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ALPES
EN GUERRE / ALPI IN GUERRA 1939 - 1945
Indice e
introduzione del catalogo
Indice
Carte
1. Le alpi occidentali nel 1940
2.Giugno/ottobre 1944: l’incompiuta liberazione della
Alpi
3. Aprile 1945: il fronte
4. I principali gruppi di resistenza di fronte alla repressione
tedesca
5. Le fortificazioni alpine dal XVIII al XX secolo
Le
società alpine alla fine
degli anni Trenta
In Francia
Anne Marie Granet Abisset, Jean Claude Duclos
In Svizzera
Simon Roth
In Italia: le società del versante italiano dell’arco
alpino occidentale durante la Resistenza
Caterina Simonetta Imarisio, Fernanda Gregoli
Le potenze in campo
Le Alpi come posta in gioco
Gianni Perona
Geopolitica delle Alpi occidentali durante la Seconda Guerra
mondiale (1939-1945)
Jean William Dereymez
Il “ridotto alpino”
Simon Roth
Le fortificazioni
Dario Gariglio
Alpi e Alpini in guerra
Occupazioni e scontri militari
Jean-Louis Panicacci
Gli alpini: una grande famiglia delle Alpi
Alberto Turinetti di Priero
Il fronte alpino: 1944-1945
Alberto Turinetti di Priero
Resistenze rifugi e frontiere
Nelle Alpi francesi
Jean-Marie Guillon
La Svizzera e la sua politica di asilo dal 1938 al 1945
Cristian Luchessa
La Svizzera: terra d’asilo e di diffusione di idee
Nelly Valsangiacomo
I campi d’internamento in Svizzera (1939-1945)
David Michielan
Torino capitale subalpina della Resistenza
Claudio Dellavalle
Persecuzioni e repressioni
La memoria delle Alpi
Alberto Cavaglion
Persecuzioni, repressione, bombardamenti, danneggiamenti
Jean-Louis Panicacci
Repressioni e distruzioni
Bruno Maida
Frontiere e spartizioni. Memorie, luoghi della memoria e
vuoti di memoria
Scrivere la storia della memoria alpina della Seconda guerra
mondiale: qualche proposta
Gil Emprin, Philippe Barrière
Memoria, luoghi di memoria e buchi di memoria
Christian Luchessa
La questione valdostana nelle trattative franco-italiane
(1943-1948)
Paolo Momigliano Levi
La memoria di pietra della Resistenza – La memoria
della guerra
Barbara Berruti e Bruno Maida
Introduzione di
Gianni Perona
on
si ha la pretesa di proporre una revisione della storia
della guerra nelle Alpi attraverso una mostra
e il suo catalogo,
le cui dimensioni basterebbero soltanto a una ricapitolazione
sommaria degli eventi più importanti. Questo conflitto,
in effetti, partecipò di tutta la complessità della
seconda guerra mondiale e tre potenze all’inizio, in
seguito cinque, vi furono direttamente impegnate durante
cinquantanove mesi, anche se gli scontri sul campo furono
relativamente modesti. Se è vero d’altronde
che su tutti i problemi più importanti sono state
fatte ricerche serie e che si è prodotta una buona
letteratura critica, soprattutto in Francia e in Italia,
tuttavia una visione d’insieme continua a essere poco
accessibile ai lettori che non padroneggino almeno entrambe
le lingue. Presentare al pubblico di ciascun paese le linee
generali di una sintesi è dunque il primo obiettivo
di questa mostra.
Tuttavia la scelta di una prospettiva nuova può anche
aiutare i visitatori e i lettori a spingere il loro sguardo
su territori della storia e della memoria spesso soverchiati
dai due eventi militari più importanti, i combattimenti
del giugno 1940 e la liberazione nel 1944. Su questi non
c’è da rivedere nessun giudizio. La pregnante
metafora della «pugnalata alle spalle» contiene
una valutazione storica e morale, che continua a essere corretta,
perché proprio nelle Alpi iniziò la guerra
fascista italiana, con un’aggressione contro un avversario
considerato incapace di difendersi. Qui, inoltre, si svolse
il solo importante confronto bellico su terra delle due potenze «latine»,
il cui esito, ineluttabile per la Francia malgrado un ammirevole
successo difensivo, avrebbe poi avvelenato le loro relazioni
per lungo tempo. L’importanza della crisi del giugno
1940 ha finito tuttavia per lasciare in ombra la storia dei
cinque anni durante i quali le comunità alpine provarono
le devastazioni che un lungo stato di guerra può causare
su strutture economiche e sociali fragili. Per questa ragione
si propone qui al pubblico un punto di vista che considera
questo periodo nel suo insieme e i due versanti contemporaneamente,
e dal quale, pertanto, si può misurare l’impatto
del conflitto sugli equilibri regionali, pur seguendo la
concatenazione cronologica delle congiunture militari.
Non si è trascurato di sottolineare che le moderne
tecniche di distruzione (soprattutto i bombardamenti aerei
tattici e strategici) si fecero pesantemente sentire sul
territorio, tanto sulle grandi vie di comunicazione quanto,
specialmente dal lato italiano, sulle grandi industrie meccaniche
prealpine e sulla metropoli torinese. Ma fu probabilmente
l’economia propriamente alpina, che garantiva il mantenimento
di un immenso sistema di pascoli, di foreste e di corsi d’acqua
grazie all’infaticabile lavorio di una popolazione
troppo numerosa per poterne trarre una qualità di
vita accettabile, a essere colpita più duramente dall’azione
diretta e indiretta della guerra. Perché se lo sviluppo
dei movimenti di resistenza a partire dal 1942-43 e successivamente
lo stabilirsi del fronte alpino nel 1944 portarono i combattimenti
fino ai villaggi più remoti, le conseguenze delle
mobilitazioni ripetute avevano già dissanguato le
popolazioni delle valli, chiamate a pagare un pesante tributo
di prigionieri e di morti. La storia del versante italiano è particolarmente
istruttiva sotto questo profilo. In passato ne proveniva
un’emigrazione numerosa, che rispondeva all’offerta
di lavori agricoli sul versante francese e contribuiva all’equilibrio
economico delle regioni alpine. Ma dal 1940 i figli della
contadinanza montanara, riuniti nei corpi degli Alpini, si
trovarono a essere impegnati nelle zone in cui la loro cultura
specializzata era più preziosa: sfortunatamente si
trattava anche dei luoghi in cui la guerra fu più sanguinosa,
le montagne dell’Albania e della Grecia, a partire
dall’autunno del 1940, poi la Jugoslavia e le pianure
innevate della Russia nel 1941 e 1942. Qui essi morirono
a decine di migliaia e quelli che sopravvissero finirono
nei campi di concentramento dell’Unione Sovietica oppure,
dopo l’armistizio italiano del settembre 1943, furono
internati nella Germania nazista.
Sul versante francese, l’occupazione italiana del 1942,
poi quella tedesca del 1943, segnano l’inizio di uno
sfruttamento economico diretto e indiretto che si avvicina
alla spoliazione: i depositi dell’esercito francese
dopo l’armistizio vengono svuotati, gli operai sottomessi
al ricatto della relève (il lavoro in Germania in
cambio della liberazione di prigionieri di guerra), i giovani
al Servizio di lavoro obbligatorio (STO) mentre gli eserciti
di occupazione alimentano un selvaggio mercato nero. Renitenti
di ogni tipo alimentano le file dei partigiani spesso colpiti
da dura repressione. Nel contesto di un controllo poliziesco
e militare sempre più costrittivo trova il suo epilogo
la tragedia degli ebrei non francesi che erano venuti da
ogni paese dell’Europa per cercare un precario rifugio
prima nella «zona libera», poi sotto un’occupazione
italiana a questo riguardo indulgente. Le belle pagine di
solidarietà che si scrivono allora, le filiere che
vengono organizzate per indirizzare verso il rifugio svizzero
numerosi perseguitati, non possono nascondere il disastro
finale, particolarmente grave nelle Alpi Marittime.
In tutte queste regioni impoverite e spopolate, la liberazione
si fa lungamente attendere: le reti clandestine e i partigiani
la preparano ma le loro attese sono talvolta crudelmente
disilluse. Mentre il gioco della strategia e della politica
internazionale non richiede una liberazione prematura delle
Alpi, i sussulti offensivi delle armate del Reich in rotta
sono sufficienti a costellare di episodi sanguinosi la storia
delle due resistenze, dal Vercors e dalla Moriana fino alle
vaste zone imprudentemente liberate dai partigiani in Piemonte
e riprese dai tedeschi fra l’agosto e il dicembre del
1944. L’incendio parziale o totale dei villaggi (circa
centottanta nella sola provincia di Cuneo) è per così dire
il simbolo spettacolare di una repressione che prende di
mira le popolazioni giudicate resistenti nel loro insieme.
Rare immagini ci ricordano dunque le razzie, le repressioni
e la devastazione del territorio, dove un’archeologia
paziente tenta ora di riconoscere e classificare i luoghi
della memoria di questa guerra dei poveri.
Il tessuto storico che l’esposizione tenta di ricostruire,
tuttavia, non sarebbe stato completo se si fosse esclusa
dal panorama la Svizzera. Paese neutrale, per lunghi anni
l’unica oasi non nazista, la Confederazione è molto
prudente e non apre sempre le frontiere ai disperati che
bussano alla sua porta, ma durante le crisi acute del 1940,
del 1943 e del 1944 offre il disarmo e l’internamento
come alternativa accettabile per i soldati che vogliono sottrarsi
al campo di concentramento e per i partigiani braccati e
minacciati dai tedeschi o dai fascisti italiani. Ed è a
Ginevra che si stabilisce uno dei centri italiani di propaganda
del federalismo europeo, la cui generosa utopia apre una
prospettiva meno cupa sull’avvenire, nel momento in
cui la guerra delle Alpi, che risulterà una delle
più lunghe in Europa, termina con i difficili combattimenti
della primavera del 1945 vicino alla frontiera franco-italiana
e con l’insurrezione partigiana di aprile in Italia.
A quel punto mancano solo pochi giorni alla disfatta della
Germania nazista.
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