10 giugno 1940: la storia

Ottanta anni fa, l’Italia entrava in guerra contro Francia e Inghilterra, a fianco della Germania hitleriana. Iniziava un conflitto che sarebbe durato cinque anni, avrebbe visto la sconfitta delle armate italiane in Grecia, Africa, Unione Sovietica, la caduta del regime, l’invasione angloamericana, l’occupazione tedesca, il disfacimento dello stato monarchico-fascista e la guerra civile.
Istoreto inaugura un nuovo canale tematico dedicato ai vari aspetti della partecipazione dell’Italia al conflitto, con una duplice prospettiva: da un lato si guarda agli eventi, con approfondimenti, materiali d’archivio e indicazioni bibliografiche; dall’altro, alla memoria di quegli eventi, per analizzarne i meccanismi, l’evoluzione, la funzione pubblica nel lungo dopoguerra.

Risorse bibliografiche
La guerra delle 100 ore

Il 10 giugno del 1940 con l’aggressione contro la Francia, considerata ormai incapace di difendersi, ebbe inizio la guerra fascista italiana. Fu, secondo la formula del presidente Roosevelt, “una pugnalata alla schiena”, che andò a intaccare un tessuto secolare di relazioni sociali  e che riportò il conflitto armato in territori che da più di cent’anni ne erano indenni, trasformando una frontiera tendenzialmente “permeabile” in fronte di guerra.

La battaglia delle Alpi

Sotto questo nome si intendono i combattimenti avvenuti sulle Alpi francesi a partire dal 20 giugno 1940, che vedono contrapporsi le truppe francesi da un lato e quelle italiane e tedesche dall’altro. Gli scontri principali avvengono sulle Alpi Marittime, al Monginevro, in Maurienne, e in Tarentaise per il fronte  italiano, a Voreppe et Chambéry, e lungo il Rodano per il fronte tedesco. Durante questa  battaglia l’esercito francese resiste e non viene sconfitto militarmente, ragion per cui le regioni alpine francesi verranno occupate dai tedeschi e dagli italiani solo a partire dal novembre 1942. Nasce qui il tema  dell’esercito imbattuto, che permette di sviluppare al sud della Francia una “memoria vittoriosa” che in parte compensa la memoria della disfatta («mémoire flagellante») che si sviluppa invece nel Nord del Paese.

La guerra delle 100 ore

Sulle Alpi dunque l’unico confronto bellico su terra delle due potenze latine ebbe inizio il 21 giugno del 1940. I 133.000 uomini della 4ª armata italiana, comandati dal generale Guzzoni, tra il Monte Bianco e il Monviso, e della 1ª armata, alla guida del generale Pintor, dal Monviso a Ventimiglia, si opposero ai 58.000 francesi comandati dal generale Olry. Ma le truppe  italiane erano mal preparate e male equipaggiate e la resistenza degli Chasseurs alpins francesi si rivelò più efficace di quanto non fosse stato previsto. Di fatto a sconfiggere la Francia furono i tedeschi, con i quali i francesi il 22 giugno firmarono l’armistizio. Così, quando il 25 giugno arrivò l’armistizio di Villa Incisa, l’esercito italiano aveva conquistato solo una zona di 800 kmq, popolata da 28.000 abitanti. In Savoia si trattava dei comuni di Bessans, Séez, Montvalaison, Bramans, Lanslevillard, Lanslebourg, Termignon, Sollières, Sardières e Sainte-Foy-Tarentaise, nelle Hautes-Alpes, di Montgenèvre e Ristolas, ma soprattutto nelle Alpi Marittime, di Fontan e di Mentone.

[Da Barbara Berruti (a cura di). Guerra, Resistenza, Alleati, Torino, Istoreto-Multimedia, 2007]
L'evacuazione dei villaggi di frontiera

La prima conseguenza dell’entrata in guerra fu, nel giugno del 1940, l’evacuazione dei villaggi alpini: si trattò nella provincia di Torino dei paesi di Bardonecchia, Oulx, Clavières e Cesana; in quella che era la provincia di Aosta delle località di Ceresole Reale, Courmayeur, Pré St. Didier, La Thuile, Valgrisanche; in provincia di Cuneo di quasi tutti i centri abitati delle valli Po, Varaita, Maira, Stura, Gesso e Roia: «Qualche giorno prima dell’inizio delle operazioni si decide che tutta la popolazione delle alte valli deve essere evacuata. Inizia un esodo doloroso, caotico, all’italiana, all’insegna della fretta e dell’improvvisazione. Si deve abbandonare tutto, anche le mucche nelle stalle, e scendere nei “campi profughi” in pianura» (Nuto Revelli, Le due guerre, Torino, Einaudi, 2003, p. 30). Anche i villaggi sulle Alpi Marittime subirono la stessa sorte: «In giugno era venuto all’entroterra l’ordine di immediata evacuazione; per le vie della nostra città [Sanremo, NdR] avevamo visto passare i profughi, trascinando carretti carichi delle loro miserie: materassi sfiancati, sacchi di crusca, una capra, una gallina. L’esodo fu di breve durata. Ma bastò perché tornando trovassero i loro luoghi devastati» (Italo Calvino, I racconti, Milano, Mondadori, 1993, vol. 1, p. 246).

Le valli del Cuneese

L’esempio più significativo fu quello della più importante valle di transito verso la Francia, la valle Stura di Demonte. Un piccolo dramma, non insignificante, fu lo sgombero della popolazione da tutta l’alta valle, programmato fin dal 1938. La previsione era di svuotare Argentera, Bersezio, Pietraporzio, Sambuco e le frazioni più alte di Vinadio, per un totale di 2615 persone. Si pensava ad uno spostamento addirittura in altre province di evacuazione (Asti, Alessandria). In effetti la popolazione sgombrata, in parte volontariamente, tra l’8 e il 10 giugno, incolonnata per scendere a valle a piedi, salvo gli inabili, con masserizie e bestiame, si fermò per lo più nei “posti sosta”. Per chi abitava in cima alla valle era prevista una prima tappa a Pietraporzio e a Sambuco, poi a Vinadio e a Demonte e infine un “posto tappa” a Borgo San Dalmazzo. In queste località furono predisposti locali per vettovagliamento, per l’alloggio e l’assistenza sanitaria. A Vinadio il “posto sosta” aveva la capacità di circa mille persone.

I  rientri

Molti sfollati non si allontanarono oltre la bassa valle e passarono i giorni della guerra ospiti di altre famiglie, mentre nei centri evacuati rimasero i mobilitati civili, impiegati e persone che dovevano garantire i servizi essenziali, e i fornitori militari.
Molti degli sfollati rientrarono alle loro case già alla fine di giugno. Oltre ai disagi e alle paure, subirono notevoli danni: bestiame svenduto perché intrasportabile, perdite di risorse alimentari, pascoli danneggiati, abitazioni occupate dai militari. Talvolta occorreva ancora dividere con i soldati le dimore al momento del rientro, in una promiscuità che non prometteva nulla di buono. Come sempre lo Stato non sarà all’altezza nel compensare i danni subiti. Un’agevolazione modestissima sarà accordata nel novembre del 1941, con l’esenzione pari alla quota di un mese dell’imposta generale sulle entrate.
Anche il paese di Briga, in valle Roia, fu completamente sgombrato. La popolazione venne sfollata nell’Astigiano, in treno. Molti finirono a Montemagno. Dopo una quindicina di giorni ritornarono tutti a Briga.

Bardonecchia

Il comune di Bardonecchia rappresenta un caso esemplare nella storia dell’evacuazione e dello sfollamento della popolazione civile. Situato nell’alta valle di Susa in prossimità del confine francese, il paese fu interamente evacuato per ragioni strategiche tra il 9 e il 12 giugno del 1940; due anni dopo, da realtà di sfollati divenne meta di quanti abbandonavano il capoluogo subalpino in cerca di maggiore sicurezza.

Nel giugno 1940, secondo quanto previsto dal Manifesto per lo sgombero della popolazione civile residente in prossimità della frontiera, redatto dal comando militare della zona di Torino di concerto con le autorità locali, gli abitanti di Bardonecchia e delle frazioni montane vennero sfollati e indirizzati nelle province di Asti e Alessandria (Ordine di sgombero d’autorità della popolazione civile 9 giugno 1940). La messa a punto del piano pose il problema dello sgombero del bestiame, importante fonte di sostentamento per molti abitanti: molti equini furono requisiti d’autorità dai militari e fu autorizzato lo spostamento a valle dei bovini da macello o l’indennizzo in caso di vendita.

[Da Barbara Berruti (a cura di), Guerra, Resistenza, Alleati, Torino, Istoreto-Multimedia, 2007]
Materiali dall'archivio Istoreto

Il fondo Ettore Serafino.

Il fondo intitolato a Ettore Serafino (1918-2012) è costituito da oltre 1800 fotografie suddivise in tre album. Il primo album raccoglie scatti relativi al periodo trascorso come allievo ufficiale a Bassano del Grappa e ad Asiago (novembre 1938-aprile 1939), alle successive esercitazioni svolte in Val Chisone in in Val Pellice, alla presenza sul fronte occidentale nelle zone di La Monta e Ristolas (giugno-luglio 1940) e all’esperienza sul fronte greco-albanese. Dopo l’8 settembre Serafino partecipa attivamente alla Resistenza, diventando uno dei più importanti comandanti partigiani in Val Chisone.

Profilo biografico e didascalie

La pagina del fondo su Archos.

Fondo Ettore Serafino, Istoreto

10 giugno 1940: la memoria

Lunedì 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annuncia l’entrata in guerra: grazie alla diretta radiofonica le sue parole rimbalzano nelle piazze di tutta Italia. Sono le 18, il discorso è breve ed è noto, così come sono note le immagini di piazza Venezia sapientemente inquadrata per sembrare gremita, più di quanto realmente sia. Meno presenti nell’immaginario collettivo quelle di Torino: anche piazza Castello è piena, ma gli applausi sono pochi, l’entusiasmo della folla non è paragonabile a quello manifestato qualche anno prima nello stesso luogo per l’inizio della guerra d’Etiopia. Eppure fra i due conflitti c’è un legame profondo. Il 10 giugno segna l’inevitabile punto di arrivo di una politica di aggressione finalizzata a fare dell’Italia il centro di un Impero, ma è anche un punto di non ritorno, “l’inizio della fine” del regime…

Testo completo

Lunedì 10 giugno 1940 dal balcone di Palazzo Venezia Mussolini annuncia l’entrata in guerra: grazie alla diretta radiofonica le sue parole rimbalzano nelle piazze di tutta Italia. Sono le 18, il discorso è breve ed è noto, così come sono note le immagini di piazza Venezia sapientemente inquadrata per sembrare gremita, più di quanto realmente sia. Meno presenti nell’immaginario collettivo quelle di Torino: anche piazza Castello è piena, ma gli applausi sono pochi, l’entusiasmo della folla non è paragonabile a quello manifestato qualche anno prima nello stesso luogo per l’inizio della guerra d’Etiopia. Eppure fra i due conflitti c’è un legame profondo. Il 10 giugno segna l’inevitabile punto di arrivo di una politica di aggressione finalizzata a fare dell’Italia il centro di un Impero, ma è anche un punto di non ritorno, “l’inizio della fine” del regime.
La guerra “parallela” a fianco della Germania nazista è infatti  fallimentare e la data del suo inizio è fin da subito scomoda. Nel primo anniversario Mussolini pronuncia un discorso celebrativo che si conclude con una “fiera e incrollabile certezza: Vinceremo”; l’anno dopo la certezza già vacilla, benché venga riaffermata sulle prime pagine dei giornali, e non si parla più di vittorie ma di un naturale susseguirsi di scontri dall’esito variabile e di un inevitabile “urto di rivoluzioni e di civiltà” in cui la posta in gioco è una diversa visione del mondo. Dall’anno successivo non si celebra più.
Scomoda sotto il regime, la data rimane tale sotto la Repubblica: segna l’inizio di una guerra combattuta dalla parte sbagliata e persa, con cui è difficile fare i conti. Le memorie e i diari dei protagonisti usciti nella seconda metà degli anni quaranta tendono a scaricare tutta la responsabilità su Mussolini, l’uomo solo al comando, e a restituire l’immagine di un’intera nazione condotta in guerra contro la propria volontà. La commemorazione dei soldati caduti nel triennio 1940-1943  viene affidata alle lapidi, ai cippi e ai monumenti già esistenti e i loro nomi scolpiti sotto quelli delle guerre precedenti, come un segno di continuità nella storia dell’Italia Unita.
Per una riflessione sul significato del 10 giugno bisogna aspettare il primo decennale, quando ritorna sulle pagine dei giornali come la data “funesta”, riscattata solo dall’esperienza della Resistenza e dei venti mesi di lotta partigiana. Scomparsa nuovamente dallo spazio pubblico, riemerge nel ventennale come “il giorno fatale” in cui gli italiani sono stati trascinati in una guerra che non sentivano e non volevano e che per molti si è risolta in tragedia. Tuttavia è proprio questo il momento in cui per la prima volta affiorano altre memorie dal basso che mettono in luce come quella data, ingombrante e il più possibile ignorata nelle celebrazioni ufficiali, sia invece centrale nelle vicende individuali. Il 10 giugno viene da quel momento raccontato come l’inizio di un percorso graduale di allontanamento dal regime, che matura poi sui vari fronti di guerra, in Francia, in Grecia e soprattutto in Russia. Ma l’inizio è lì, in quel caldo lunedì di giugno dove molti, ancora increduli, ascoltano le parole che stanno per cambiare per sempre le loro vite. Prima le evacuazioni dei villaggi di frontiera, le lacerazioni interne alle comunità alpine, poi i bombardamenti, lo sfollamento, i lutti, la fame, il freddo, le privazioni. È questa l’esperienza di guerra che accomuna tutti gli italiani da nord a sud ed è questa che di decennale in decennale emerge prepotentemente fino a raggiungere il culmine negli anni novanta, quando i testimoni di allora sollecitati dai giornali e dalla televisione sommergono le redazioni con le loro memorie.Resta ancora fuori dal discorso pubblico una riflessione sulle responsabilità di quella guerra di aggressione, sui crimini commessi dagli italiani, sul loro operato nei territori occupati. Quella guerra non è stata un incidente di percorso, è stata il naturale punto di approdo di una politica totalitaria e gli italiani prima o poi anche con il fascismo dovranno fare i conti.

[Barbara Berruti]
La memoria sui giornali

Nei primi quindici anni del dopoguerra, la ricorrenza del 10 giugno fu praticamente assente sulle pagine dei principali quotidiani italiani: troppo freschi erano ancora i ricordi del conflitto che allora aveva avuto inizio, troppo difficile, probabilmente, fare i conti con il fatto che l’Italia vi aveva giocato il ruolo di aggressore e non di vittima. Con il ventennale, che fu anche il quindicesimo anniversario della Liberazione, le cose cambiarono. In parallelo con la “riscoperta” della Resistenza e della lotta antifascista, si ricominciò a parlare anche della guerra di aggressione italiana: pur con sfumature differenti a seconda dell’orientamento politico e ideologico, essa venne comunemente descritta come la guerra fascista, voluta da Mussolini contro i desideri e gli auspici della grande maggioranza degli italiani. Una rappresentazione che, se pure con molti elementi di verità, contribuiva potentemente ad assolvere il paese da ogni responsabilità e anche da ogni complicità con il defunto regime.

Articoli di giornale sul 10 giugno 1940

Testimonianze dell'epoca

Come fu vissuto, come fu interpretato il momento dell’ingresso dell’Italia in guerra?
Abbiamo provato a incrociare sguardi e riflessioni differenti, testimonianze a caldo di protagonisti con ruoli diversi, figure del regime e semplici cittadini, tutti comunque osservatori capaci di offrire prospettive molteplici. Discorsi ufficiali, diari, carteggi ci mostrano in presa diretta le reazioni a un passo che avrebbe profondamente inciso sulle sorti collettive del paese. E lo sguardo si arricchisce ulteriormente grazie a memorie e narrazioni prodotte a posteriori, che al ricordo aggiungono la consapevolezza del senno di poi.

10 giugno 1940. Pagine di diario e discorsi

Memorie e racconti successivi
Fondo Ettore Serafino, Istoreto

28 ottobre 1940: la storia

Il 4 ottobre 1940 Hitler e Mussolini si incontrano al Brennero: il Fuhrer mette in guardia il Duce dall’attaccare la Grecia per evitare un intervento inglese in quell’area e in vista di un eventuale sforzo comune per invadere l’Inghilterra. Dal momento che pare rinviato l’attacco alla Grecia, il 10 ottobre l’esercito italiano smobilita 600.000 uomini su 1.100.000. Tra il 12 e il 15 ottobre si decide, invece, di procedere in conseguenza anche del fatto che Hitler ha occupato i pozzi di petrolio rumeni senza preavvisare Mussolini. Vengono richiamate alle armi classi poco addestrate per rafforzare reparti già smobilitati e con comandanti di plotone di prima nomina. Il 28 ottobre Hitler e Mussolini si incontrano a Firenze, nel XVIII anniversario della marcia fascista su Roma. Mussolini informa l’alleato che sta cominciando l’aggressione italiana alla Grecia. Per l’intero inverno le truppe resteranno bloccate sulle montagne albanesi in durissime condizioni climatiche, logistiche e d’impiego. Il 10 novembre si assiste al primo contrattacco greco sul fronte albanese, il 3 dicembre l’esercito greco passa alla controffensiva, dopo aver rintuzzato l’attacco italiano per oltre un mese, riuscendo ad occupare un terzo del territorio albanese. Le truppe italiane rischiano di essere rigettate in mare. Il 4 dicembre a causa dei gravi insuccessi sul fronte greco-albanese, Pietro Badoglio viene destituito da capo di S.M.G., al suo posto è nominato Ugo Cavallero.
Per tutto l’inverno, l’esercito italiano rimane sulla difensiva, senza riuscire a ribaltare la situazione: la guerra parallela del duce è platealmente fallita. La sconfitta della Grecia, cui farà seguito l’occupazione da parte delle truppe italiane di buona parte del suo territorio, giungerà solo con l’intervento tedesco nella primavera: il 23 aprile 1941 il governo greco capitola di fronte alle armate hitleriane.

La storiografia

Denis Mack Smith, Le guerre del Duce, Mondadori, Milano 1992, pp. 288-289, 290
L’invasione mussoliniana della Grecia (ottobre 1940) illustra con chiarezza la caotica imprevidenza dinanzi alla dura realtà e alle sue esigenze. Due settimane prima dell’invasione, il duce dette il via ad un’altra smobilitazione di grandi dimensioni, mostrando per l’ennesima volta l’assoluta mancanza di serietà dei suoi piani. Senza consultare in anticipo il capo di stato maggiore generale, metà dell’esercito fu rispedita a casa; e questo processo, una volta avviato, non lo si poté arrestare prima del 10 novembre. Così quando Mussolini decise d’un tratto di attaccare la Grecia, era in corso il congedo di 600.000 soldati già addestrati. E ciò proprio mentre venivano richiamati con urgenza 100.000 uomini, in buona parte reclute prive di addestramento, per quella che sarebbe stata la più difficile e costosa campagna combattuta dalle armi italiane in tutto il conflitto. Di ciò Mussolini non si dava pensiero, perché curiosamente persuaso che i soldati italiani sarebbero andati a spasso per la Grecia senza incontrare alcuna difficoltà. La Grecia era un paese grande solo un quinto dell’Italia, e il suo esercito era molto disprezzato negli ambienti fascisti, in verità per nessun’altra ragione che un cieco orgoglio campanilistico. I dubbiosi vennero informati da Ciano che i capi nemici erano stati pagati per non combattere, e che un solo bombardamento di Atene sarebbe bastato a far capitolare questo popolo di codardi.
Il 15 ottobre Mussolini convocò un gruppo di ministri e di generali, e annunciò che avevano due settimane per preparare e lanciare un’invasione nella difficilissima regione montagnosa della Grecia settentrionale. I verbali dell’incontro rivelano che la forza dell’esercito greco  venne  stimata  in soli 30.000 uomini, vale a dire circa un decimo del vero. Ai convocati fu detto che l’operazione «è stata preparata fin nei minimi dettagli ed è perfetta per quanto umanamente possibile»; e Mussolini accrebbe la forza dei suoi argomenti affermando che la Bulgaria sarebbe probabilmente entrata in guerra contro la Grecia, benché non avesse assolutamente nessun elemento a sostegno di questa previsione (e di fatto i bulgari non avevano alcuna intenzione di combattere).  S’era dimenticato di invitare alla riunione rappresentanti della marina e dell’aviazione, malgrado l’oggetto della discussione fosse un’operazione marittima per la quale il dominio dell’aria era essenziale. Non si trovò nessuno tra i presenti disposto a mettere in luce le implicazioni del fatto che in Albania esisteva un solo porto adatto allo sbarco di materiale pesante, e che questo porto era ingombro di navi che scaricavano marmi per gli imponenti edifici fascisti. Il generale responsabile della spedizione affermò ch’era possibile sbarcare in ventiquattr’ore un’intera divisione in un porto in cui, come più tardi disse la marina, ciò richiedeva in realtà un mese.

Nessuno in questo consiglio di guerra sottolineò il fatto cruciale che il 28 ottobre ci si sarebbe probabilmente trovati con le piogge già cominciate, o con il gelo sulle montagne, e che tutto ciò rendeva assolutamente essenziale l’equipaggiamento invernale (in effetti alla fine del mese numerose strade erano già intransitabili). Nessuno accennò alla smobilitazione tuttora in corso, e forse un particolare così fondamentale fu puramente e semplicemente dimenticato. Mussolini dissipò eventuali ultimi dubbi dichiarando che assumeva tutte le responsabilità, e che i suoi generali non dovevano preoccuparsi del numero delle perdite. E, dopo appena un’ora e mezza, concluse dicendo che la riunione aveva esaminato il problema da ogni punto di vista, e non restava altro da aggiungere. […] L’opinione pubblica italiana fu incoraggiata a credere che una Grecia aggressiva stava attaccando la pacifica Italia. Per parecchie settimane dopo l’inizio dell’invasione Mussolini riuscì inoltre a tener celato al popolo italiano il fatto che la spedizione s’era risolta in un fiasco completo. I giornali raccontarono invece che i greci davano il benvenuto ai soldati italiani, e accettavano con gratitudine i busti in pseudobronzo del duce e gli altri doni distribuiti dagli agenti fascisti. Ma ben presto l’esercito greco penetrò nell’Albania italiana, e in Italia questo evento fece più danno al mito del fascismo di qualsiasi altra cosa in tutto il ventennio. La conoscenza di quel che stava avvenendo si allargò a un punto tale da neutralizzare infine l’azione della macchina propagandistica. Fu giuocoforza abbandonare l’idea di una guerra parallela indipendente dalla guerra nazista, e Mussolini fu alla fine obbligato al passo umiliante di pregare i tedeschi che venissero a salvarlo.

Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2005, pp. 259-264
L’aggressione
La decisione di Mussolini di invadere la Grecia si rivelò subito così insensata e disastrosa in termini non soltanto militari che ragionarne è difficile; molti studiosi hanno cercato di riconoscerle qualche elemento di razionalità, con risultati ben magri. Senza pretendere di dire cose nuove o di chiudere un problema che ha fatto scorrere molto inchiostro, ci sembra che le chiavi di lettura siano tre.
Innanzi tutto, il successo che avevano avuto le precedenti grandi decisioni che Mussolini aveva preso da solo, l’aggressione all’Etiopia e l’intervento in Spagna, poi l’ingresso nella guerra mondiale, passando sopra le incertezze dei vertici militari. Noi conosciamo i limiti di queste imprese, ma nel 1940 sembravano successi indiscutibili, ogni volta il genio del duce aveva indicato la via giusta. Non era soltanto Mussolini a credere che anche questa volta il suo fiuto gli avrebbe dato il successo rapido di cui aveva bisogno, i militari ci speravano. La struttura del regime gli permetteva di agire di testa propria, così fece decidendo l’aggressione alla Grecia.
La seconda chiave di lettura è l’ostinato rifiuto delle buone informazioni esistenti sull’esercito greco. Proprio nell’ottobre 1940 il SIM aveva diffuso un’ampia relazione sulla Grecia in cui nulla lasciava presumere che si sarebbe arresa senza resistenza. E da Atene l’ambasciatore Grazzi e l’addetto militare colonnello Mondini tentarono in tutti i modi di chiarire che i greci si sarebbero battuti fieramente. Le loro voci si persero nel coro dei sostenitori della facilità dell’invasione, da Ciano alle autorità in Albania, a cominciare dal comandante delle truppe Visconti Prasca, uno dei più brillanti generali dell’esercito, che garantivano l’insurrezione in Epiro e l’intervento bulgaro, il tradimento di dirigenti politici e militari, il collasso dell’esercito e dello Stato greco e altro, l’invasione sarebbe stata una “passeggiata militare”. Pesava lo scarso credito dei troppi servizi di informazione, ancor più la mancanza di cultura , la faciloneria e il piccolo razzismo con cui il fascismo aveva sempre affrontato i problemi balcanici. Mussolini era convinto che il successo sarebbe stato facile, neppure pensò ad annullare gli ordini per la smobilitazione dell’esercito. La sua nota a Ciano battuta il 12 ottobre: “do le dimissioni da italiano se qualcuno trova delle difficoltà per battersi con i greci”, illustra il clima degli ambienti romani.
Infine va citata l’acquiescenza dei vertici militari, che ingoiarono i dubbi e si rimisero al genio del duce. Non era soltanto un problema di uomini. Badoglio non diede le dimissioni e Roatta (che di fatto aveva il comando dell’esercito, dopo la partenza per la Libia del suo capo Graziani) neppure ci pensò, non soltanto per servilismo e ambizione, ma perché gli stati maggiori avevano rinunciato a difendere il loro alto ruolo (tecnico, ma con ovvi riflessi politici) sin dai tempi della guerra d’Etiopia. Non abbiamo lo spazio per ripercorrere la successione di riunioni, colloqui e promemoria tra Mussolini, Ciano e i capi militari dell’ottobre 1940, per altro nota e in fondo interessante soprattutto come testimonianza del degrado professionale dei vertici del regime. La catena di comando era saltata, il genio del duce era un alibi che copriva tutto, gli stati maggiori andarono al naufragio senza neppure riuscire a utilizzare bene i pochi giorni di preavviso sull’inizio delle operazioni.

Dopo l’occupazione dell’Albania nell’aprile 1939 lo stato maggiore dell’esercito aveva preso in considerazione diverse ipotesi di invasione della Grecia, con forze variabili a seconda del quadro politico. Il piano di Visconti Prasca andava oltre, prevedeva il facile superamento delle forze greche alla frontiera e poi un’avanzata in profondità senza particolari difficoltà: “offensiva in Epiro, osservazione e pressione su Salonicco e, in secondo tempo, marcia su Atene”. […] Il 28 ottobre, inizio dell’offensiva, c’erano in Albania 140 000 militari e otto piccole divisioni, complete di uomini ma non di mezzi. Ne furono impiegate quattro per l’attacco, tre al centro verso l’Epiro, Kalibaki e Giannina (Siena e Ferrara di fanteria e la divisione corazzata Centauro), più a nord la divisione alpina Julia sul massiccio del Pindo. Lungo il litorale muoveva un raggruppamento con un reggimento di granatieri e due gruppi di squadroni. Le altre divisioni avevano compiti difensivi, la Parma alla frontiera con la Macedonia, di riserva la Piemonte, di vigilanza alla frontiera jugoslava, Arezzo e Venezia (vennero spostate al fronte non appena fu chiaro che la Jugoslavia non si sarebbe mossa). L’avanzata fu lenta per le pessime strade (nullo l’apporto dei carri L/3, in Albania ce n’erano ben 160) e le forti piogge; e si arenò dopo sette/otto giorni, senza raggiungere gli obiettivi prefissi. Ci limitiamo alle vicende della Julia che (dopo aver lasciato carreggio, bagagli e cucine, con salmerie al 60/65% e 4/5 giorni di viveri per uomini e muli) avanzò in profondità per più giorni dando dimostrazione della mobilità di una divisione alpina in terreno montuoso. La Julia rimase però isolata, con cinque soli battaglioni, una scarsa potenza di fuoco, senza collegamenti con le retrovie né rifornimenti. I greci la accerchiarono con forze superiori e la divisione fu costretta a una difficile e costosa ritirata.
A metà novembre iniziò la controffensiva greca.

Una crisi lunga tre mesi
Il 28 ottobre è ancora oggi festa nazionale in Grecia, come orgoglioso ricordo della compattezza nazionale di fronte all’aggressione italiana e di una guerra profondamente sentita e vittoriosa. L’esercito greco non aveva una grande tradizione, del 1919-21 era stato duramente battuto dai turchi, dal 1936 appoggiava l’impopolare dittatura di Metaxas. Era inferiore agli italiani come armamenti, mezzi, aviazione. Aveva però due vantaggi importanti: la straordinaria mobilitazione popolare che sorreggeva le truppe e garantiva un alto morale. E poi l’iniziativa delle operazioni mantenuta da metà novembre a febbraio, che consentiva ai comandi di scegliere dove e quando attaccare, con unità compatte e motivate, che potevano essere sostituite e avere un minimo di riposo quando erano logorate. La mobilitazione greca fu lenta, quasi mezzo milione di uomini; quando fu chiaro che bulgari e turchi non si sarebbero mossi, quasi tutte le divisioni efficienti furono concentrate contro gli italiani. Anche se è difficile confrontare le cifre, in aumento da entrambe le parti, si può dire che i greci ebbero una certa superiorità numerica fino a gennaio e soprattutto una migliore organizzazione.
Non che la guerra fosse facile per i greci, il tempo infame, il fango e la neve valevano anche per loro. Pure i loro rifornimenti dovevano essere avviati lungo strade precarie e mulattiere impraticabili. L’armamento era più o meno quello italiano, l’artiglieria era scarsa, però era presente, il vitto povero, ma assicurato. La condotta delle operazioni non si distinse per genialità, una successione di attacchi di fanteria con una buona preparazione di fuoco, senza uno sfruttamento in profondità. Anche i greci dovevano fare i conti con un terreno montuoso che talvolta permetteva sorprese e aggiramenti, ma rallentava movimenti e progressioni. Raggiunsero Coriza (Korça), Argirocastro, il porto di Santi Quaranta, poi Klisura, la massima penetrazione, 50 km di strada dalla frontiera. Senza nulla togliere al valore e al sacrificio dei soldati greci, i loro successi furono dovuti soprattutto alla crisi delle forze italiane.
Da parte italiana, la campagna così male iniziata richiese un impegno crescente. In sostanza, per uomini e mezzi fu la prova maggiore dell’esercito nella guerra 1940-1943 (superata dalla campagna di Russia soltanto per il numero di morti), anche se poi ingiustamente dimenticata o quasi. Non fu una campagna brillante, bensì un’interminabile e angosciosa crisi protrattasi fino a febbraio. Mesi di ritirate, insuccessi, cedimenti, piccoli di per sé, ma continui, inarrestabili, sempre con la minaccia sospesa di un crollo del fronte. L’avanzata greca non era travolgente, il terreno ne limitava i successi, ma progrediva un passo alla volta, con pause e rilanci, senza che fosse possibile bloccarla. Mancavano truppe, artiglierie, munizioni, muli, viveri e cucine; le unità che affluivano dovevano essere subito frazionate per fronteggiare le continue emergenze, anche se senza armi pesanti e servizi non potevano avere che un’efficienza ridotta, quindi bastavano a tamponare il fronte, non a ristabilire la situazione […].

Pietro Cavallo, Italiani in guerra. Sentimenti e immagini dal 1940 al 1943, il Mulino, Bologna 1997, pp. 56-65
La guerra alla Grecia, poi, confermava timori e preoccupazioni latenti. Già il 5 novembre, a poco più di una settimana dall’inizio delle operazioni, un informatore da Milano riportava le perplessità di quanti non riuscivano a spiegarsi la lentezza con la quale le nostre truppe procedevano, soprattutto se rapportata alla “passeggiata” dei tedeschi in Francia, che aveva autorizzato “la convinzione che le nostre armate compissero in Grecia un’avanzata altrettanto spettacolare”. Alla delusione subentrava ben presto il timore di nuovi e più cruenti bombardamenti. A Roma circolava la voce che, “con la campagna di Grecia, si è attirata sull’Italia l’ira delle incursioni inglesi, fino ad ora scongiurata per la mancanza di campi di atterraggio in prossimità del nostro territorio metropolitano” e che ben presto, data la virulenza degli attacchi, Napoli sarebbe stata evacuata.[…] Si moltiplicavano le voci sulle difficoltà incontrate dalle nostre truppe e si andava rafforzando l’idea che le capacità militari greche fossero state abbondantemente sottovalutate e che la campagna non fosse stata preparata bene (ne era una prova la “sorpresa” degli alti comandi nel constatare l’inesistenza delle vie di comunicazione). Si era dato inizio all’impresa, dunque, solo per “ragioni politiche”:
A questo proposito si dice che quando la politica si immischia nelle cose militari queste vanno sempre male. E con questo si vuol dire, secondo altre persone che per volere a tutti i costi iniziare le operazioni nella imminenza o addirittura nella ricorrenza del 28 ottobre, si è incorsi negli errori che oggi debbono essere corretti a fatica e con nuovi e gravi sacrifici.[…] Si diffondevano le notizie catastrofiche e a poco servivano le smentite dello Stato Maggiore: la rapida sostituzione dei generali, infatti, non passava inosservata e l’attenta valutazione e decodificazione dei bollettini di guerra faceva comprendere come le iniziali difficoltà dell’esercito stessero tramutandosi in una vera e propria disfatta.
Le critiche – acuitesi dopo l’evacuazione di Koritza – investivano un po’ tutti, in qualche caso perfino il duce, reo di non aver dato ascolto a Badoglio. Ancora una volta, comunque, più che Mussolini venivano contestati quelli che gli stavano intorno, che già dallo stile di vita mostravano di non essere degni della fiducia accordata loro dal duce: “Si dà la colpa al console Grazzi – scriveva un informatore da Roma il 14 novembre 1940 – di aver informato male il Duce sulle questioni della Grecia e di Grazzi si dice che è un giocatore e un donnaiolo”. Addestrati a pensare in un certo modo, gli informatori attribuivano il peggioramento dello spirito pubblico all’insufficienza della propaganda. Mancava – scriveva da Bologna un ispettore di polizia – la “propaganda spicciola, individuale”. […] Stampa sotto accusa, dunque, anche perché – come faceva rilevare una relazione dei carabinieri del dicembre del ’40 – “le continue adulatorie magnificazioni di persone, di fatti, e di situazioni, anziché elevare il tono dello spirito pubblico, sono state, di fronte alla realtà degli eventi, causa preponderante di profonda delusione. A tal proposito, si cita tra l’altro, il caso di Bardia, osservando che la nostra flotta, di cui era stata decantata l’assoluta padronanza su tutto il Mediterraneo, non è stata poi in grado di apportare alcun aiuto a quel presidio”.
Non era però soltanto un problema di propaganda insufficiente. La guerra di Grecia rappresentava la fine di molte illusioni. Anzitutto, quella di una guerra breve, che non avrebbe comportato alti costi per la comunità. La stampa esaltava i bombardamenti tedeschi su Londra, ma intanto la vitalità dell’aviazione inglese era sotto gli occhi di tutti e mostrava le falsità e le menzogne della propaganda. […] Scompariva, inoltre, il sogno, rafforzato dal recente passato, di un’Italia grande potenza militare. L’andamento delle operazioni ridimensionava drasticamente agli occhi di tutti l’efficienza e la preparazione della nostra macchina bellica: da una parte rivelava la “leggerezza” con cui si era allestita la spedizione di Grecia, dall’altra –  e i due aspetti venivano prontamente messi a confronto – mostrava quale distanza intercorresse tra noi ed i nostri alleati, acuendo lo smacco e la delusione.
A giudicare dalle relazioni degli informatori, era proprio la sensazione di rimanere comunque inferiori ai tedeschi […] a suscitare amare considerazioni: “La gente ammira molto i tedeschi e teme il confronto e pensa che alla resa dei conti se la nostra azione non sarà pari a quella tedesca, non potremo avere tutti i risultati che dalla nostra azione ci ripromettiamo”, scriveva un informatore da Roma. […] Non era solo una questione di superiore organizzazione militare. La guerra in Grecia approfondiva sempre più il solco tra la gente, convinta che a pagare i costi del conflitto sarebbero stati ancora una volta i meno abbienti, e la classe dirigente fascista. […] A confronti di questa classe politica, unicamente dedita al proprio tornaconto personale ed incurante del bene della nazione, quella tedesca diventava un modello da ammirare (ed invidiare). […] La situazione militare, comunque, non era l’unico fattore di preoccupazione: significativamente […]. Erano arrivate, infatti, le prime restrizioni alimentari (tesseramento di farina, pasta e riso) e con queste crollava l’ultima illusione, quella di un conflitto che non incidesse più di tanto nella vita quotidiana di ognuno e che permettesse il mantenimento degli abituali stili di vita: […].
L’andamento delle operazioni militari e le difficoltà alimentari iniziavano ad incrinare la fiducia che gli italiani avevano avuto nel regime. Sia chiaro: non era certamente in crisi il modello totalitario, considerato superior – visti anche (con la sola eccezione del nostro intervento in Grecia) i risultati bellici – a quello democratico […], quanto quello che il fascismo – per colpa di chi occupava posti di responsabilità – stava diventando. Un regime, cioè, dove regnavano l’improvvisazione, la superficialità, il pressapochismo e nel quale l’adulazione e l’assenso interessati erano scambiati per consenso di tutto il paese […] Sentimenti analoghi sono riscontrabili anche nella corrispondenza dei militari al fronte, in qualche caso indotti dall’ascolto della radio a pensare che sulle loro spalle ricadesse per intero il peso della guerra. Amarezza e smarrimento sono le note dominanti delle loro lettere: un alpino scriveva che, vista la situazione, forse sarebbe riuscito a tornare a casa solo al compimento dell’ottantesimo anno e si firmava significativamente “Angelo disgraziato”. Qualcuno parlava di “esercito di Franceschiello” a proposito delle armate di stanza in Grecia e si spingeva ad affermare che, se non si fosse posto rimedio, “noi qui moliamo tutto e andiamo con i Greci”. […]

Bibliografia essenziale

Storiografia
Cavallo, Pietro, Italiani in guerra. Sentimenti e immagini dal 1940 al 1943, Bologna, il Mulino, 1997
Cervi, Mario, Storia della guerra di Grecia: ottobre 1940-aprile 1941, Milano, Sugar, 1965
Mack Smith, Denis, Le guerre del Duce, Roma-Bari, Laterza, 1976
Micheletti, Bruna e Poggio, Pier Paolo (a cura di), L’Italia in guerra 1940-43, “Annali della fondazione Micheletti”, n° 5, 1990/91, Brescia, Fondazione Micheletti, 1992
Montanari, Mario, L’esercito italiano nella campagna di Grecia, Roma, Ufficio storico SME, 1991
Rochat, Giorgio, La guerra di Grecia, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria.Strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma, Laterza, 1997
Rochat, Giorgio, Le guerre italiane 1935-1943, Torino, Einaudi, 2005

Memorialistica
Badoglio, Pietro, L’Italia nella seconda guerra mondiale, Milano, Mondadori, 1946
Ciano Galeazzo, Diari 1937-1943, a cura di De Felice Renzo, Milano, Rizzoli, 1980 (1ª ed. 1946)
Revelli, Nuto, L’ultimo fronte, Torino, Einaudi, 1989
Revelli, Nuto, La strada del Davai, Torino, Einaudi, 1966
Rigoni Stern, Mario, Quota Albania, Torino, Einaudi, 1971
Visconti Prasca, Sebastiano, Io ho aggredito la Grecia, Milano, Rizzoli, 1946

Per una rassegna dettagliata della memorialistica sulla campagna di Grecia, coeva e successiva, si rimanda a Ugo Scialuga, La memorialistica sulla campagna di Grecia, in Micheletti, Bruna e Poggio, Pier Paolo (a cura di), L’Italia in guerra 1940-43, Annali della fondazione Micheletti, n° 5, 1990/91, Brescia, Fondazione Micheletti, 1992. Per una selezione più recente, cfr. Simone Donadio, La memoria debole della guerra: sulla campagna di Grecia del 1940-41, al sito www.parentesistoriche.org, (post del 6 giugno 2019) [https://parentesistoriche.altervista.org/memoria-campagna-grecia-1940/]. Per una riflessione storiografica sintetica, si rimanda a Giorgio Rochat, La guerra di Grecia, cit.

Materiali dall'archivio Istoreto

Il fondo Ettore Serafino.

Il fondo intitolato a Ettore Serafino (1918-2012) è costituito da oltre 1800 fotografie suddivise in tre album. Il primo album raccoglie scatti relativi al periodo trascorso come allievo ufficiale a Bassano del Grappa e ad Asiago (novembre 1938-aprile 1939), alle successive esercitazioni svolte in Val Chisone in in Val Pellice, alla presenza sul fronte occidentale nelle zone di La Monta e Ristolas (giugno-luglio 1940) e all’esperienza sul fronte greco-albanese. Dopo l’8 settembre Serafino partecipa attivamente alla Resistenza, diventando uno dei più importanti comandanti partigiani in Val Chisone.

La pagina del fondo su Archos.

“Presso Selenice. 20-04-41”
Fondo Ettore Serafino, Istoreto

28 ottobre 1940: la memoria

La campagna militare della guerra di Grecia «è la prima per dimensione tra quelle condotte dall’esercito italiano nel 1940-1943. Le divisioni in Albania erano soltanto otto nell’ottobre 1940, ma nella primavera seguente erano salite a trenta (quasi metà di quelle esistenti) con 500.000 uomini ai quali vanno aggiunte le perdite dei mesi precedenti, 150.000 uomini, di cui circa 30-35.000 morti. Come termine di confronto, soltanto l’occupazione dei territori balcanici, dalla Slovenia al Peloponneso, impiegò altrettanti uomini (600/650.000 dal maggio 1941 all’8 settembre 1943), e soltanto la campagna di Russia provocò più morti, quasi 80.000»[1].
Eppure la guerra di Grecia ha prodotto di sé una memoria debole e prevalentemente declinata sui suoi aspetti militari. Da questo punto di vista non si distanzia dalle altre campagne italiane del 1940-1943 perché nel dopoguerra per l’Italia che sta cercando di rinascere su basi democratiche, quella voluta dal fascismo diventa «una guerra imbarazzante»[2], figlia di una politica di aggressione, condotta al fianco dell’alleato nazista e per di più perduta mostrando con tutta evidenza drammatiche inadeguatezze di preparazione.

[1] Giorgio Rochat, La guerra di Grecia, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 345-363 (p. 350 per la frase citata).
[2] Ivi, p. 348.

Testo completo

La campagna militare della guerra di Grecia «è la prima per dimensione tra quelle condotte dall’esercito italiano nel 1940-1943. Le divisioni in Albania erano soltanto otto nell’ottobre 1940, ma nella primavera seguente erano salite a trenta (quasi metà di quelle esistenti) con 500.000 uomini ai quali vanno aggiunte le perdite dei mesi precedenti, 150.000 uomini, di cui circa 30-35.000 morti. Come termine di confronto, soltanto l’occupazione dei territori balcanici, dalla Slovenia al Peloponneso, impiegò altrettanti uomini (600/650.000 dal maggio 1941 all’8 settembre 1943), e soltanto la campagna di Russia provocò più morti, quasi 80.000»[1].
Eppure la guerra di Grecia ha prodotto di sé una memoria debole e prevalentemente declinata sui suoi aspetti militari. Da questo punto di vista non si distanzia dalle altre campagne italiane del 1940-1943 perché nel dopoguerra per l’Italia che sta cercando di rinascere su basi democratiche, quella voluta dal fascismo diventa «una guerra imbarazzante»[2], figlia di una politica di aggressione, condotta al fianco dell’alleato nazista e per di più perduta mostrando con tutta evidenza drammatiche inadeguatezze di preparazione.
Lo ha osservato Giorgio Rochat, il quale nel contempo ha messo a fuoco le cause che, in questo panorama di generale debolezza della memoria, hanno contribuito a rendere il ricordo del conflitto con la Grecia ancor più labile. Alle dure condizioni sperimentate dai soldati italiani, fino alla sconfitta subita, si aggiungono altri fattori che rendono quell’esperienza «priv[a] di elementi che colpiscano l’immaginazione e creino simboli, eroi e miti»: si combatte in un teatro che, fisicamente, non ha i tratti esotici o inusuali del deserto africano o delle steppe russe; l’andamento delle operazioni non assume le caratteristiche della guerra “moderna” con il dispiego di mezzi motorizzati o l’intervento dell’aviazione; un nemico povero e contadino nel quale i soldati tendono a vedere un proprio simile e che per di più combatte fieramente per la difesa del suo paese[3].
Per le ragioni sinteticamente esposte sopra la memoria ufficiale è stata affidata alle forze armate e alle associazioni reducistiche, scarsissima nei decenni l’attenzione dei media e pochissimi i diari e le lettere pubblicate che rievocano quell’esperienza.
Pur nella sua fragilità, la memoria della guerra di Grecia si rivela un punto di osservazione privilegiato sulle dinamiche della più generale elaborazione della memoria della seconda guerra mondiale e in particolare del ruolo in essa giocato dagli italiani. Una memoria largamente autoassolutoria che a livello sia istituzionale, per ragioni diverse da destra e da sinistra, sia mediatico sia della più larga opinione pubblica, ha riproposto nel corso degli anni il mito del “buon italiano” contrapposto a quello del “cattivo tedesco”, sul quale ha a lungo ragionato Filippo Focardi[4]. È stato in particolare il cinema a rendere evidenti queste dinamiche della memoria, e della costruzione identitaria ad esse connessa, a partire dal celebre caso de L’armata s’agapò, un progetto di film di Guido Aristarco e Renzo Renzi del 1953 per arrivare al più recente Il mandolino del capitano Corelli di John Madden del 2001, passando per Mediterraneo di Gabriele Salvatores del 1991, premiato con l’Oscar nel 1992.
Di seguito alcune riflessioni in proposito.

Filippo Focardi, La memoria della seconda guerra mondiale, in Id., Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe, Roma, Viella, 2020, pp. 55-57
Molti materiali culturali e molte spinte – anche di diversa provenienza – concorsero dunque all’affermazione della raffigurazione intrecciata del “cattivo tedesco” e del “bravo italiano”, la quale – e questo è un altro punto fondamentale – dal piano dell’elaborazione prodotta dalle élites politiche e culturali passò rapidamente a quello della cultura popolare e di massa legata alla letteratura, ai rotocalchi, al cinema e poi alla televisione. Dal romanzo di Elio Vittorini, Uomini e no, che denunciava la brutalità germanica contro i partigiani, ai libri di Mario Rigoni Stern o di Giulio Bedeschi sulle sofferenze dei soldati italiani in Russia, dal film Roma città aperta di Roberto Rossellini a Mediterraneo di Gabriele Salvatores che negli anni Novanta ha riproposto l’immagine del “bravo italiano” a una platea nazionale e internazionale (la pellicola vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1991 [in realtà 1992 lo specifichiamo?]). I soldati di Salvatores, occupanti in un’isola greca, stringono presto amicizia con gli abitanti del posto, bevono ouzo e giocano a carte con gli anziani, ballano il sirtaki, fanno partitelle di pallone con i ragazzini e soprattutto flirtano con le donne.
L’atteggiamento dell’opinione pubblica internazionale ha rappresentato un altro fattore rilevante per la fortuna di una certa raffigurazione dell’italiano in guerra. Nei confronti dell’Italia ha predominato un atteggiamento opposto rispetto a quello manifestato nei confronti della Germania. Verso i tedeschi è stata giustamente esercitata fin dall’immediato dopoguerra vigilanza attiva circa i pericoli di una rinascita del nazismo e dell’antisemitismo e vi è stata una pressione significativa affinché essi facessero i conti col proprio passato, a cominciare dai numerosi processi per crimini di guerra condotti direttamente dai vincitori. L’Italia è invece stata largamente assecondata nella coltivazione dei suoi miti auto-assolutori attraverso una versione estera sottilmente denigratoria dello stereotipo del “bravo italiano”, già in circolazione negli anni della guerra. Mi riferisco a una certa idea buffonesca e canzonatoria del regime fascista ridotto a mero teatro privo di sostanza e a un’idea antropologica degli italiani tutti “maccaroni e mandolino”, incapaci di fare la guerra. Ebbene un’immagine non molto diversa è stata riproposta pochi anni fa in un film di produzione hollywoodiana Il mandolino del capitano Corelli, ambientato a Cefalonia nella Grecia occupata, interpretato da due star come Nicolas Cage e Penelope Cruz. Il film, tratto da un romanzo best-seller dello scrittore inglese Luois de Bernières, accosta la pacifica vitalità italiana alla brutalità tedesca. Non è stata questa la memoria dell’italiano dominante in Slovenia, o in Montenegro o nelle zone della Grecia continentale, per non dire delle ex colonie africane, tutte segnate dal ricordo della violenza italiana. Tuttavia, la raffigurazione del “bravo italiano” ha predominato nell’opinione pubblica internazionale, avendo larga circolazione anche in Grecia, Jugoslavia e nell’Unione Sovietica, terre di occupazione dell’Asse dove più terribile era il ricordo delle carneficine tedesche. […] Vorrei adesso richiamare un altro fattore che ha giocato un ruolo fondamentale, stavolta un fattore interno: mi riferisco alla costante vigilanza esercitata dalle istituzioni italiane dal dopoguerra a oggi per salvaguardare l’immagine del “bravo italiano”. Negli anni Cinquanta due intellettuali italiani, Renzo Renzi e Guido Aristarco furono processati e condannati per vilipendio delle Forze armate a causa di un progetto di film, intitolato L’armata d’agapò, sull’occupazione italiana della Grecia in cui era messa in evidenza l’organizzazione di un sistema di postriboli militari con prostitute greche. Più di recente, quando nel 1989 la BBC inglese mandò in onda il documentario Fascist Legacy di Ken Kirby sui crimini italiani in Etiopia e nei Balcani il governo italiani reagì inoltrando immediatamente a Londra una nota diplomatica di protesta. Il documentario è stato poi acquistato dalla Radio televisione italiana (RAI), che ne curò la versione in italiano, che non è stata però mai trasmessa per veti politici più volte denunciati. Gli italiani hanno potuto vedere il documentario solo sui canali satellitari com History Channel e su reti minori come LA7.

Francesco Filippi, Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto, Torino Bollati Boringhieri, 2020, pp. 227-228[5]
Nel confronto tra le due forme estreme di totalitarismo, il fascismo italiano quasi scompare: anche perché oggettivamente il numero di vittime prodotto dal fascismo è minore rispetto a quello di nazismo e stalinismo, se non altro perché la popolazione italiana negli anni trenta è meno della metà di quella del Terzo Reich e meno di un quarto di quella dell’URSS. In più, andando a escludere dalla memoria e dalla responsabilità pubblica, come è stato fatto per oltre cinquant’anni, le violenze e i crimini italiani commessi fuori dai confini – colonie e campagne militari –, si ha una situazione imparagonabilmente favorevole per il fascismo italiano così dipinto. […] Non a caso, all’interno del dibattito politico, alcuni politici possono ora strumentalmente minimizzare le violenze fasciste. Anzi, si rafforza l’idea, sempre sottesa nella società italiana, che in fondo il fascismo non sia stato molto di più che un regime autoritario. Gli italiani che lo hanno sostenuto e che hanno combattuto le guerre del duce sono declassati immancabilmente a bravi ragazzi, al più inconsapevoli.
Nel film premio Oscar Mediterraneo, del 1991, l’epopea dei soldati italiani durante l’aggressione alla Grecia viene ancora descritta con toni che non si discostano dalla narrativa imperante già negli anni cinquanta: un gruppo raccogliticcio di soldati italiani viene lasciato di guardia a un’isoletta greca e quella che dovrebbe essere un’occupazione diventa in breve tempo una convivenza serena che sfocia in legami forti e duraturi nel tempo. Quella raccontata da Salvatores non è la guerra fascista dello “spezzeremo le reni alla Grecia”, bensì una sorta di naufragio verso un luogo atemporale, in cui trionfano l’umanità e i sentimenti e dove la guerra è, ancora una volta, una catastrofe lontana che colpisce gli uomini come un cataclisma impersonale. Il fascismo e la sua retorica sono marginali e ogni tanto ridicolizzati. Nessuno dei soldati italiani mostra sentimenti filofascisti e quasi tutti ignorano il perché di una guerra che li sballotta in giro per il mondo. Solo di sfuggita appaiono i segni di un conflitto voluto, dichiarato e incrudelito dall’establishment fascista. Quando la pattuglia trova una scritta in greco sul muro del villaggio che riporta “la Grecia è la tomba degli italiani”, il sergente maggiore Lo Russo (Diego Abatantuono) chiede la traduzione al tenente Montini (Claudio Bigagli); questi traduce la scritta riluttante, cercando di non darle troppo peso. Lo Russo ricompone gli spezzoni di traduzione e quando si rende conto del messaggio minaccioso contenuto nella frase si ferma, stupito. Il film procede cambiando scena. Nel finale, quando si deve scegliere il da farsi dopo la fine del fascismo, tutti i soldati decidono di arrendersi agli inglesi. Tutti tranne il soldato Antonio Farina (Giuseppe Cederna) che si nasconde: la sua diserzione però è dovuta al fatto che, nel frattempo, ha sposato una donna del luogo, e non vuole lasciarla.
Prosegue, quindi, anche in produzioni di grande qualità e con un indiscusso successo internazionale, il racconto della guerra fatta di bontà e profonda umanità. Un’ingenuità quasi bambinesca, che porta gli italiani a essere sempre buoni e, quindi, impossibilitati a essere davvero fascisti.

[1] Giorgio Rochat, La guerra di Grecia, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 345-363 (p. 350 per la frase citata).
[2] Ivi, p. 348.
[3] Ivi, p. 352.
[4] Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 2013.
[5] Per un’analisi di analogo tenore, cfr. Marco Bernardi, Quando la storia diventa storie. La società italiana e la comunicazione di fascismo e Resistenza tra gli anni Settanta e gli anni Duemila, Le Monnier Università-Mondadori Education, Firenze 2019, p. 220.

“La corvée nella tormenta. Settimana santa aprile 41”
Fondo Serafino, Istoreto

Testimonianze e memorie

La memoria della guerra di Grecia, nonostante non sia paragonabile per ricchezza, diffusione e anche valore letterario a quella della Resistenza o anche della campagna di Russia, presenta comunque diversi elementi di interesse, come emerge dall’antologia di testi che proponiamo in questa pagina. Innanzitutto, nella generale prevalenza di memorie militari, saltano agli occhi sia le profonde differenze fra gli alti comandi e gli ufficiali sul campo e la truppa, sia alcune comuni attitudini di fondo. Fra le prime, è quasi scontato rilevare il cambio di prospettiva, con i generali che guardano al quadro d’insieme, alle scelte strategiche e politiche, i soldati alla vita sul campo; più interessante è forse notare come i primi appaiano soprattutto preoccupati di giustificare il proprio operato (e di criticare quello altrui, in uno specchio significativo delle faide intestine al regime e allo stesso esercito) mentre i secondi – già in alcune lettere dell’epoca, ma soprattutto nelle memorie successive – non esitino a soffermarsi sull’impreparazione dell’esercito e sulla critica ai gerarchi e alle camicie nere.
Fra le attitudini comuni, la più significativa è probabilmente la mancanza, o comunque la rarità, di un supporto convinto al conflitto, che nelle memorie si trasforma in una più o meno radicale critica al regime che si ritiene lo abbia voluto: è una guerra non solo non sentita o tantomeno voluta, è soprattutto una guerra “senza padri” altri dal duce e dai suoi accoliti. Se si allarga lo sguardo alle, non abbondanti, testimonianze di civili, tale aspetto emerge con ancora maggiore chiarezza, non solo negli antifascisti convinti – che vedono nella guerra l’ennesima infamia del regime – ma anche in conservatori o reazionari.

Testimonianze dell’epoca
Memorie e racconti successivi
La memoria sui giornali

“Lescovica 24-04-41. Una autoambulanza greca”
Fondo Ettore Serafino, Istoreto

“II squadra q. 1800 Tomori marzo 41”.
Fondo Ettore Serafino, Istoreto

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