Nella Resistenza un risveglio collettivo
Sono
passati sessant'anni dal 25 aprile del 1945, fine dell'occupazione
tedesca, caduta del fascismo, nascita della democrazia.
Fu opera degli eserciti dei paesi che si mossero contro
il nazismo e le sue aggressioni, ma fu opera anche di
quei gruppi di soldati sbandati, di renitenti alla leva,
di
giovani avventurosi o avventurieri, di militanti politici
di più posizioni, e delle alleanze di base che essi
seppero trovare nella popolazione, che ha preso il nome
di Resistenza. Un fenomeno di eccezionale risveglio collettivo,
in un paese dominato da una sorta di nefasto "continuismo" basato
su antichi mali. Il modo di considerare i due anni di storia
dal '43 al '45 fu subito diverso, al sud e al nord, a seconda
della data della liberazione, della durata dell'occupazione,
e nella tormentosa vicenda dell'Italia di questo mezzo
secolo il modo di considerare la Resistenza ha spesso cambiato
di segno. Una tappa storiografica fondamentale, contro
retoriche e denigrazioni, fu senza dubbio il saggio di
Claudio Pavone sulla Resistenza come guerra civile (1991),
ma oggi, in un periodo in cui la Resistenza subisce più denigrazioni
che esaltazioni, l'agile volumetto di uno storico piemontese,
Alberto Cavaglion - che appartiene alla prima generazione
nata dopo la Resistenza ed è scritto all'intenzione
di sua figlia, seconda generazione - è forse lo
strumento più essenziale e più sostanzioso
di cui possiamo disporre per spiegare la Resistenza ai
più giovani. Si intitola La Resistenza spiegata
a mia figlia e lo pubblica L'ancora del Mediterraneo (pagine
116, euro 9).
Fuor di retorica, la nascita, gli sviluppi, le contraddizioni
di quel breve ma decisivo periodo storico sono interrogate
alla luce di una verità che travalichi gli interessi
di parte, che si ponga sotto il segno di una civile moralità.
Alla propria figlia, insomma, non si può e non si
deve mentire: il lascito del passato le va spiegato con tutta
la chiarezza possibile, e così i limiti delle interpretazioni
politiche ufficiali (per esempio quelle in auge al tempo
di Togliatti, o dei centro-sinistra) e interessate (quelle
di una destra rivendicativa che soffre di passate frustrazioni
e di tante rimozioni e che non è pronta a considerare
con la dovuta attenzione le proprie grandi responsabilità).
Libro "anti-eroico" e antiretorico per eccellenza,
questa "spiegazione" mette in luce di fronte ai
tragici dilemmi che si posero ai giovani del '43 le figure
più sagge, decise nella loro azione e nei principi
che dovevano guidarle ma aperte alla realtà, alle
difficoltà di chi doveva operare scelte che non isolassero
dal mondo, anzi in amore del mondo. Tra queste, due in particolare
colpiscono il lettore, e sono di giovani vittime coscienti:
Falco Marin ed Emanuele Artom, il primo veneto il secondo
piemontese. Ma molte altre figure attraversano questa vivacissima
e necessaria ricostruzione per problemi, molto più note,
le più gobettianamente convinte, come riassume Vittorio
Foa che si dovesse «combattere il fascismo fra di noi,
fra italiani, e poi anche dentro di noi». Il saggio di
Cavaglion comincia non a caso da Mario e il mago di Thomas
Mann, un racconto che tutti gli italiani dovrebbero meditare,
e la sua storia dell'illusionista commendator Cipolla, perché di
illusionisti il nostro paese continua a produrne e perché gli
italiani continuano a lasciarsene incantare.
Recensione di Goffredo Fofi, da “L’Avvenire”,
23 aprile 2005.
Intervista ad A. Cavaglion in occasione della presentazione
del libro
a Isolabona, nel castello dei Doria, sabato 18 giugno 2005