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Insegnare
democrazia?
di Gustavo Zagrebelsky *
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sistema politico, ogni regime politico ha un suo ethos, una
sua etica politica che dovrebbe essere appunto loggetto
di una pedagogia corrispondente.
Montesquieu stesso tratta delle forme di governo distinguendone
tre: dispotismo, aristocrazia e repubblica (intesa questultima
in unaccezione simile a quella che noi chiamiamo democrazia)
e ad ognuna di queste accosta un principio animatore, un ethos,
un raccordo, una molla spirituale che la fa funzionare.
La molla del dispotismo è la paura, il timore: il dispotismo,
infatti, si regge sulla paura che rende ogni individuo predisposto
allaccettazione del potere come tale, del potere illimitato,
del potere senza contrappesi. È il regime del sospetto
reciproco, nel quale ogni individuo è isolato dai propri
simili.
La paura, grande arma di governo, è un qualcosa che
non si insegna, ma che si deve solo inculcare: si incute paura,
ma non si insegna una cultura politica basata su di essa.
Laristocrazia, la seconda forma di governo a cui pensa
Montesquieu, ha come principio animatore lonore, inteso
come fedeltà ai patti. Laristocrazia è
un ceto che si costituisce sulla base di un rapporto di reciproca
fiducia stabilitosi, quanto si stia alla propria parola. Lonore
è una educazione nel senso che lo si può istillare
(non è un vero insegnamento) perché tocca alcune
corde sensibili dellanimo umano come lo stare ai patti.
È un principio politico discriminatorio nel senso che
lonore investe un ceto particolare (laristocrazia)
distinto dalla massa.
Il principio propulsore della repubblica (democrazia), dice
Montesquieu è la virtù, la virtù repubblicana.
Qui si potrebbe porre questa domanda molto socratica: la virtù
si può insegnare?
Si comprende facilmente la difficoltà a dare una risposta.
Che cosa è questa virtù repubblicana o democratica
senza la quale non cè democrazia che regge, senza
la quale la democrazia si traduce in un vuoto simulacro (sempre
che sia mantenuta)? Nellidea di Montesquieu, la virtù
repubblicana ha questo contenuto fondamentale: lidea
del conferimento. La democrazia esige che ciascuno di noi
conferisca in comune qualcosa di sé, metta in comune,
formi un patrimonio comune (la sfera pubblica). Non si vive
in democrazia se ciascuno di noi non è disposto a mettere
in comune con altri il tesoro pubblico formato dalle proprie
risorse (risorse materiali e spirituali, esigenze, capacità
professionali, tempi).
Se non esiste questo patrimonio comune non cè
una sfera pubblica adeguata allidea di democrazia.
Questa idea di Montesquieu sulla quale si potrebbe
a lungo ragionare per mettere in luce il concetto del conferimento,
anche nel senso di alienazione, di spogliazione di qualcosa
di sè per sottrarlo alla gestione individualizzata
e collocarlo in una dimensione altruistica dimostra
con grande evidenza che la democrazia, tra i regimi politici,
è quello più difficile perché si basa
su una rinuncia iniziale. Si tratta di una rinuncia finalizzata
alla conquista di qualcosa di più importante.
La democrazia è un regime austero, non è il
regime del bengodi, come volgarmente si può
ritenere, sotto certi aspetti sembra persino contro-natura
(contro la natura più immediata degli uomini). Infatti,
se si seguono i propri istinti, si è portati al contrario
di quello che la democrazia esige, cioè a trattenere
tutto presso di sé e a voler, per un fine puramente
individuale, tutte le proprie esigenze e le proprie capacità.
Si tratta di un regime austero, per certi versi contro natura,
che ha bisogno, più delle altre forme di governo, di
essere fondato. Richiede una pedagogia democratica. Oggi si
possono mettere insieme queste due parole, quasi intendendole
come due lati della stessa realtà. Solo oggi, sebbene
linsegnamento delleducazione civica risalga nel
tempo, si è avvertita lesigenza di una formazione
democratica dei cittadini nelle scuole.
Ci sono tante ragioni contingenti, note a tutti, sulle quali
non è il caso di soffermarsi.
Elemento di riflessione è il fatto che, a differenza
di tutti gli altri regimi politici che hanno curato la propria
pedagogia, si sia ritenuto in Italia come altrove
(anche se meno altrove che in Italia) che la democrazia sia
un regime che si può fondare naturalmente senza bisogno
di uno sforzo di formazione alla democrazia.
La trattatistica pedagogica relativa ad altri sistemi politici,
è ricchissima. Chi è il buon re e quali sono
le regole da seguire? Il principe di Machiavelli è
lesempio più famoso e degno di una pedagogia
non democratica. E la pedagogia democratica che cosha
prodotto? Una domanda imbarazzante perché potremmo
dire non ha prodotto proprio nulla.
Si è partiti dallidea opposta a quella che corrisponde
alla realtà, cioè la democrazia è un
regime naturale che non ha bisogno di essere preparato ed
insegnato. Non possiamo, quindi, lamentarci se la qualità
della nostra democrazia sia tale da sentire vivamente una
grande richiesta di insegnamento e di integrazione nelle scuole.
È, inoltre, anche fondata la tesi classica secondo
la quale non bastano le regole ma occorrono gli uomini adeguati
ad esse. Tutta la tradizione classica vede le forme di governo
nella loro forma buona e in quella degenerata. Laristocrazia
degenera in oligarchia: il governo di pochi che strumentalizza
il potere per sé medesimi; la monarchia degenera in
tirannia, la democrazia in regime della massa, regime informe,
regime senza qualità.
Ora la degenerazione delle forme di governo non dipende dalle
regole. Le regole restano quelle che sono, astratte, ma ciò
che costituisce lelemento a favore della realizzazione
buona o cattiva del modello è la qualità degli
uomini che operano con queste regole dalle quali noi ci possiamo
aspettare qualcosa, ma non tutto. La resa di un regime politico
è determinata dalle regole ma più ancora dagli
uomini, dalla qualità degli uomini. Se ci domandiamo
quale dei due elementi sia il più importante per determinare
la qualità positiva o negativa di un sistema politico,
sarebbe difficile dare una risposta. In generale si può
affermare che nessuna cattiva costituzione, intesa come insieme
di regole, è incapace di dare un risultato apprezzabile
se fatta funzionare da un buon ceto politico, inteso come
insieme dei cittadini. Al contrario, nessuna buona costituzione
è in grado di produrre buoni risultati se si innesta
su una struttura politico-sociale corrotta.
Lelemento principale, la conditio sine qua non del buon
funzionamento delle istituzioni non sono le regole, ma sono
gli uomini. Forse è oggi una considerazione un po
controcorrente, nel gran dibattito in corso sulle riforme
della costituzione (importantissimo dibattito che non può
però trascurare questo altro lato così decisivo
per il rinnovamento della nostra vita collettiva). È
paradossale che nella democrazia sia mancato un impegno altrettanto
importante per la creazione di uno spirito pubblico conforme
alle esigenze della democrazia. Non si capisce perché
linsegnamento in questo settore sia particolarmente
difficile. Cè quasi un paradosso, una contraddizione:
non si può insegnare lethos della democrazia
se non come unideologia. Quante volte andando nelle
scuole, ci si accorge che si fa ideologia e si parla agli
studenti come limbonitore che vuole vendere la propria
merce. Ora tutto questo si può fare con gli altri regimi
politici, ma per la democrazia no, perché è
lunico dei sistemi politici che esige il massimo rispetto
della libertà di colui che ascolta. La pedagogia democratica
per essere democratica, quindi, dovrebbe riuscire a spogliarsi,
per quanto è possibile, di ogni elemento autoritario.
Nellinsegnamento cè inevitabilmente un
elemento diciamo autoritario (linsegnante è linsegnante,
lo studente lo studente). Linsegnamento può essere
soltanto una proposta, non unimposizione. Naturalmente,
uno spirito democratico comporta il rischio del dubbio, del
rigetto, ma ciò è superato dalla fiducia che
la democrazia abbia anche qualche aspetto di preferibilità
su tutti gli altri sistemi politici. In caso contrario non
si intraprenderebbe la strada dellinsegnamento. Ma è
dunque, come è facile capire, un insegnamento sui generis
in cui bisognerebbe riuscire a far parlare le cose da sé
(la storia, lesperienza, la cultura). Linsegnante
di educazione civica che vuole fare il pedagogo, nel senso
del Parini, agisce contro la natura della democrazia ed in
modo controproducente rispetto al suo scopo. Si presuppone,
invece, che tra discente e docente il distacco venga il più
possibile eliminato perché di fronte alla democrazia
si è tutti uguali; ci può essere una differenza
di conoscenze di determinati elementi, ma per quel che riguarda
lo sperimentare la democrazia come esperienza di vita è
un campo dove tutti sono davvero uguali, in fondo degli apprendisti.
È vero anche che si può e si deve lavorare,
forse è questo laspetto più importante
della pedagogia democratica, per la formazione, ma tenendo
presente che ogni regime politico ha un suo ethos, come ogni
tipo umano una sua personalità. Si dovrebbe cercare
di operare sulla formazione della personalità democratica,
ma con tutto il rispetto delle personalità altrui,
con la consapevolezza che una pedagogia democratica non può
prescindere da questo.
E allora mi sono permesso di indicare una sorta di decalogo
di dieci punti, non nel senso di dieci comandamenti da inculcare
nelle teste dei nostri studenti, ma di dieci criteri di orientamento
sia per gli studenti che per gli insegnanti. Riguarda non
tanto il campo delleducazione civica, non tanto il corso
di cultura storico politico costituzionale, ma un atteggiamento
generale: una scuola di formazione democratica dovrebbe non
limitarsi a quei pochi minuti, a quelle poche ore che sono
disponibili per affrontare questi temi nellambito dei
programmi scolastici, ma dovrebbe diventare un atteggiamento
generale che si verifica in ogni momento della vita della
scuola.
1) La tolleranza verso i diversi, cioè il riconoscimento
reciproco e universale della pienezza dei diritti. La parola
tolleranza nasce storicamente in un contesto diverso; latteggiamento
di tolleranza è un atteggiamento di una maggioranza
nei confronti di una minoranza che non si opprime più
ma si tollera. Oggi non dovrebbero più esistere maggioranze,
ma dovremmo tutti sentirci minoranze, lethos della democrazia
potrebbe essere questo: il concepirsi tutti come minoranza.
Questo principio iniziale di riconoscimento generale della
pienezza di diritti non è facile per le difficoltà
psicologiche, umane, che ciascuno di noi incontra, ma anche
perché non siamo preparati culturalmente dal punto
di vista tecnico.
Ad esempio, quando si insegna il diritto costituzionale (ed
immagino che nei corsi di educazione civica qualche ora se
ne faccia) si parla di territorio come elemento costitutivo
dello stato. Si dice classicamente che lo stato è un
territorio su cui esiste una popolazione che ha un proprio
ordinamento. Ecco i tre elementi dello stato. Il territorio
è il piattino, sopra ci sta la tazza (lordinamento
che tiene insieme) e dentro la tazzina ci sta il caffè.
Questa è limmagine dello stato. Del territorio
però è facile avere una visione fuorviante rispetto
a quella che si diceva, perché tutte le nostre nozioni
di territorio sono escludenti; il suo concetto fa pensare
ad uno spazio fisico segnato da confini che, come tali, escludono.
Questa concezione escludente del territorio, per la quale
chi sta dentro sta dentro e fa parte di noi, chi sta fuori
è quanto meno un estraneo se non propriamente un nemico,
collima con le teorie dello stato dellOttocento. Sarebbe
interessante vedere come ai tempi nostri il territorio da
luogo di inclusione ed esclusione sta diventando e deve diventare
un luogo di inclusione e di accoglienza. Ciò lo si
può vedere anche sotto un altro punto di vista e cioè
dal fatto che nello stesso territorio vigono norme giuridiche
di natura diversa: sul territorio italiano contemporaneamente
alle norme nazionali sono vigenti norme dellUnione europea
che hanno rotto il monopolio del diritto e che creano diritti
e doveri per cui i nostri giudici, contrariamente a quello
che può sembrare a prima vista, sono organi tanto dello
stato quanto dellUnione europea perché applicano
direttamente il diritto comunitario.
Ciò può essere affermato anche per il diritto
internazionale, almeno per le norme generali del diritto internazionale,
le quali, in Italia come in altri paesi, si impongono direttamente
(per esempio le garanzie minime dello straniero, intese come
garanzie minime di umanità). I diritti umani fondamentali
della persona, e quindi anche dello straniero, si impongono
indipendentemente dalla nostra volontà.
Siamo in una fase di trasformazione delle strutture statali
al fondo della quale forse ci sarà la realizzazione
più o meno piena di quel sogno che ancora oggi sembra
utopistico, probabilmente solo nella sua realizzazione piena,
che vede già realizzazioni parziali: la sovranità
dello stato, degli stati che cede di fronte ad una sovranità
più ampia che è quella di un consenso internazionale.
Una cultura giuridica che produce norme, principi regole che
valgono direttamente nei territori degli stati.
2) Lapprezzamento di chi la pensa diversamente: è
molto conforme allo spirito democratico il principio per cui
chi la pensa diversamente vale di più, o meglio è
più utile di chi la pensa come la maggioranza. Se tutti
la pensassimo allo stesso modo verrebbe meno lo stimolo al
superamento, dunque al miglioramento. Nelle decisioni dovremmo
essere più legati affettivamente al nostro avversario
che non al nostro compagno di idea.
3) Lo spirito del dialogo: comune al precedente è lo
spirito del dialogo, anche qui una formula generale ma che
ha delle condizioni di attuazione molto precise. Intanto il
dialogo esige tempo. Al di là delle difficoltà
di ordine amministrativo, si può considerare una grande
riforma della scuola il fatto che gli istituti scolastici
possano essere messi a disposizione, per attività extra-scolastiche
di questo genere, nelle ore non utilizzate per linsegnamento.
Il dialogo richiede tempo: nelle scuole cresce la democrazia
in quanto si ha tempo da dedicare alla discussione.
Le decisioni così dette in tempo reale
sono quelle che non si basano sui confronti. Non è
senza significato che quando cè lo stato di guerra
si sospendano i parlamenti perché cè bisogno
di decisioni in tempo reale, ma il regime della guerra non
è il regime della democrazia.
La democrazia è un sistema che ha bisogno di estendersi
sia topograficamente (ci vogliono dei luoghi di riunione)
sia temporalmente. In questo spirito del dialogo, un aspetto
importante è il linguaggio: non cè forse
elemento più importante nella formazione di uno spirito
democratico che la cura della precisione del linguaggio, labitudine
a chiamare le cose con il loro nome specifico. Occorre avere
una certa diffidenza nei confronti del linguaggio costruito
sulle metafore, del linguaggio che fa appello più ai
sentimenti, alle emozioni, che non alla ragione. La democrazia
ha bisogno di questo: non è un regno basato sul pathos.
Se cè un esempio di linguaggio democratico è
il linguaggio di Primo Levi. È una lettura democratica
per quello che dice, per i temi che tratta, ma anche per il
mezzo che usa. La grande letteratura autoritaria e antidemocratica
è una letteratura che ci prende, che ci coinvolge emotivamente,
ma spesso nellemozione cè linganno.
La lealtà nei rapporti comunicativi presuppone un linguaggio
adeguato, fatto di parole specifiche, parole che tengono basso
il tono emotivo della comunicazione.
4) Lo spirito delluguaglianza che non vuol dire lo spirito
della massa. Uguaglianza non vuol dire autoritarismo, massificazione,
omologazione, ma vuol dire, per esempio, che in un sistema
democratico tutti vanno avanti insieme: non è ammesso
che si abbandoni qualcuno lungo la strada. La sorte della
democrazia è una sorte che ci tocca tutti ugualmente.
Un grande contributo a questo elemento dello spirito democratico
è costituito dalla presenza nelle nostre classi, fino
alla conclusione delle scuole superiori di studenti meno dotati,
cosa che, in passato non esisteva per ragioni che possono
essere di natura giuridica o sociale. Queste persone venivano
emarginate dalle famiglie stesse che ne rifiutavano lingresso
in un contesto più ampio dominato dallo spirito della
competizione. È chiaro che i ragazzi meno dotati (per
non parlare dei portatori di handicap) sono esclusi in partenza
se lo spirito è competitivo in tal senso.
5) Latteggiamento sperimentale e non dogmatico: in che
senso sperimentale? La democrazia, che si basa sulla ricerca
comune, non è il regime delle verità assolute.
Essa rappresenta il regime delle opinioni che si formano attraverso
il confronto ed il dialogo. La democrazia parte dallidea
che la verità non è un dato, se mai è
un obiettivo da raggiungere. Allora latteggiamento sperimentale
non dogmatico, è conforme a quello che noi chiamiamo
democrazia.
6) Latteggiamento altruistico: è strettamente
legato allidea di virtù di Montesquieu. È
la disponibilità a mettere insieme qualcosa, a mettere
insieme il meglio di noi, le capacità migliori, che
non restano come patrimonio privato da usare individualisticamente
nella grande concezione della vita in senso darwinistico.
7) La diffidenza verso le idee e le soluzioni estreme. Perché
diffidenza verso le soluzioni estreme? Non va letto in chiave
politica perché lestremismo politico è
unaltra cosa. Si tratta di diffidenza verso quelle idee,
quelle soluzioni che sono estreme in quanto non hanno un ritorno,
non si può tornare indietro, non si ci può pentire
di quello che è stato detto o fatto. La democrazia,
in quanto sistema sperimentale, non possiede a priori la verità,
ma la cerca, lasciandosi sempre aperta la strada per dire
«mi sono sbagliato». Quanti tra noi e tra i nostri
politici sono disposti a fare questa professione di umiltà
e di democrazia?
8) Laccettazione dello stare o dellessere minoranza.
La minoranza è un grande valore e va tutelato, pur
sapendo quanto sia difficile sul piano emotivo. È difficile
rimanere in minoranza. Chi resta in minoranza vive dei momenti
della giornata in cui si sta male. La storia è delle
minoranze. Si può affermare ciò senza nessuna
paura di essere considerati antidemocratici. La democrazia
è il regime in cui le minoranze operano per coagulare
intorno a sè il consenso della maggioranza. La forza
motrice dello sviluppo storico è sempre stata nelle
minoranze.
9) La cura della propria personalità individuale: se
cè un pericolo per la democrazia è lomologazione:
lessere tutti uguali. Il giorno in cui saremo tutti
uguali, uno fungibile con laltro, la democrazia (lo
si comprende intuitivamente) non avrebbe più nessuna
ragione di esistere. Dobbiamo vedere con grande preoccupazione
viceversa il fatto che la nostra società
procede verso lomologazione. In passato, fra gli studenti
delluniversità, era facile trovarsi di fronte
allo studente originale, quello che suonava il sassofono.
Oggi se ne suonano sempre di meno; tutti fanno le stesse cose,
tutti hanno le stesse abitudini, tutti hanno gli stessi gusti.
Una cultura democratica dovrebbe cercare di promuovere la
differenziazione, il che non è in contrasto con lo
spirito delluguaglianza, quindi anche lo spirito della
tolleranza nei confronti dei più giovani che hanno
degli atteggiamenti qualche volta un po provocatori,
o manifestano il loro essere originali. Una volta essere originali
sembrava una cosa disdicevole, ma oggi è un valore
da tutelare.
10) Latteggiamento pratico è la cosa che si può
ritenere la più importante, ma è anche quella
che manca di più. Non si tratta solo di studiare e
di conoscere, ma di prefigurare progetti di azione in relazione
ai quali quelle particolari virtù o quei particolari
atteggiamenti su cui si è richiamata lattenzione,
possono essere messi in funzione. La democrazia non è
soltanto spirito, conoscenza, ma è anche fare. Ci sono
dei paesi dove tra gli elementi della formazione cè
per esempio il servizio sociale. Durante lanno scolastico
gli studenti allinterno della loro classe devono individuare
un progetto pratico, quello che sia. Lo devono immaginare,
strutturare, organizzare e mettere in pratica. Quale scuola
di democrazia è maggiore di questa in tutti i sensi?
Ci si rende conto intanto delle difficoltà dello stare
insieme nellessere attivi. Ci si rende conto della necessità
che tutti hanno di contribuire ad unopera comune. Ci
si rende conto delle difficoltà che si devono superare
tutte le volte che qualche cosa ha da essere realizzato, difficoltà
che nascono dal mondo esterno, magari dal preside o dal provveditore
agli studi, o dalle leggi vigenti o dalla mancanza o insufficienza
di mezzi materiali a disposizione.
Alla fine si ha la percezione concreta che qualche cosa di
concreto si può effettivamente fare. I nostri studenti
a 15-18 anni questo non lo sanno: per loro tutto quello che
è democrazia è uninsieme di parole (soprattutto
se non fanno una vita politica, ma questo è sempre
meno frequente). La massima manifestazione concreta della
democrazia, lesercizio del diritto al voto e ciò
che questo può comportare in termini di coinvolgimento
(vediamo comè andato, vediamo chi ha vinto, questo
ha contribuito a far vincere questo o quello), si tocca con
mano solo a partire dal diciottesimo anno di età. Precedentemente
tutto ciò che noi chiamiamo democrazia rischia di essere
un insieme di chiacchiere mentre un impegno concreto e comune
potrebbe avere un valore. Si diceva il servizio sociale: ci
sono esperienze di ricerche nelle scuole organizzate dagli
studenti con laiuto dei professori su temi molto coinvolgenti,
ma che non devono rimanere di qualcuno e che possono essere
utilizzati come forma di servizio pratico anche nei confronti
dei compagni di altre classi. Questo lavoro comune ha una
capacità formativa straordinaria e in un progetto come
quello che è in discussione oggi potrebbe utilmente
essere inserito.
* Trascrizione dellintervento di Gustavo
Zagrebelsky, non rivista dallautore. ^ torna su
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