Seconda guerra mondiale

da | Giu 10, 2020 |

10 giugno 1940: la storia

Ottanta anni fa, l’Italia entrava in guerra contro Francia e Inghilterra, a fianco della Germania hitleriana. Iniziava un conflitto che sarebbe durato cinque anni, avrebbe visto la sconfitta delle armate italiane in Grecia, Africa, Unione Sovietica, la caduta del regime, l’invasione angloamericana, l’occupazione tedesca, il disfacimento dello stato monarchico-fascista e la guerra civile.
Istoreto inaugura un nuovo canale tematico dedicato ai vari aspetti della partecipazione dell’Italia al conflitto, con una duplice prospettiva: da un lato si guarda agli eventi, con approfondimenti, materiali d’archivio e indicazioni bibliografiche; dall’altro, alla memoria di quegli eventi, per analizzarne i meccanismi, l’evoluzione, la funzione pubblica nel lungo dopoguerra.

Risorse bibliografiche
La guerra delle 100 ore

Il 10 giugno del 1940 con l’aggressione contro la Francia, considerata ormai incapace di difendersi, ebbe inizio la guerra fascista italiana. Fu, secondo la formula del presidente Roosevelt, “una pugnalata alla schiena”, che andò a intaccare un tessuto secolare di relazioni sociali  e che riportò il conflitto armato in territori che da più di cent’anni ne erano indenni, trasformando una frontiera tendenzialmente “permeabile” in fronte di guerra.

La battaglia delle Alpi

Sotto questo nome si intendono i combattimenti avvenuti sulle Alpi francesi a partire dal 20 giugno 1940, che vedono contrapporsi le truppe francesi da un lato e quelle italiane e tedesche dall’altro. Gli scontri principali avvengono sulle Alpi Marittime, al Monginevro, in Maurienne, e in Tarentaise per il fronte  italiano, a Voreppe et Chambéry, e lungo il Rodano per il fronte tedesco. Durante questa  battaglia l’esercito francese resiste e non viene sconfitto militarmente, ragion per cui le regioni alpine francesi verranno occupate dai tedeschi e dagli italiani solo a partire dal novembre 1942. Nasce qui il tema  dell’esercito imbattuto, che permette di sviluppare al sud della Francia una “memoria vittoriosa” che in parte compensa la memoria della disfatta («mémoire flagellante») che si sviluppa invece nel Nord del Paese.

La guerra delle 100 ore

Sulle Alpi dunque l’unico confronto bellico su terra delle due potenze latine ebbe inizio il 21 giugno del 1940. I 133.000 uomini della 4ª armata italiana, comandati dal generale Guzzoni, tra il Monte Bianco e il Monviso, e della 1ª armata, alla guida del generale Pintor, dal Monviso a Ventimiglia, si opposero ai 58.000 francesi comandati dal generale Olry. Ma le truppe  italiane erano mal preparate e male equipaggiate e la resistenza degli Chasseurs alpins francesi si rivelò più efficace di quanto non fosse stato previsto. Di fatto a sconfiggere la Francia furono i tedeschi, con i quali i francesi il 22 giugno firmarono l’armistizio. Così, quando il 25 giugno arrivò l’armistizio di Villa Incisa, l’esercito italiano aveva conquistato solo una zona di 800 kmq, popolata da 28.000 abitanti. In Savoia si trattava dei comuni di Bessans, Séez, Montvalaison, Bramans, Lanslevillard, Lanslebourg, Termignon, Sollières, Sardières e Sainte-Foy-Tarentaise, nelle Hautes-Alpes, di Montgenèvre e Ristolas, ma soprattutto nelle Alpi Marittime, di Fontan e di Mentone.

[Da Barbara Berruti (a cura di). Guerra, Resistenza, Alleati, Torino, Istoreto-Multimedia, 2007]
L'evacuazione dei villaggi di frontiera

La prima conseguenza dell’entrata in guerra fu, nel giugno del 1940, l’evacuazione dei villaggi alpini: si trattò nella provincia di Torino dei paesi di Bardonecchia, Oulx, Clavières e Cesana; in quella che era la provincia di Aosta delle località di Ceresole Reale, Courmayeur, Pré St. Didier, La Thuile, Valgrisanche; in provincia di Cuneo di quasi tutti i centri abitati delle valli Po, Varaita, Maira, Stura, Gesso e Roia: «Qualche giorno prima dell’inizio delle operazioni si decide che tutta la popolazione delle alte valli deve essere evacuata. Inizia un esodo doloroso, caotico, all’italiana, all’insegna della fretta e dell’improvvisazione. Si deve abbandonare tutto, anche le mucche nelle stalle, e scendere nei “campi profughi” in pianura» (Nuto Revelli, Le due guerre, Torino, Einaudi, 2003, p. 30). Anche i villaggi sulle Alpi Marittime subirono la stessa sorte: «In giugno era venuto all’entroterra l’ordine di immediata evacuazione; per le vie della nostra città [Sanremo, NdR] avevamo visto passare i profughi, trascinando carretti carichi delle loro miserie: materassi sfiancati, sacchi di crusca, una capra, una gallina. L’esodo fu di breve durata. Ma bastò perché tornando trovassero i loro luoghi devastati» (Italo Calvino, I racconti, Milano, Mondadori, 1993, vol. 1, p. 246).

Le valli del Cuneese

L’esempio più significativo fu quello della più importante valle di transito verso la Francia, la valle Stura di Demonte. Un piccolo dramma, non insignificante, fu lo sgombero della popolazione da tutta l’alta valle, programmato fin dal 1938. La previsione era di svuotare Argentera, Bersezio, Pietraporzio, Sambuco e le frazioni più alte di Vinadio, per un totale di 2615 persone. Si pensava ad uno spostamento addirittura in altre province di evacuazione (Asti, Alessandria). In effetti la popolazione sgombrata, in parte volontariamente, tra l’8 e il 10 giugno, incolonnata per scendere a valle a piedi, salvo gli inabili, con masserizie e bestiame, si fermò per lo più nei “posti sosta”. Per chi abitava in cima alla valle era prevista una prima tappa a Pietraporzio e a Sambuco, poi a Vinadio e a Demonte e infine un “posto tappa” a Borgo San Dalmazzo. In queste località furono predisposti locali per vettovagliamento, per l’alloggio e l’assistenza sanitaria. A Vinadio il “posto sosta” aveva la capacità di circa mille persone.

I  rientri

Molti sfollati non si allontanarono oltre la bassa valle e passarono i giorni della guerra ospiti di altre famiglie, mentre nei centri evacuati rimasero i mobilitati civili, impiegati e persone che dovevano garantire i servizi essenziali, e i fornitori militari.
Molti degli sfollati rientrarono alle loro case già alla fine di giugno. Oltre ai disagi e alle paure, subirono notevoli danni: bestiame svenduto perché intrasportabile, perdite di risorse alimentari, pascoli danneggiati, abitazioni occupate dai militari. Talvolta occorreva ancora dividere con i soldati le dimore al momento del rientro, in una promiscuità che non prometteva nulla di buono. Come sempre lo Stato non sarà all’altezza nel compensare i danni subiti. Un’agevolazione modestissima sarà accordata nel novembre del 1941, con l’esenzione pari alla quota di un mese dell’imposta generale sulle entrate.
Anche il paese di Briga, in valle Roia, fu completamente sgombrato. La popolazione venne sfollata nell’Astigiano, in treno. Molti finirono a Montemagno. Dopo una quindicina di giorni ritornarono tutti a Briga.

Bardonecchia

Il comune di Bardonecchia rappresenta un caso esemplare nella storia dell’evacuazione e dello sfollamento della popolazione civile. Situato nell’alta valle di Susa in prossimità del confine francese, il paese fu interamente evacuato per ragioni strategiche tra il 9 e il 12 giugno del 1940; due anni dopo, da realtà di sfollati divenne meta di quanti abbandonavano il capoluogo subalpino in cerca di maggiore sicurezza.

Nel giugno 1940, secondo quanto previsto dal Manifesto per lo sgombero della popolazione civile residente in prossimità della frontiera, redatto dal comando militare della zona di Torino di concerto con le autorità locali, gli abitanti di Bardonecchia e delle frazioni montane vennero sfollati e indirizzati nelle province di Asti e Alessandria (Ordine di sgombero d’autorità della popolazione civile 9 giugno 1940). La messa a punto del piano pose il problema dello sgombero del bestiame, importante fonte di sostentamento per molti abitanti: molti equini furono requisiti d’autorità dai militari e fu autorizzato lo spostamento a valle dei bovini da macello o l’indennizzo in caso di vendita.

[Da Barbara Berruti (a cura di), Guerra, Resistenza, Alleati, Torino, Istoreto-Multimedia, 2007]
Materiali dall'archivio Istoreto

Il fondo Ettore Serafino.

Il fondo intitolato a Ettore Serafino (1918-2012) è costituito da oltre 1800 fotografie suddivise in tre album. Il primo album raccoglie scatti relativi al periodo trascorso come allievo ufficiale a Bassano del Grappa e ad Asiago (novembre 1938-aprile 1939), alle successive esercitazioni svolte in Val Chisone in in Val Pellice, alla presenza sul fronte occidentale nelle zone di La Monta e Ristolas (giugno-luglio 1940) e all’esperienza sul fronte greco-albanese. Dopo l’8 settembre Serafino partecipa attivamente alla Resistenza, diventando uno dei più importanti comandanti partigiani in Val Chisone.

Profilo biografico e didascalie

La pagina del fondo su Archos.

Fondo Ettore Serafino, Istoreto

10 giugno 1940: la memoria

Lunedì 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annuncia l’entrata in guerra: grazie alla diretta radiofonica le sue parole rimbalzano nelle piazze di tutta Italia. Sono le 18, il discorso è breve ed è noto, così come sono note le immagini di piazza Venezia sapientemente inquadrata per sembrare gremita, più di quanto realmente sia. Meno presenti nell’immaginario collettivo quelle di Torino: anche piazza Castello è piena, ma gli applausi sono pochi, l’entusiasmo della folla non è paragonabile a quello manifestato qualche anno prima nello stesso luogo per l’inizio della guerra d’Etiopia. Eppure fra i due conflitti c’è un legame profondo. Il 10 giugno segna l’inevitabile punto di arrivo di una politica di aggressione finalizzata a fare dell’Italia il centro di un Impero, ma è anche un punto di non ritorno, “l’inizio della fine” del regime…

Testo completo

Lunedì 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annuncia l’entrata in guerra: grazie alla diretta radiofonica le sue parole rimbalzano nelle piazze di tutta Italia. Sono le 18, il discorso è breve ed è noto, così come sono note le immagini di piazza Venezia sapientemente inquadrata per sembrare gremita, più di quanto realmente sia. Meno presenti nell’immaginario collettivo quelle di Torino: anche piazza Castello è piena, ma gli applausi sono pochi, l’entusiasmo della folla non è paragonabile a quello manifestato qualche anno prima nello stesso luogo per l’inizio della guerra d’Etiopia. Eppure fra i due conflitti c’è un legame profondo. Il 10 giugno segna l’inevitabile punto di arrivo di una politica di aggressione finalizzata a fare dell’Italia il centro di un Impero, ma è anche un punto di non ritorno, “l’inizio della fine” del regime.
La guerra “parallela” a fianco della Germania nazista è infatti  fallimentare e la data del suo inizio è fin da subito scomoda. Nel primo anniversario Mussolini pronuncia un discorso celebrativo che si conclude con una “fiera e incrollabile certezza: Vinceremo”; l’anno dopo la certezza già vacilla, benché venga riaffermata sulle prime pagine dei giornali, e non si parla più di vittorie ma di un naturale susseguirsi di scontri dall’esito variabile e di un inevitabile “urto di rivoluzioni e di civiltà” in cui la posta in gioco è una diversa visione del mondo. Dall’anno successivo non si celebra più.
Scomoda sotto il regime, la data rimane tale sotto la Repubblica: segna l’inizio di una guerra combattuta dalla parte sbagliata e persa, con cui è difficile fare i conti. Le memorie e i diari dei protagonisti usciti nella seconda metà degli anni quaranta tendono a scaricare tutta la responsabilità su Mussolini, l’uomo solo al comando, e a restituire l’immagine di un’intera nazione condotta in guerra contro la propria volontà. La commemorazione dei soldati caduti nel triennio 1940-1943  viene affidata alle lapidi, ai cippi e ai monumenti già esistenti e i loro nomi scolpiti sotto quelli delle guerre precedenti, come un segno di continuità nella storia dell’Italia Unita.
Per una riflessione sul significato del 10 giugno bisogna aspettare il primo decennale, quando ritorna sulle pagine dei giornali come la data “funesta”, riscattata solo dall’esperienza della Resistenza e dei venti mesi di lotta partigiana. Scomparsa nuovamente dallo spazio pubblico, riemerge nel ventennale come “il giorno fatale” in cui gli italiani sono stati trascinati in una guerra che non sentivano e non volevano e che per molti si è risolta in tragedia. Tuttavia è proprio questo il momento in cui per la prima volta affiorano altre memorie dal basso che mettono in luce come quella data, ingombrante e il più possibile ignorata nelle celebrazioni ufficiali, sia invece centrale nelle vicende individuali. Il 10 giugno viene da quel momento raccontato come l’inizio di un percorso graduale di allontanamento dal regime, che matura poi sui vari fronti di guerra, in Francia, in Grecia e soprattutto in Russia. Ma l’inizio è lì, in quel caldo lunedì di giugno dove molti, ancora increduli, ascoltano le parole che stanno per cambiare per sempre le loro vite. Prima le evacuazioni dei villaggi di frontiera, le lacerazioni interne alle comunità alpine, poi i bombardamenti, lo sfollamento, i lutti, la fame, il freddo, le privazioni. È questa l’esperienza di guerra che accomuna tutti gli italiani da nord a sud ed è questa che di decennale in decennale emerge prepotentemente fino a raggiungere il culmine negli anni novanta, quando i testimoni di allora sollecitati dai giornali e dalla televisione sommergono le redazioni con le loro memorie.Resta ancora fuori dal discorso pubblico una riflessione sulle responsabilità di quella guerra di aggressione, sui crimini commessi dagli italiani, sul loro operato nei territori occupati. Quella guerra non è stata un incidente di percorso, è stata il naturale punto di approdo di una politica totalitaria e gli italiani prima o poi anche con il fascismo dovranno fare i conti.

[Barbara Berruti]
La memoria sui giornali

Nei primi quindici anni del dopoguerra, la ricorrenza del 10 giugno fu praticamente assente sulle pagine dei principali quotidiani italiani: troppo freschi erano ancora i ricordi del conflitto che allora aveva avuto inizio, troppo difficile, probabilmente, fare i conti con il fatto che l’Italia vi aveva giocato il ruolo di aggressore e non di vittima. Con il ventennale, che fu anche il quindicesimo anniversario della Liberazione, le cose cambiarono. In parallelo con la “riscoperta” della Resistenza e della lotta antifascista, si ricominciò a parlare anche della guerra di aggressione italiana: pur con sfumature differenti a seconda dell’orientamento politico e ideologico, essa venne comunemente descritta come la guerra fascista, voluta da Mussolini contro i desideri e gli auspici della grande maggioranza degli italiani. Una rappresentazione che, se pure con molti elementi di verità, contribuiva potentemente ad assolvere il paese da ogni responsabilità e anche da ogni complicità con il defunto regime.

Articoli di giornale sul 10 giugno 1940

Testimonianze dell'epoca

Come fu vissuto, come fu interpretato il momento dell’ingresso dell’Italia in guerra?
Abbiamo provato a incrociare sguardi e riflessioni differenti, testimonianze a caldo di protagonisti con ruoli diversi, figure del regime e semplici cittadini, tutti comunque osservatori capaci di offrire prospettive molteplici. Discorsi ufficiali, diari, carteggi ci mostrano in presa diretta le reazioni a un passo che avrebbe profondamente inciso sulle sorti collettive del paese. E lo sguardo si arricchisce ulteriormente grazie a memorie e narrazioni prodotte a posteriori, che al ricordo aggiungono la consapevolezza del senno di poi.

10 giugno 1940. Pagine di diario e discorsi

Memorie e racconti successivi

Fondo Ettore Serafino, Istoreto

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