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Smemorati o memoriosi?
di Alberto Cavaglion


Sarà pur vero, come diceva Isaac B.Singer, che dopo Auschwitz non si possono più fare domande (ma si possono scrivere racconti straordinari sul tema del superstite, come per esempio Remnants). Nondimeno, la prima Giornata della Memoria che quest’anno si celebra in Italia (cfr. Ci serve una Giornata della Memoria?, in "L’Indice dei libri del mese", aprile 2001, p. 42) esige la formulazione di alcune domande preliminari, di cui una, più di altre, fondamentale.

Serve una Giornata della Memoria? Ovvero come fare per impedire che si trasformi in una ennesima occasione celebrativa?

Per il nostro seminario del 23 gennaio abbiamo scelto due categorie estreme: il Memorioso e lo Smemorato. Abbiamo volutamente lasciato da parte la terza possibilità, quella del Mnemagogo, perché nessuno di noi prova nostalgia per una pedagogia-demagogia della Memoria, né auspica l’inserzione della mnemotecnica come materia curricolare per la scuola dell’autonomia e il nuovo millennio. Così lungi dalle nostre aspirazioni è l’idea di una scuola di insegnanti memoriosi per alunni smemorati. Coltiviamo ambizioni più modeste.

Per semplice comodità espositiva dividerò la mia comunicazione in due parti. Nella prima elencherò le tante "memorie" di cui si deve parlare in un paese come il nostro, dove la memoria è troppo spesso anchilosata per mancanza di esercizio o perché soppiantata dall’esclusivo uso liturgico di essa. Esistono invece tante memorie o meglio tante coppie polari di memoria:

- Memoria positiva e memoria negativa. Non tutti i ricordi sono piacevoli da ricordare. Esiste una tradizione negativa della memoria, come è appunto quella che si è chiamati a celebrare il 27 gennaio.

- Memoria collettiva o divisa (o contesa). Non solo per la Resistenza, ma anche per la deportazione è molto difficile raggiungere la meta di una memoria condivisa. Esiste la deportazione politica, esiste l’internamento militare, esiste la deportazione razziale. Ciascuno ha avuto la sua storia, ciascuno ha la sua specificità. Evitare le lacerazioni non vuol dire non avere consapevolezza delle oggettive difficoltà di trovare un denominatore comune che il Legislatore, un po’ troppo salomonicamente, ha messo sullo stesso piano, lasciando a noi la patata bollente.

- Memoria raziocinante o memoria confessionale. Ovvero memoria particolaristica e memoria universalistica. S.Friedlaender ha messo in luce con spregiudicatezza la differenza che separa coloro che dicono "Facciamo in modo che non accada più" da coloro che dicono "Facciamo in modo che non accada più a noi". È la questione più delicata e talora può divenire un tabù. Ma non si va molto lontano se non si affronta di petto il problema. Nulla vieta alla memoria confessionale di operare come meglio ritiene, giovandosi tra l’altro di una bibliografia sulla "teologia dopo Auschwitz" (ovvero il "silenzio di Dio") che è ormai immensa e affascinante. Ma strumenti e obiettivi didattici, in questo caso, sono differenti. Non averne piena consapevolezza può essere pericoloso.

- Memoria miope o memoria presbite. Sergio Sarri, nel suo volumetto di memorie (La scatola degli spaghi troppo corti, L’Arciere, 1997), dice di considerare un privilegio quello di essere presbite e miope allo stesso tempo, cioè del dono che la natura gli ha fatto: vedere allo stesso tempo ciò che è vicino senza perdere di vista gli scenari più ampi, i fondali della storia entro cui gli eventi individuali si collocano.

Intorno al vocabolo memoria, naturalmente, si può giocare all’infinito e, come è ovvio, si può anche sorridere: Marco Bosonetto (Nonno Rosenstein nega tutto, Baldini & Castoldi, 2000) ci fa riflettere, dentro una trama spassosa, a un interessante paradosso: esistono memorie negative così spaventose da indurre un ex deportato a convincersi che tutto sia stato uno scherzo. Come staremmo tutti meglio se i negazionisti avessero ragione e la Shoah non fosse mai esistita!

Da non dimenticare in questa rapida e sommaria rassegna: la memoria negata e la memoria affermata con brutalità, ossia ideologicamente proclamata; infine gli scherzi della memoria, uno dei quali ha afflitto il cancelliere Kohl nella scelta di un Giorno della Memoria venuto fatalmente a far coincidere in Germania la data della caduta del muro di Berlino e il tragico ricordo della "Notte dei Cristalli".

Passo adesso ad un’altrettanto rapida elencazione di una serie di parole-chiave che sarà bene tenere in evidenza, quando si fa della didattica sulla memoria. Un piccolo, per adesso ancora molto lacunoso, vocabolarietto, da tenere presente prima di iniziare il lavoro. Ad uso degli insegnanti che temono il rischio della "memoriosità", ma sono terrorizzati all’idea di una società sempre più smemorata.

1. afflizione Le storie, e gli argomenti, che stiamo per trattare in classe, "affliggono" e solo in un secondo momento, dopo una fase di adeguato raffreddamento, possono "confortare". Pensare di abbellire una storia di Shoah è pura follia. Le memorie dello sterminio richiedono una particolare condizione psicologica prima di essere affrontate. L’afflizione non esclude però la comparazione.

2. alto/basso In Italia il tema della memoria, in questi ultimi tempi, viene per così dire calato dall’alto. Anche il modo come si è arrivati a discutere la legge in Parlamento non è propriamente il risultato di una discussione ampia e profonda svoltasi dentro la società civile. In Francia, e a me sembra anche in Germania, le cose sono andate in modo diverso. Ricordarsi che i ragazzi delle scuole superiori sono di norma mal disposti ad accettare le cose che vengono imposte dall’alto, per natura sono ostili, come del resto eravamo noi quando avevano la loro età.

3. amnesie In Italia si parla molto di Memoria, quasi niente del suo contrario, che da noi non è l’oblio, come di solito si dice, ma molto più spesso il Vuoto di Memoria. L’amnesia è di tutti gli individui umani, ma in Italia, come ha detto acutamente R.Bodei, la amnesia tende a confondersi con la "amnestia", ovvero con il disperato tentativo di autoassolversi oppure con il desiderio di far dimenticare la parte meno accettabile del proprio passato. Ciascuna parte in campo ha la sua amnesia, tutti sono molto bravi a cogliere in fallo l’avversario, quasi nessuno fa i conti con il proprio passato. Sui giornali di questi giorni è stato scritto che la Giornata della Memoria dovrà trasformarsi in un laico Kippur, ossia in una giornata in cui ciascuno farà i conti con se stesso e con la propria storia. Parole sante: bisognerebbe però che tutti da domani si mettessero al lavoro, a partire dalla classe politica e senza escludere gli stessi ebrei italiani che non hanno ancora del tutto esaurito il discorso sul loro coinvolgimento nel fascismo, prima, beninteso, del ’38.

4. comparazione Non esiste solo la comparazione Lager-Gulag, ma molte altre disponibilità offre il concetto chiave dell’unicità di Auschwitz. Unicità non esclude comparabilità: sul piano della filosofia, per esempio, i valori capovolti nel Lager possono offrire a un bravo insegnante di filosofia gli strumenti adatti per fissare i limiti dell’etica tradizionale e non è del tutto sgangherato l’insegnante che si accinge a leggere Se questo è un uomo come se fossero le operette morali di Leopardi. Idem per la letteratura: quali modelli letterari si possono comparare alla scrittura su Auschwitz (Manzoni, Dante, Dostoevskj…)?

5. passato/futuro Ha scritto Pierre Nora, un grande storico francese, che "si parla tanto di memoria solo perché questa non esiste più". Si guarda tanto, troppo, al passato, quando si sono persi valori forti che consentono di guardare con serenità e speranza al domani. L’eccesso di memoria, che talora ci preoccupa, è il frutto dell’incertezza in cui viviamo. Anche questo è un concetto discutibile, e non privo di ambiguità. I casi più recenti, in Italia, di osservazione spasmodica del futuro, e rifiuto della memoria e del passato, sono due modelli poco invidiabili: il futurismo e il fascismo, che scriveva sui muri delle case "Noi tireremo dritto"; quindi c’è poco da stare allegri, ma la dialettica passato/futuro, applicata al tema della memoria presenta questa difficoltà oggettiva, che non si può trascurare. Gli eccessi della memoria sono un problema serio, non ancora avvertito in Italia con la necessaria chiarezza.

6. scatola degli spaghi troppo corti E’ ancora una bella immagine del libro di Sarri, anzi proprio l’immagine scelta per il titolo. Un’altra parola chiave potrebbe essere rappresentazione. Quali storie raccontare? Quali vicende scegliere? Uno dei problemi che hanno condizionato negativamente la rappresentazione di Auschwitz nel nostro paese è la monumentalità dei ricordi, di certi ricordi, quasi tutti riconducibili ad un’appartenenza, politica o religiosa o quant’altro, comunque molto ben definita. E’ un problema serio che riguarda anche la memoria dell’antifascismo. A farne le spese sono state le storie marginali, non incasellabili in schemi politicamente o religiosamente predefiniti, appunto non confrontabili con la scatola degli spaghi troppo lunghi, che in Italia è una scatola adoperata per confezionare storie autoreferenziali, per certi versi lussuose. Gli spaghi troppo corti, apparentemente inutili, consentono di recuperare la vicenda dei veri dimenticati, gli eccentrici, i fuori schema, gli anonimi (per censo, per cultura, per semplice desiderio di rimanere nell’ombra).

 

Alberto Cavaglion