolosi, era così fragile e trasparente che quando si addormentava ogni volta temevo non si svegliasse più; e Frau Mannheim […] aveva una faccia così smunta che sembrava le si fossero consumati non solo i muscoli ma anche le ossa. Pa, infine, era diventato così esile che sembrava fatto d’aria. Le sue dita erano lunghe e bianche come quelle di un morto, e sembrava che i suoi vestiti portassero a spasso lui, anziché il contrario». [pp. 104-105]

Angoscia, paura individuale e panico collettivo

Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea, in Romanzi e altro, Milano, Mondadori, 1978
«Il rumore di sega sulle nostre teste aumenta. Tutti i riflettori puntano in alto, verso un punto sito esattamente sopra questo tetto. In qualunque momento può cadere una bomba in questa stanza. Uno due tre quattro cinque sei… passano i secondi. La bomba non è caduta. Ma durante quei secondi di attesa, l’attività del pensiero è cessata. E’ anche cessato ogni sentimento, tranne un opaco timore. Un chiodo fissava tutto l’essere a un’asse di legno duro». [p. 875]

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi, Milano 2005
«Cominciavano a spuntare le stelle – stelle di primavera dal riflesso argentato. Parigi aveva il suo profumo più dolce, quello degli ippocastani in fiore e delle essenze volatili miste a granelli di polvere che scricchiolano sotto i denti come grani di pepe. Nell’ombra, il pericolo cresceva. Nell’aria, nel silenzio, si respirava l’angoscia. Neanche le persone più fredde, quelle generalmente più tranquille, potevano evitare quella confusa e mortale apprensione. Ciascuno guardava la sua casa con una stretta al cuore e pensava: “Domani sarà distrutta, domani non avrò più niente. Non abbiamo fatto del male a nessuno. Perché”. E contemporaneamente si sentiva sopraffatto da un’ondata di indifferenza: “Che importa! Sono solo pietre, legno, materia inerte. L’essenziale è salvare la pelle”. Chi pensava alla tragedia della patria? Non loro, non quelli che partono stasera. Il panico annullava tutto ciò che non era istinto, impulso animale, fremito della carne. Afferrare quanto si aveva di più prezioso al mondo e poi…! E, quella notte, solo ciò che viveva, ciò che respirava, piangeva, amava, valeva qualcosa! Erano pochi coloro che pensavano con rimpianto alle ricchezze perdute: l’importante era stringere tra le braccia una moglie o un figlio. Il resto non contava, il resto poteva sprofondare tra le fiamme». [pp. 39-40]

«A nessuno, neppure a Florence che lo aspettava nella hall, avrebbe confessato la vera ragione per cui aveva rifiutato quella camera. Avvicinandosi alla finestra aveva visto lì vicino, nella notte trasparente di giugno, un serbatoio di benzina e, un po’ più in là, qualcosa come dei carri armati e delle autoblindo parcheggiati sulla piazza.
“Ci bombarderanno” si era detto, e un tremito lo aveva scosso, così profondo e violento da fargli pensare: “Mi sono ammalato, ho la febbre”. Era paura? Lui, Gabriel Corte? No, non poteva avere paura, lui. Suvvia! E sorrise con disprezzo e commiserazione, come rispondendo a un interlocutore invisibile. Certo che non aveva paura, ma quando si era sporto ancora una volta dalla finestra e aveva visto quel cielo buio da cui il fuoco e la morte potevano cadergli addosso da un momento all’altro aveva provato di nuovo quella sensazione orrenda, dapprima quel tremito nelle ossa e poi quella estenuazione, quella nausea, quel contrarsi delle viscere che precede lo svenimento. Paura o no, che importava! Ma ora fuggiva di lì, seguito da Florence e dalla cameriera». [p. 50]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, Roma 2002
(Testimonianza di Evgenij Aleksandrovič Brovkin, docente dell’Università statale di Gomel’): «Quel che mi ricordo… Nei giorni immediatamente successivi all’incidente dalle biblioteche sono spariti i libri sulla radiazione, su Hiroshima e Nagasaki e perfino sui röntgen. Circolava la voce che fosse un ordine delle autorità, per evitare il panico. Comunque sia, sono mancate completamente sia le indicazioni mediche che l’informazione in generale. Chi poteva, acquistava delle pastiglie di ioduro di potassio (nelle farmacie della nostra città non erano in vendita e per procurarsene ci volevano le conoscenze giuste)». [p. 121]

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Bompiani, Milano 1986
«(12 settembre 1943) Brutta giornata. Il proclama del maresciallo Kesselring, al mattino, ci informa che la legge marziale tedesca è stata imposta a tutto il territorio occupato dai tedeschi, ossia a quasi tutta l’Italia a nord di Roma. Gli scioperi e qualsiasi tentativo di resistenza saranno puniti dalla legge marziale, la posta, il telefono e le ferrovie saranno controllate dai tedeschi: le lettere private sono proibite e le conversazioni telefoniche severamente censurate». [p. 67]

Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino 2014
«([27] giugno 1944) Feci una sosta a Susa, ma senza risultati: la stessa atmosfera sospesa di rancore e di paura. I treni non funzionavano e la cittadina era come isolata; camion di tedeschi continuavano ad arrivare e procedevano su per la valle, tenendosi prudentemente sulle strade maestre. I rastrellati eran stati chiusi nei locali della scuola». [p. 133]

Affrontare l’emergenza:

capire e accettare

L’emergenza, almeno per chi non ne è immediatamente travolto, va affrontata, sotto molti aspetti. Va innanzitutto capita, compresa, spiegata: bisogna farsi una ragione del nuovo stato di cose, trovarvi un senso, farne propria la realtà anche di fronte a un mondo esterno, naturale, che continuando a seguire i propri ritmi sembra riproporre un’impossibile normalità. Joyce Lussu ci racconta lo spirito con cui inglesi e americani vivono il conflitto; Virginia Woolf riflette su come affrontare il paralizzante sentimento della paura; Irène Némirovsky descrive i diversi tentativi di dare un senso a ciò che avviene da parte degli uomini comuni in fuga da Parigi; le voci delle donne che ci riporta Svetlana Aleksievič parlano dell’impensabilità della propria morte e del contrasto fra la condizione di guerra e il fiorire della primavera; un contrasto che ben ricorda Iris Origo, descrivendo Roma nel maggio del 1943.

Dare un senso all’emergenza: spiegare, razionalizzare, accettare

Joyce Lussu, Fronti e frontiere,  Ancona-Milano, Theoria, 2000
«Mentre Lussu trattava con il governo inglese, e faceva un breve viaggio anche negli Stati Uniti e a Malta, io andai in un campo di addestramento militare, dove si allenavano i commandos che sarebbero stati poi paracadutati nelle zone di guerra per unirsi [cambio pagina: 59] alle forze partigiane.  Questo addestramento mi doveva servire per lo sbarco e la guerriglia in Sardegna.
Vi erano centinaia di giovani polacchi, francesi, scandinavi, belgi e olandesi. Donne non ve n’erano; così, per non dare troppo nell’occhio vestivo l’uniforme delle forze ausiliarie femminili britanniche; […] La guerra andava male, per gli alleati. Singapore era caduta, Tobruk era caduta. Ma questi disastri non increspavano nemmeno la superficie della serenità anglosassone; accettavano le sconfitte con una calma così colossale, una così indiscutibile certezza di riprendere poi il sopravvento, ch’erano persino esasperanti». [p. 58]

«Arrivai al campo americano. Erano lì, i grossi cannoni che avevo udito per tanti giorni. Ora li vedevo sparare, con una gran fiammata.
I soldati (erano tutti molto giovani, e rosei, con belle uniformi pulite) mi si fecero attorno offrendomi caramelle, sigarette, biscotti spalmati di burro e un casco pieno d’acqua con una saponetta per lavarmi la faccia. Uno arrivò con la cassetta del pronto soccorso per fasciare i miei piedi malamente piagati. Poi giunse un ufficiale e mi chiese bruscamente chi fossi. Gli dissi chi ero e qual era la mia missione. Mi guardò con sospetto e disse che mi avrebbe condotta al comando della sua divisione ad Acerno». [p. 140]

Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea, in Romanzi e altro, Milano, Mondadori, 1978
«L’emozione della paura e dell’odio è pertanto sterile, non fertile. Non appena la paura scompare, la mente affiora di nuovo e istintivamente cerca di rivivere creando. Siccome la stanza è al buio, può creare soltanto con la memoria. Si protende verso il ricordo di altri agosti, a Bayreuth, ascoltando Wagner; a Roma, passeggiando per la campagna romana; a Londra. Ognuno di questi pensieri, anche nelle memorie, era assai più positivo, rinfrescante, consolatore e creativo di quanto non lo fosse quell’opaco spavento, fatto di paura e di odio». [p. 875]

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi, Milano 2005
«Aveva una struttura mentale particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era ai suoi occhi quella creatura rara e insostituibile che ogni uomo vede quando pensa a se stesso. Per quei compagni di sventura provava pietà, ma una pietà lucida e fredda. Dopo tutto, pensava, queste grandi migrazioni umane sembrano governate da leggi naturali. […] E trovava in questo uno strano conforto. Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme, stringendosi al petto i figli […] Vicino a lui una grossa comare gemeva:
“Non si è mai visto un orrore simile!”.
“Si è visto, signora, si è visto” rispose lui con dolcezza». [p. 59]

«Ma ripreso il cammino videro i primi morti: due uomini e una donna. I loro corpi erano dilaniati, ma stranamente i volti erano rimasti intatti, volti così scialbi, così banali, con un’espressione meravigliata, compunta e stupida come se cercassero invano di capire cosa gli stava succedendo – così poco all’altezza di una morte guerriera, mio Dio, così poco all’altezza della morte. La donna, in tutta la sua vita, doveva aver pronunciato solo frasi del tipo: “I porri sono ancora aumentati di prezzo” o “Chi è quel sudicione che ha sporcato i miei vetri?”.
Ma che ne posso sapere, disse Jeanne tra sé e sé: Forse dietro quella fronte bassa, sotto quei capelli spenti e scarmigliati c’erano tesori di intelligenza e di tenerezza. E cos’altro siamo noi, io e Maurice, agli occhi della gente, se non una coppia di poveri impiegatucci? In un senso è vero, ma in un altro siamo esseri preziosi e rari. So anche questo. “Che scialo immondo” pensò ancora». [p. 62]

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015
«Morire… morire non mi faceva paura. Sarà stato perché ero giovane o forse chissà per quale altro motivo. Eppure la morte era attorno a noi, sempre lì vicino, ma io non ci pensavo. Non entrava mai nei nostri discorsi. Girava, girava in continuazione nei nostri paraggi, ma sempre mancandoci». [p. 80]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, Roma 2002
(Testimonianza di Evgenij Aleksandrovič Brovkin, docente dell’Università statale di Gomel’): «Poi si è individuato un segno indicatore e tutti hanno cominciato a prestarci attenzione: finché in città o nel villaggio c’erano passeri e colombi, ci poteva vivere anche l’uomo. Ricordo la perplessità di un conducente di taxi: non riusciva a capire perché gli uccelli, come ciechi, si bittassero contro il suo parabrezza, ammazzandosi. Come impazziti… Era qualcosa che somigliava a un suicidio…». [p. 123]

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Bompiani, Milano 1986
«(13 settembre 1943) Siamo di nuovo sotto la Germania e abbiamo ricominciato l’attesa. Ripensando a questi ultimi giorni, mi rendo conto che siamo rimasti tutti storditi dalle subitanee notizie ma anche molto presi da tutti i problemi locali da risolvere. Soltanto ora, cominciamo a realizzare in pieno la tragica realtà della situazione italiana». [p. 71]

Guardare la natura con nuovi occhi

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015

«Quando sono partita per il fronte era una splendida giornata. L’aria luminosa e una pioggerella minuta che metteva allegria. Era bello! Esco di buonora, mi attardo per guardami intorno: davvero può succedere che io non ritorni più? che non riveda il nostro giardino la nostra via?» [p. 79]

«Un unico lieto ricordo, quando lasciavo casa mia per il fronte: i ciliegi del nostro giardino in fiore. Allontanandomi, mi volto più di una volta a guardare… avrò poi senz’altro incontrato lunghe le strade altri giardini e altri ciliegi in fiore. Continuavano a fiorire nonostante la guerra no? Non ne ho conservato memoria». [p. 321]

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Bompiani, Milano 1986
«(18 maggio 1943): Oggi apprendiamo che gli aeroplani hanno bombardato l’aeroporto, a Ostia, ma non la città, e all’andata e al ritorno hanno sorvolato Roma, illuminata da un meraviglioso chiaro di luna che doveva farne risaltare ogni pietra. […] Intanto giorni e notti continuano ad essere di una ineguagliabile, indescrivibile bellezza. Non ho mai visto un maggio romano più incantevole. I fiorai nelle piazze alzano sui loro banchetti delle piramidi di iris, di rose e di gigli di Sant’Antonio, le fontane scrosciano, i caffè sui marciapiedi rigurgitano di belle signore dai cappellini estivi, ed è sorprendente vedere ancora tanti giovani eleganti passeggiare su e giù davanti ai tavolini. Nel giardino del lago a villa Borghese i bambini varano le loro barchette, ammirano i burattini e danno da mangiare ai cigni, mentre ogni tanto passa un aeroplano. Eppure c’è un senso di minaccia incombente. Di notte le strade illuminate solo dalle stelle o dal chiaro di luna, sulle quali nessun occhio umano si posa, sono di una magica bellezza, silenziose e deserte». [p. 35]

Affrontare l’emergenza:

nuovi modi di vita

Affrontare l’emergenza significa anche adattarsi, trovare nuove forme e nuovi modi di vivere e di relazionarsi con gli altri. Forme e modi che non sono necessariamente eroici o spietati, ma semplicemente di diversi, adatti alla nuova situazione; in cui convivono, come in ogni contesto umano, altruismo e chiusura, coraggio e viltà; e che, in definitiva, cercano di costruire una nuova normalità.
Simone De Beuavoir rievoca la difficoltà di empatizzare con le maggiori vittime della guerra, gli ebrei. Irène Némirowsky, ebrea lei stessa, mette a nudo i limiti della compassione e dell’apertura all’altro. Ada Gobetti racconta gli aspetti quotidiani della vita partigiana, ma anche la brutalità che la vita di guerra (e di clandestinità) può generare in ogni persona. Iris Origo e Natalia Ginzburg descrivono le condizioni di esistenza durante lo sfollamento, mentre Helga Schneider, dalla Berlino del crepuscolo del regime, dipinge con durezza gli effetti della fame sui rapporti familiari, negli stessi bambini. Svetlana Aleksievič porta la voce delle donne soldato della Grande guerra patriottica, ma anche lo sforzo delle vittime di Černobyl’ di costruirsi una vita quanto più possibile normale.

L’empatia e la solidarietà – e i loro limiti

Simone de Beauvoir, L’età forte, Torino, Einaudi 1961
«… non si faceva più differenza, adesso, tra ebrei di ascendenza francese e quelli di ascendenza straniera: tutti dovevano essere eliminati. Fino ad allora la «zona libera» era loro servita da malsicuro rifugio: adesso non avevano più neanche quello scampo. Molti scelsero il suicidio. L’orrore di questi destini ci ossessionava. Ma questa ossessione era nulla al confronto di ciò che provavano le migliaia di uomini e di donne che vivevano quest’orrore nel loro cuore e nella loro carne fino a che morte ne seguiva; la loro sventura ci restava estranea; ma tuttavia avvelenava l’aria che respiravamo». [p. 467]

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi, Milano 2005
«“Poveracci! Cosa ci tocca vedere!” dicevano compassionevoli ma con una certa intima soddisfazione: quei profughi venivano da Parigi, da nord, da est, da province destinate all’invasione e alla guerra. Ma loro, lì, potevano stare tranquilli, i giorni sarebbero passati, i soldati avrebbero combattuto, e intanto il negoziante di ferramenta del corso e la signorina Dubois, la merciaia, avrebbero continuato a vendere rispettivamente pentole e nastri, a mangiare la minestra calda in cucina e di sera a chiudere il cancelletto di legno che separava il loro giardino dal resto del mondo. […] Troppi i volti stanchi, lividi, sudati, troppi i bambini che piangevano, troppe le bocche tremanti che chiedevano: “Sapete dove si possa trovare una camera, un letto?”, “Potrebbe indicarmi un ristorante, signora?”. Tutto questo toglieva la voglia di mostrarsi caritatevoli. Quella folla miserabile non aveva più niente di umano, somigliava a un branco di animali in rotta. Una strana uniformità li accomunava: i vestititi stazzonati, le facce sconvolte, le voci arrochite, tutto li rendeva simili. Facevano gli stessi gesti, pronunciavano le stesse parole. Scendendo dalla macchina vacillavano un po’, come ubriachi, e si portavano le mani alla fronte e alle tempie doloranti». [pp. 54-55]

«Erano i poveri, gli sfortunati, i perdenti, quelli che non sanno trarsi d’impiccio, quelli che vengono respinti dovunque, che restano sempre in fondo, nell’ultima fila. E con loro alcuni indecisi, alcuni avari che avevano recalcitrato fino all’ultimo istante, spaventati dal prezzo del biglietto, dalle spese e dai rischi del viaggio. Ma che poi, all’improvviso, erano stati presi dal panico come gli altri. Non sapevano perché fuggivano: la Francia tutta era in fiamme, il pericolo ovunque. […] Tra loro vigeva un patto di solidarietà, un senso di pietà, una simpatia attiva e vigile che la gente del popolo testimonia solo nei confronti della propria classe, quella dei poveri, e anche questo solo in momenti eccezionali di pericolo e di carestia» [p. 58]

Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino 2014
«Passai la serata e parte della notte a scrivere una lunga relazione per il Comando di Torino, sulla situazione nella Valle e sui contatti con la Val Chisone. E il mattino dopo, 4 luglio, partii regolarmente col treno che aveva in parte ricominciato a funzionare. Ma, poco prima di Bussoleno, fummo costretti a scendere per il trasbordo. Sulle rovine del ponte distrutto (“Bel lavoro!” pensai, guardando i mozziconi dei grandi pilastri frantumati) avevan gettato un ponte di fortuna fatto d’assi e di corde: non aveva riparo ai lati, ma era abbastanza largo perché ci si potesse passare, uno alla volta, senza pericolo. I passeggeri del treno però – o meglio le passeggere, ché non c’era manco un uomo – s’abbandonarono, per attraversarlo, a mille piccoli gesti, piccole grida di finta, ostentata paura: quegli attucci, quei gridolini vezzosi che già altre volte m’avevan profondamente irritata quando in treno pezzi di ragazze grandi e grosse come granatieri si fingevan spaventate e si stringevano insieme ridacchiando alla vista d’un minuscolo soldatino, armato d’un quasi innocuo fucile di vecchio modello. Quelle manifestazioni di paura, atavicamente giustificate dal desiderio di provocare e attirar la protezione maschile, e che ora altro non potevan suscitare che il muto disprezzo dei tedeschi che assistevano impassibili al trasbordo, mi riempirono di freddo, invincibile furore. Avevo dinanzi a me una donna, apparentemente della mia età, che si fermò esitando, impaurita. – Non posso, soffro le vertigini, – gemette, agitando le mani. – Vada avanti o la butto giù! – le dissi brutalmente, con voce bassa e crudele; e mi sentivo capace di farlo. Atterrita, la donna andò avanti e naturalmente giunse dall’altra parte senza il minimo incidente; di quelle che venivan dietro più nessuna gridò. Ma oggi ancora, ripensando a quell’episodio, arrossisco di vergogna: non per l’atto in sé, innocuo e magari anche utile se fosse stato compiuto con pedagogico distacco; ma per lo stato d’animo che l’aveva ispirato. Nulla può mai giustificare la brutalità; e che una persona, passabilmente civilizzata come me, potesse comportarsi in quel modo rivela fino a che punto il clima della guerra e della violenza potesse sovvertire atteggiamenti, valori e costume» [pp. 144-145]

Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, Milano 1995
«Berlino, febbraio 1945.
Vivevamo come talpe nella cantina-rifugio, intirizziti e svuotati dall’inattività forzata. Si aspettava. Si vegetava. Ci si abbrutiva. Talvolta ci si comportava come bestie.
Un giorno Egon stava sgranocchiando un misero tozzo di pane secco che la madre si era tolto di bocca. Era seduto su uno sgabello, teneva il pane con entrambe le mani e faceva sentire il lavorio dei suoi denti al punto che si impadronì di me un assurdo senso di fastidio. Stavo distogliendo gli occhi quando successe una cosa strana. Mio fratello, che fino a quel momento era stato rannicchiato in un angolo con Teddy sotto l’ascella e con il solito atteggiamento mogio e apatico che mi angustiava, a un tratto balzò in piedi e saltò addosso a Egon per strappargli di mano il pane. A quel punto si scatenò in me qualcosa di bestiale. Anziché dividere quei due, mi gettai nella mischia. Non capivo più niente, non sentivo più né voci né reazioni fisiche, era come se la mia mente avesse bloccato ogni altro comando che non fosse quello della assoluta necessità di appropriarmi di quel tozzo di pane. Ero come ipnotizzata. Mi accanii sui due bambini e, quando strinsi finalmente il pane in pugno, scappai per le scale come inseguita dal diavolo. Arrivai sul primo pianerottolo e mi fermai, ansante. Tesi l’orecchio per sentire se per caso qualcuno mi inseguisse, ma c’era silenzio. Dappertutto regnava la polvere e le finestre erano andate in pezzi. Continuai a salire fino all’ultimo piano e mi arrestai col fiatone.
C’era un’unica finestra bassa, senza vetri e con una sorta di inferriata a forma di croce, davanti alla quale divorai il pane stritolandolo tra gli incisivi come un famelico roditore.
Dopo aver mandato giù l’ultima briciola, fu come se mi svegliassi da un brutto sogno e solo allora mi resi conto di ciò che avevo fatto. Rimasi sconcertata al punto da mettermi a piangere, ma non fu un pianto di pentimento, bensì di profonda angoscia. Per un attimo la fame mi aveva trasformata in una bestia! Era atroce, era inconcepibile. Annientata da me stessa cominciai a guardare fuori dalla finestrella e vidi la città in fiamme. Quel rogo sterminato aveva creato un’immensa cappa di fumo color rosso scarlatto che sovrastava la città. Era uno spettacolo terribile, di una spettralità agghiacciante. Mi chiesi, attonita, per quale motivo gli uomini costruiscano le città per poi permettere che vengano incendiate.
Di lì a poco udii dei passi e trattenni il fiato. Infine vidi spuntare dall’ultima rampa la bianca testa di Opa e sentii un tuffo al cuore: lui aveva un’espressione dispiaciuta. “È tutto a posto, piccola” mi disse, e io gli abbracciai le gambe sollevata.
Ridiscendemmo le scale e, una volta in cantina, tutti presero a fissarci. Opa disse loro: “Dimentichiamo l’episodio, Helga non ha colpa. Semmai, se di colpa si può parlare, diamola piuttosto a colui che ci ha tolto ogni dignità, ad Adolf Hitler”.
Nessuno rispose ma qualcuno si schiarì rumorosamente la gola. Io invece desideravo scusarmi con Egon e Peter. A Egon avevano dato un altro pezzo di pane e lui lo stringeva fra le mani guardandomi. Ma quando mormorai: “Scusami, io non volevo…”, spezzò il pane e me ne porse metà. Mi si schiantò il cuore»

Nuove abitudini, nuove normalità

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino 1962
«Quando venni al paese di cui parlo, nei primi tempi tutti i volti mi parevano uguali, tutte le donne si rassomigliavano, ricche e povere, giovani e vecchie. Quasi tutte avevano la bocca sdentata: laggiù le donne perdono i denti a trent’anni, per le fatiche e il nutrimento cattivo, per gli strapazzi dei parti e degli allattamenti che si susseguono senza tregua. Ma poi a poco a poco cominciai a distinguere Vincenzina da Secondina, Annunziata da Addolorata, e comincia a entrare in ogni casa e a scaldarmi a quei loro fuochi diversi.
Quando la prima neve cominciava a cadere, una lenta tristezza s’impadroniva di noi. Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza. Accendevamo la nostra stufa verde, col lungo tubo che attraversava il soffitto: ci si riuniva tutti nella stanza dove c’era la stufa, e lì si cucinava e si mangiava, mio marito scriveva al grande tavolo ovale, i bambini cospargevano di giocattoli il pavimento. Sul soffitto della stanza era dipinta un’aquila: e io guardavo l’aquila e pensavo che quello era l’esilio. L’esilio era l’aquila, era la stufa verde che ronzava, era la vasta e silenziosa campagna e l’immobile neve. Alle cinque suonavano le campane della chiesa di Santa Maria, e le donne andavano alla benedizione, coi loro scialli neri e il viso rosso. Tutte le sere mio marito ed io facevamo una passeggiata: tutte le sere camminavamo a braccetto, immergendo i piedi nella neve. Le case che costeggiavano la strada erano abitate da gente cognita e amica: e tutti uscivano sulla porta e ci dicevano – Con buona salute -. Qualcuno a volte domandava: – Ma quando ci ritornate alle case vostre? – Mio marito diceva: – Quando sarà finita la guerra -. – E quando finirà questa guerra? Te che sai tutto e sei un professore, quando finirà? -» [pos. 627-634 edizione digitale]

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015
«Stiamo sedute al riparo di una tenda ricavata da un paracadute, in attesa di partire [sono donne al fronte]. Gli uomini fumano, giocano a domino e finché non si alza il segnale di decollo noi continuiamo a ricamare dei fazzoletti. Ci aiutava a sentirci donne. Ecco Lei è il nostro ufficiale di rotta. Voleva mandare una foto a casa, qualcuno aveva scoperto di avere un fazzoletto e così glielo avevamo annodato al collo e perché le spalline non si vedessero le avevamo messo addosso una coperta. In questo modo era come se indossasse un vestito… L’abbiamo fotografata così, era la sua fotografia preferita». [p. 376]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, Roma 2002
(Testimonianza di Larisa Z., una madre): «Ed è stato proprio allora che mi sono innamorata. Mi sono sposata. Non sapevo che qui non si potesse amare… […] Scriva della mia bambina… Racconti a tutti la sua storia. A quattro anni canta, danza e recita a memoria le poesie. Il suo sviluppo mentale è normale, non si differenzia per niente dagli altri bambini, ha solo dei giochi tutti suoi. Quando gioca con le bambole non gioca “al negozio”, “alla scuola”, ma “all’ospedale”: fa loro le punture, mette il termometro, prescrive l’ipodermoclisi, e se una bambola muore, la copre con un lenzuolino bianco. Sono quattro anni che io e lei viviamo all’ospedale, non la si può lasciare sola e lei non sa che il posto dove si vive normalmente non è l’ospedale, ma la casa. Quando la prendo a stare da noi per un mese o due, mi chiede: “Quand’è che torniamo all’ospedale?”. Là ha degli amici, vivono e crescono lì» [pp. 118-119]

«Può bastare, non crede? Capisco che siano molte le cose che la incuriosiscono, è lo stesso per tutti quelli che non sono stati laggiù. Ma anche là il mondo era quello solito degli uomini. Non si può vivere continuamente nella paura, è impossibile, passa un po’ di tempo e ricomincia la vita di sempre. (Si infervora e riprende a raccontare.) Gli uomini bevevano vodka. Giocavano a carte. Corteggiavano le donne. Concepivano figli. Parlavano molto di soldi ma in genere non era per i soldi che lavoravano laggiù. Erano pochi quelli che lo facevano esclusivamente per quel motivo. Lavoravano perché si doveva. Così gli avevano detto e così facevano. Senza porre domande. Ma sognavano anche delle promozioni, imbrogliavano, rubavano perfino». [pp. 127-128]

Iris Origo, Guerra in Val d’Orcia, Bompiani, Milano 1986
«(10 febbraio 1943) Il secondo gruppo di bambini è arrivato: sei piccole torinesi. Sono più grandicelle dei genovesi, hanno da otto a dieci anni, e sono molto più sicure di sé, ma mostrano più evidenti gli effetti delle loro esperienze. Una di loro, Nella, è affetta da una lieve forma di ballo di San Vito; un’altra, Liberata, soffre di improvvisi svenimenti. Tutte sono molto nervose e impaurite. Ma tutti – le “grandi” di Torino e i “piccoli” di Genova – sono molto bravi e buoni. Naturalmente abbiamo dovuto lottare coi loro capelli (alcuni di loro sono stati rapati) ma la loro condotta e la loro educazione contrasta favorevolmente con quanto ho sentito dire sui piccoli sfollati delle città inglesi. Tutti hanno avuto le loro case distrutte dai bombardamenti aerei, molti hanno genitori che lavorano ancora nelle fabbriche di Torino, e sanno che potrebbero essere bombardati di nuovo. All’ora della posta corrono in fattoria e se per tre giorni non ricevono lettere da casa vanno in giro con faccini pallidi e tristi. Ogni bambino ha passato la visita medica ed è ora sotto la sorveglianza quotidiana della assistente sanitaria; i più grandi frequentano la scuola elementare, a due passi dalla loro abitazione, mentre i piccoli seguono con la “Tata” un piccolo corso d’asilo. Ho scritto lunghe lettere alle mamme lontane e ho fatto fare a tutti la fotografia da mandare a casa. Forse più tardi le madri potranno venire a vederli». [pp. 24-25]

«(11 luglio 1943) Il battesimo di Donata: giornata di strani contrasti. Siamo svegliati alle cinque del mattino da un rombo lontano – e pensiamo a un bombardamento navale, fatto da navi nemiche, sulla costa della Toscana, o magari a un bombardamento di Grosseto o Livorno, preludio dell’invasione. Tutto il giorno aspettiamo avidamente, ma invano, la spiegazione di questo fragore. I comunicati, sia da Roma che da Londra annunciano soltanto nuovi sbarchi in Sicilia. Intanto la festa per il battesimo di Donata si svolge regolarmente e i bambini arrivano con mazzi di fiori e regalini. […] Gli ospiti si raccolgono intorno a monsignor Giulio Belvederi, venuto anche lui apposta da Roma, e alle undici si celebra la messa nella cappella di Gianni. L’Introito è molto appropriato: “Il Signore è mia luce e mia salvezza: da chi devo temere?… Se anche un esercito si accampasse contro di me, il mio cuore non tremerebbe”. Alle cinque e mezzo andiamo tutti alla chiesa del Castelluccio per il battesimo: sulla porta della chiesa è raccolta una gran folla di coloni e di bambini che ci seguono in giardino dopo la funzione. Quando tutto è finito, e i bambini se ne sono andati, apriamo la radio: gli sbarchi in Sicilia continuano». [pp. 42-43]

Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino 2014 (1a ed. 1956)
«(13 marzo 1944) Pranzammo all’osteria di Pomeifrè dove però non potemmo dormire, come speravo, perché l’unica stanza disponibile era occupata dall’ing. Bertolone, direttore della Riv, prelevato la notte del colpo, e tenuto come ostaggio finché la direzione non accolga certe richieste dei partigiani. L’ho visto uscire con un libro sotto il braccio e non mi è parso per nulla infelice, anche se gli han sequestrato le scarpe e deve passeggiare in pantofole.
Dopo pranzo ci sedemmo in un boschetto, naturalmente ancora spoglio, dove cercai di rammendare alla meglio l’impermeabile di Paolo. Più tardi ci fermammo alla spalletta d’un ponte alla svolta per Massello e attirai l’attenzione di Paolo sulle magnifiche “lame” d’acqua del fiume, simili a quelle nei pressi di Meana e di Pollone, in cui, bambino, andava a bagnarsi con le ragazze Croce nelle calde pacifiche estati.
Alle cinque, i bimbi di Pomeifrè uscirono da scuola, riempiendo la valle di schiamazzi e di giochi. Mi colpì, come già l’altra volta, il senso d’assoluta normalità e serenità che si ha in questi paesi». [pp. 80-81]

«([27] giugno 1944) Tornata a Meana, salii al Golvet col pranzo, Esterina e il fedele Tabui. Gli uomini stavan benissimo e s’eran costruito una specie di belvedere, opportunamente schermato, dove stavano a turno in vedetta, sorvegliando i movimenti del nemico. Aveva smesso di piovere e a un tratto venne fuori il sole. Mi sdraiai sull’erba accanto a Paolo e m’addormentai. Quando mi svegliai c’era ancora il sole ed Ettore diceva ridendo: – State lì tutti e due. Voglio farvi una bella fotografia a colori; la chiameremo “donna partigiana col piccolo”! – E la fece infatti; e, a parte la mia aria insonnolita e il mio vestito strappato, è una bellissima fotografia». [p. 133]

«(9 settembre 1944, Meana) Scesi stamane dal treno a Sant’Antonino, ci siam trovati a dover risolvere un difficile problema. Eravamo in quattro: Bianca, Paola Jarre, Ettore e io; e non avevamo che tre biciclette. Dopo un attento esame della situazione, Ettore attaccò alle spalle di Paola il suo pesantissimo sacco e caricò Bianca sulla canna della propria bicicletta.
Il viaggio fu ameno. Venticinque chilometri in canna non sono molto confortevoli: e Bianca cercò d’ammorbidir l’improvvisato sedile annodandovi su un paio di mutande che portava ad Alberto: sicché di quando in quando Ettore allungava la mano per sentir se c’erano ancora e diceva ridendo: – Volevo sentire se hai ancora le mutande -. Il sole era caldo, il che lo faceva sudare abbondantemente; e sudata era Paola, sotto il greve sacco; e sudata ero anch’io che pur portavo solo me stessa e un modesto sacchetto. Bianca non era sudata ma indolenzita: il che non le impedì di tenerci allegri per tutto il tempo con storielle e canzoncine». [p. 196]

Nuove scale di priorità

Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi, Torino 2014
«(19 aprile 1944) È strana l’indifferenza assoluta che ho oggi per la mia casa; anche se non sono stata mai eccessivamente casalinga, un poco una volta ci tenevo; e ricordo la specie di choc, subito temperato nel trovare intatti i libri, che provai quando, tornando dalla cantina dopo l’incursione aerea dell’8 dicembre, trovammo porte e finestre divelte, vetri infranti, tutto sconvolto. Ora invece non me ne importa più nulla. Se mi dicessero che tra un momento la casa salta per aria, m’affretterei ad andarmene, senza rimpianto, con un fagottino d’oggetti indispensabili e, naturalmente, i documenti utili, e magari il fucile sepolto in cantina. oggi mi pare che tutti gli oggetti a cui ieri attribuivo un valore – i bei cristalli di Baccarat di mio padre, le tovaglie ricamate di mia madre, persino la preziosa biblioteca di Piero – non abbian più nessun significato in questa lotta accanita e totale. Oggi gli impedimenta non son più l’utile zavorra della tradizione, ma veri e propri impedimenta nel senso etimologico della parola» [p. 115]

«(7 agosto 1944) … un ragazzetto arrivò ansando ad avvertire che avevan deciso di bruciare tutte le case del paese. […] Esterina si mise rapidamente a far su la biancheria, a smontar la macchina per far le maglie che costituisce il suo mestiere e la sua ricchezza. Anch’io pensai che avrei dovuto cercar di salvare qualcosa: gli indumenti invernali intanto, le scarpe, le coperte. Saggiamente, al mattino, prima di partire, Ettore s’era cacciato in fretta nel sacco un servizio da tavola ricamato, antica eredità di famiglia, che avevam portato a Meana per salvarlo dai bombardamenti. Feci dei grossi involti che buttai giù dal terrazzo e trascinai poi nel bosco vicino. Mi vennero tra le mani i voluminosi manoscritti della traduzione dei Saggi di Bacone e del carteggio Senior-Tocqueville. Con quanta ansia avevo cercato, circa due anni prima di portarli al sicuro perché non andassero perduti: rappresentavano il risultato di mesi di lavoro, di ricerche, di fatica. Ma oggi li abbandonai senza rimpianto. “Non servon proprio a niente, – pensai. – Se usciremo da tutto questo, farò altre cose. Che cosa me ne importa?” Meglio mettere in salvo un paio di calze di lana, magari rattoppate, una scatola di carne o di latte condensato! Come s’è spostata in questi mesi la scala dei valori! Ieri il frutto del mio lavoro intellettuale mi pareva importante e prezioso: oggi le cose che contano son quelle che servono ai bisogni fondamentali della vita, a riparar dal freddo, a salvar dalla fame» [pp. 171-172]

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015
«Dopo la guerra tutto mi faceva compassione: le persone, i galli, i cani… Anche adesso non posso sopportare il dolore altrui. Ho lavorato in un ospedale, i malati mi amavano perché con loro ero affettuosa. Abbiamo un grande giardino. Non ho mai venduto né una mela né una bacca. Regalo sempre tutto… dai giorni della guerra mi è rimasto questo gran cuore» [p. 377]

Raccontare l’emergenza

L’emergenza è anche qualcosa che si stenta a raccontare, qualcosa che, una volta passata, riesce difficile rievocare nella sua interezza e, a maggior ragione, comprendere appieno. Simone De Beauvoir descrive in poche parole la sensazione di una memoria frantumata e frammentaria; Svetlana Aleksievič riporta le riflessioni di coloro che, dopo la Seconda guerra mondiale o dopo la catastrofe di Černobyl’, non sono mai riusciti a trovare le parole per raccontare né, tantomeno, per dare un senso a ciò che hanno vissuto.

Raccontare l’emergenza

Simone de Beauvoir, L’età forte, Torino, Einaudi 1961
«Per noi, che non volevamo adattarci al trionfo del Reich e non osavamo credere nella sua sconfitta fu un periodo così ambiguo che perfino il ricordo che ne ho conservato è confuso. Una volta tornata la pace ho spesso sentito come se fosse difficile parlarne a qualcuno che non l’avesse vissuto[1]; oggi, a quasi vent’anni di distanza, non riesco a resuscitarne la verità nemmeno per me stessa. A malapena riesco ad evocarne qualche tratto, qualche episodio».

Svetlana Aleksievič, La guerra non ha un volto di donna, Bompiani, Milano 2015
«Sapesse come è difficile uccidere una persona… Io lavoravo nella resistenza clandestina. Dopo 6 mesi mi hanno affidato una missione: farmi assumere dai tedeschi come cameriera alla mensa ufficiali… Ero giovane, bella. Mi hanno presa. Avrei dovuto mettere del veleno nella pentola della zuppa e il giorno stesso raggiungere i partigiani. Ma mi ero ormai abituata a loro, e anche se erano i nostri nemici quando li vedi ogni giorno ti dicono: danke schön…danke schön diventa tutto più complicato… Uccidere può fare più paura che morire. Ho insegnato storia tutta la vita e non ho mai saputo come raccontare tutto questo, con quali parole» [p. 42]

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, Roma 2002 (ed. or. 1997)
(testimonianza di Evgenij Aleksandrovič Brovkin, docente dell’Università statale di Gomel’)
«E ho cominciato a chiedermi come mai Černobyl’ interessi così poco i nostri scrittori, i quali continuano a scrivere sulla guerra, i lager, ma di questo tacciono. Pensate che sia un caso? Se noi avessimo vinto Černobyl’, se ne parlerebbe e scriverebbe di più. O se l’avessimo almeno compreso. E invece non sappiamo che senso trarre da tutto questo orrore. Non ne siamo capaci. Perché non è commisurabile né alla nostra esperienza di uomini né al nostro tempo umano. E allora cos’è meglio: ricordare o dimenticare?» [p. 123]

[1] E’ un mio proprio sentimento quello che esprimo nei Mandarini, quando Anne, cercando di parlare a Scriassin, constata: «Tutto era stato peggio o più sopportabile di quanto egli immaginasse: non erano accadute a me, le disgrazie, pure avevano ossessionato la mia vita»

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