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Pubblichiamo
il testo dellintervento di Fabio Fiore preparato
in occasione della presentazione del video "Abitare la
Buna" svoltasi alla Libreria Torre di Abele, 18 gennaio
2002.
Video:
(atrofia della) memoria, (uso didattico dei) media, revisione
del significato.
elegante
formula di Yerushalmi: "atrofia della memoria, ipertrofia
della storia"[1].
Essi sarebbero cioè, da una parte, di fronte a un generale
rifiuto della storia o a un deficit di senso storico, in
particolare da parte dei giovani, apparentemente appiattiti
sul presente e incapaci di concepire il passato se non come
ripetizione, il futuro se non come catastrofe [2];
dall’altra, al centro di un proliferare tumultuoso e strabordante
di informazioni storiche tanto sul lato della domanda quanto
su quello dell’offerta. Sul versante del suo uso scolastico,
a una presenza quasi ingombrante e a una pressione tale
per cui all’insegnamento della storia si può praticamente
chiedere tutto (dall’educazione civica a quella privata,
insomma: la ‘trasmissione di valori’) fa riscontro scarso
appeal e apparente indifferenza nonché progressiva
rarefazione delle conoscenze e ignoranza dei principi basilari
della storia contemporanea proprio da parte dei giovani
che escono dalle scuole, e su cui persino i media dedicano
una saltuaria attenzione. E’ forse da diagnosi come questa
che si fa strada l’idea di "didattiche coinvolgenti"
e di ridurre drasticamente, se non le pretese, quantomeno
i contenuti dell’insegnamento della storia.
Questioni:
E’
(ancora?) la scuola (l’uso scolastico della storia) luogo
di transizione dall’uso privato all’uso pubblico della storia?
Luogo (di conservazione) della memoria e di costruzione
di uno spirito (storiografico) critico? Punto di connessione
tra senso comune e pratica storica?
I.
Tesi: La storia in quanto disciplina è coinvolta dalle
(risenta delle vicende del suo insegnamento) con una forza
non riscontrabile per altre discipline.
Ciò
è difficile da comprendere se non si sottolinea quella tutta
particolare "interdipendenza" che lega la comunità
degli storici di professione al "pubblico generale
degli uomini di cultura", rendendola sensibile alle
vicende dei suoi usi più di qualunque altra comunità scientifica.
Detto in modo assai rapido, lo storico mal tollera una troppo
rigida distinzione tra quanto circola al suo interno e quel
che passa all’esterno.
Di
qui, una serie di istanze rivolte al mondo della scuola:
-
pretesa
che "i paradigmi della didattica vadano definiti
e modificati insieme a quelli della ricerca storica, in
modo congruente rispetto a essi", pretesa che difficilmente,
poniamo, un biologo porrebbe in questi termini;
-
timore
che l’apparente apatia con cui specialmente i giovani
sembrano reagire al bombardamento caotico e multilaterale
di informazione storica a cui sono sottoposti (e che la
scuola non sembra al momento in grado di governare) atrofizzi
quel "gusto della storia" identificato come
un "fattore insostituibile di civiltà", timore
che difficilmente verrebbe avvertito da un fisico, e comunque
non in questi termini;
-
interesse
sociale e culturale degli storici al suo uso scolastico
in quanto luogo ‘istituzionale’ della transizione dall’uso
privato a un uso pubblico della storia (ma oggi è ancora
davvero così?), condizione di possibilità non soltanto
della tenuta pubblica della storiografia, ma anche di
un senso comune non troppo manipolato o distorto,
critico, per quanto possibile ‘sano’.
II.
Tesi: Il nesso tradizionale fra storia e uso scolastico
della storia se non proprio saltato è fortemente ‘perturbato’
per molte ragioni [che riguardano la storia
come disciplina (crisi della storia), la scuola come istituzione
(crisi della scuola), nonché le stesse trasformazioni del
contesto culturale in cui tale nesso si concreta (cultura
del presente)].
Qui
mi limiterò ad accennare ad aspetti che nell’allentare il
nesso tradizionale fra storia e scuola rendendolo opaco e
incerto, favorirebbero il fissarsi di stereotipi, distorsioni,
semplificazioni ecc.
- media:
- propensione
del presente a spettacolarizzare i processi storici
e a trasformarli in eventi mediatici (le news)
finisce per risolvere la storia in notizia. Di qui un
senso comune storiografico tutto fattuale e di breve
durata, schiacciato sul contemporaneo e propenso a stilizzare
e semplificare il passato più remoto.
- In
questo contesto, molti (non tutti) inseriscono il tema
dell’erosione della memoria (memoria sempre più individuale/autobiografica,
sempre meno pubblica e collettiva) alla cui luce interpretano
il tendenziale irrigidirsi del discorso storico in stereotipi,
in slogan e in miti;
- uso
pubblico della storia:
- si
moltiplicano indefinitamente le forme del suo consumo
(aziendale, turistico, museale, di intrattenimento televisivo),
- si
affacciano nuovi soggetti di ‘storia ufficiale’ (nuovi
stati, grandi aziende, nuovi movimenti);
- Con
l’emissione incessante di informazione storica (sui
giornali, nei programmi televisivi, in opere cinematografiche),
i media entrano in diretta concorrenza con i ‘vecchi
costruttori’ del senso comune (stato, partiti, chiesa),
scardinando dalle sue sedi tradizionali l’uso pubblico
della storia (De Luna);
- il
frammentarsi dei soggetti legittimati a produrre discorsi
storici e la porosità stessa del sistema favoriscono
ogni tipo di manipolazione e distorsione, trasformando
l’uso pubblico della storia in una "vasta terra
di nessuno": la storia si fa strumento di lotta
politica quotidiana per un ceto politico che ne usa
come "bacino di pesca di esempi più o meno casuali,
utili alla polemica dell’ultima ora" e il cui obiettivo
prioritario "non è più un popolo da educare ma
un audience da raggiungere" (Gallerano).
III.
Tesi: Il dibattito sull’insegnamento della storia contemporanea
apertosi tra gli storici dopo la riforma dei curricoli (riduzione
dei cicli, estensione della storia contemporanea a scapito
delle storie del passato) sulla crisi dell’insegnamento della
storia, coinvolge precisamente quel rapporto tra ‘senso comune
e pratica storica’ di cui si discute qui.
Due
mi pare che siano le posizioni sul tappeto:
a)
quelle che:
- interpretano
la crisi della storia come una catastrofe, come un
rischio di regresso culturale;
- individuano
nel declino di modelli identitari collettivi forti e nell’invasione
delle "tecnologie della comunicazione" le cause
principali della crisi dell’insegnamento della storia in
una scuola giudicata sostanzialmente debole e corriva, prona
verso i modelli consumistici dominanti;
- giungono
se non a negare almeno a problematizzare fortemente l’insegnabilità
stessa della storia contemporanea.
b)
quelle che:
- interpretano
la crisi della storia come una sfida, sì rischiosa
ma anche ricca di opportunità, e lo studio del Novecento
come un’occasione;
- giudicano
anzi un luogo comune l’assunto per cui la storia
sarebbe "in uno stato di crisi profonda" e "l’amnesia
storica generalizzata [...] un elemento drammatico della
nostra epoca e un dato di fatto irreversibile";
- individuano
le cause principali della crisi dell’insegnamento della
storia non nel declino delle identità collettive e nel dominio
incontrastato dei media, ma nel fatto che "la storia
e il suo insegnamento così come lo abbiamo conosciuto fino
ad oggi vanno cambiati". E ritengono che siano ancora
troppi gli storici e gli insegnanti disposti a credere che
"il passato può essere studiato e insegnato solo nel
modo in cui è stato studiato e insegnato finora"*.
IV.
Tesi: l’insegnamento della storia ha a che fare non soltanto
con la trasmissione di conoscenze (identificanti), né soltanto
con l’acquisizione di competenze e abilità, ma anche e soprattutto
con la costruzione di capacità riflessive ed ermeneutiche,
in breve: culturali
- assume
l’uss come trasmissione di conoscenze legate a un’identità
comune, a una comune appartenenza, e dunque in ultima analisi
di valori. Ora, l’uss non può essere direttamente assunto
come trasmissione di valori: innanzitutto, perché ogni tradizione
ha i suoi stereotipi (esprime un senso comune precritico)
mentre la pratica storica è continua messa in discussione
dei canoni rigidi, irriflessivi. La pratica storica (come
credo ogni pratica intellettuale nella modernità: Giddens,
Geertz) è riflessività.
Tutto
ciò non significa che chi insegna non abbia suoi ‘valori’.
Ma è un piano da tenere distinto senza dare l’impressione
di ‘truccare le carte’.
- l’uss,
come più in generale qualsiasi attività educativa non è
semplicemente una questione tecnica di buona gestione
dell’elaborazione delle informazioni, né si può limitare
all’applicazione di ‘teorie dell’apprendimento’ o all’impiego
dei risultati di un ‘test delle prestazioni’ centrato
sul soggetto. Il che non significa buttare a mare la
didattica (rinunciare a "trovare i mezzi e le forme
affinché tutti, attraverso la trasmissione dei contenuti,
possano scoprire le proprie capacità e acquisire le competenze
necessarie a diventare buoni cittadini"), ma riconoscere
che la migliore didattica non può garantire da dissonanze
cognitive tra conoscenze scolari formali e intelligenza
storica ‘vissuta’, sostantiva: "nulla garantisce che
in periodi successivi gli studenti regrediscano verso modi
antecedenti – più radicati e stereotipati – di interpretazione
del comportamento umano. Così può accadere benissimo che
"un individuo, da studente, abbia imparato che le cause
della prima guerra mondiale vanno al di là dell’assassinio
dell’erede al trono austriaco, e pur tuttavia che in seguito,
trovandosi a riflettere sulle cause di certe manifestazioni
di piazza, le attribuisca esclusivamente all’assassinio
di Martin Luther King … Parimenti può accadere che, pur
avendo imparato che raramente la guerra è il frutto del
comportamento di un leader negativo, una volta uscito dalla
scuola abbracci la teoria dell’uomo cattivo, si chiami esso
Gheddafi, Noriega o Saddam Hussein" (H. Gardner) [e
io aggiungerei anche o Bin Laden Bush, gli USA, il Capitalismo
internazionale, le multinazionali, l’Occidente: più in generale
la ‘guerra’ su entrambi i fronti, interventista e pacifista].
In breve, b non garantisce da forme di conoscenza imitative,
ripetitive o di esecuzione meccanica (in taluni casi è essa
stessa veicolo retorico di stereotipi e luoghi comuni);
Riflessività come habitus
ermeneutico:
-
riflessività: l’unico vero valore che deve trasmettere
l’insegnamento in generale è la capacità di organizzare
informazioni in modo pertinente e sensato, "secondo
un ordine ragionato di priorità"; e quello della storia
in particolare l’acquisizione degli "strumenti concettuali
e cognitivi per capire come e perché si formulano le domande
e come si danno, o si possono dare, le risposte secondo
le regole del metodo storico" oppure: la capacità di
valutare i propri argomenti e quelli degli altri, di stabilire
che cos’è a rendere un argomento buono o cattivo; o ancora:
di riconoscere una pluralità di piani e di prospettive (l’interazione
molto più sottile che intercorre tra ciò che viene selezionato
come fatto, il modo in cui viene enunciato, e assunti, obiettivi
e prospettive soggiacenti che hanno guidato la scelta);
-
ermeneutica: l’uso scolastico della storia (uss)
è un’attività complessa, di scambio (dialogo) tra persone,
che si propone di adattare una cultura alle esigenze dei
suoi membri e di adattare i suoi membri e i loro modi di
conoscere alle esigenze della cultura (Bruner); non si limita
all’elaborazione delle informazioni ma va alla ricerca intersoggettiva
dei significati, rendendoci consapevoli delle molteplici
reti di significati in cui tutti gli attori sono impigliati,
le quali ad un tempo ostacolano e rendono possibile l’incontro
(ma anche talora lo scontro, l’interferenza, la distorsione);
in breve, è qualcosa di ermeneutico. Implica
la disponibilità a non scandalizzarsi di fronte agli stereotipi
dei propri allievi (e talora anche dei propri) ma a riconoscerli,
e in ultima analisi a servirserne. Detto in
modo grossolano, l’uss è una ‘pratica’ (spesso conflittuale
mai del tutto chiusa) tesa alla costruzione di un codice
culturale comune attraverso l’uso delle discipline: (testi,
materiali, fonti), una ‘forma di vita’ di un gruppo concreto.
Qualcosa che la scuola, secondo me, nonostante tutto, continua
ancora in qualche misura a fare.
Fabio
Fiore
[1]
Y.H. Yerushalmi, Riflessioni sull’oblio, in AA.VV.,
Usi dell’oblio, Pratiche, Parma 1990, pp. 9-26.
[2]
L. Passerini, Problemi di didattica della storia,
in L. Passerini, Storia
e soggettività. Le fonti orali, la memoria, La Nuova
Italia, Firenze 1988, pp. 67 e sgg. Cfr. anche E. J. Hobsbawm,
Il secolo breve,
Rizzoli, Milano 1995, secondo cui “la distruzione del passato,
o meglio, la distruzione dei meccanismi sociali che connettono
l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni
precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più
strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte
dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta
di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico
con il passato storico del tempo in cui essi vivono”, p.
14.
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