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Borgognan - Via Lanzo |
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Fabbrica produttrice di articoli in gomma, camere daria per biciclette, parti in gomma per auto (i maggiori committenti sono la Fiat, la Lancia e la Om di Milano), autocarri, motociclette e per materiale ferroviario, è costituita da un grande fabbricato a quattro piani situato in Via Lanzo, alla confluenza dei due quartieri di Borgo Vittoria e Madonna di Campagna. Occupa circa 500 lavoratori suddivisi tra il reparto articoli tecnici (che comprende la preparazione per gli articoli da stampare per le automobili, i camion, la Ferrovia, i pedalini per le biciclette e per le moto, e il trafilato per gli articoli più minuti), il reparto finitura e sbavatura (dove avviene la finitura, la sbavatura ed il collaudo di tutti gli articoli stampati, ed è composto per lo più da personale femminile e da due meccanici uomini che si occupano della manutenzione delle mole e dello smeriglio del materiale ferroviario), reparto tubificio (dove si producono tubi in gomma per vari usi), reparto copertura e camere daria per bicicletta e reparto semilavorati (adibito alla preparazione delle varie miscele per formare la gomma per tutti gli articoli in lavorazione; un reparto diretto da un laureato in chimica, dove il lavoro è molto nocivo per la salute). La manodopera è formata in gran parte da personale femminile, ("le cercavano tutte molto giovani" [Intervista a Natalia M.]), mentre i pochi uomini sono addetti alla manutenzione delle macchine e al controllo della disciplina in fabbrica (capireparto, capi squadra e sorveglianti). Le operaie, assunte dopo un mese di prova, lavorano a cottimo in reparti dove vige una disciplina ferrea, durissima, come ricorda Natalia M., operaia e staffetta partigiana:" le regole erano tremende già dal mattino: si entrava alle otto, ma cinque minuti prima dellorario bisognava essere sul posto di lavoro" [Intervista a Natalia M.]. Una rigidità che sembra far parte di ogni momento della giornata lavorativa: "si iniziava alle otto e si finiva a mezzogiorno. Era vietato persino mangiare le caramelle, dovevi farlo di nascosto. Cera una persona che andava su e giù per il reparto: se vedeva che muovevi la bocca, ti richiamava e ti segnalava. Inoltre fino a mezzogiorno a meno di situazioni di particolare gravità niente bagno, era vietato, non si poteva andare. A mezzogiorno cera la pausa: appena venti minuti. In questo tempo dovevi mangiare, andare ai servizi (che erano al piano terra) e poi risalire. Si usciva alle quattro e mezza" [Intervista a Natalia M.]. Nei reparti accanto alle operaie lavorano le cape collaudo e le maestre, figure adibite ad insegnare il lavoro alle nuove lavoratrici, ed il controllo è affidato ai capireparto, personale maschile, spesso temutissimo, come nel caso del capo reparto Nizza, "uno dei primi squadristi, molto severo e fascista convinto" assai temuto da tutte le operaie per i suoi metodi: "cera una lavorazione fatta per la ferrovia: dentro cera del ferro ed intorno tutta gomma che bisognava passare alle mole smeriglio: quel lavoro lì lo davano di solito agli uomini perché era davvero pesante, ma lui, quando vedeva qualche donna fare dei gesti di disappunto o semplicemente alzare la testa la mandava a fare quel lavoro lì, alla sera quella donna non so se aveva la forza per andare a casa" [Intervista a Natalia M.]. Ed è proprio questo trattamento oppressivo sul luogo di lavoro, "una cosa che ti annientava e che non ti lasciava nemmeno la voglia di parlare, di canticchiare, niente, cera unoppressione tremenda e quando uscivi di lì avevi solo più voglia di andare a casa e sederti" [Intervista a Natalia M.], che fa scoppiare la scintilla della protesta operaia che si traduce in una massiccia adesione dei lavoratori allo sciopero del marzo 1943. Unagitazione che come ricorda loperaia Arcangela Casetti, è preparata nei minimi dettagli dai militanti comunisiti, i quali si preoccupano di "far trovare sui posti di lavoro i volantini preparatori dellagitazione entrando mezzora prima degli altri, in modo che gli operai li vedessero e sfuggendo così alla sorveglianza esercitata in officina durante le ore di produzione" [G. Alasia, G. Carcano, M. Giovana , 1983]. Ladesione alla protesta è totale: tutti i lavoratori, con le donne in testa al corteo, si radunano nel cortile della fabbrica dove la stessa Casetti tiene un comizio. A non prendere parte alla fermata del lavoro sono invece i pochi dipendenti fascisti, come ad esempio Bruna B., operaia del reparto finitura e sbavatura, figlia di uno squadrista che, come ricorda Natalia M. (sua collega) "quando ha visto che abbiamo cominciato ad uscire è salita sul tavolo e ha cominciato a gridare: fermatevi, vergognatevi, qui non bisogna fare così, vi faccio denunciare tutte, ma nessuno le ha dato retta. E poi ci ha fatto davvero chiamare tutte in questura, siamo state convocate una per volta" [Intervista a Natalia M.]. Questo episodio fa però emergere la solidarietà tra le compagne di lavoro, che, proteggendosi a vicenda, non forniscono al commissario che le interroga le vere motivazioni che le hanno portate a scioperare, ma rispondono semplicemente di essere uscite "perché sono usciti tutti e allora sono uscita anche io. Poi allora ci ha fatto andare via tutte senza dirci niente e quando siamo tornate in fabbrica più nessuno guardava la Bruna B.." [Intervista a Natalia M.]. Nello stesso anno, inizia nellazienda la fabbricazione delle maschere antigas che, affiancata a quelle tradizionali già precedentemente svolte, annovera la Borgognan tra le industrie ausiliarie deputate a svolgere la produzione di guerra: una fabbrica sotto il protettorato del Ministero del Reich per la produzione bellica, cosa che permette a tutti i dipendenti di avere lesonero dalla chiamata alle armi e un lasciapassare bilingue (italiano e tedesco). In questa nuova tipologia di lavorazione la Borgognan si sostituisce ad unaltra azienda, la Ceat (ex Tedeschi che, di proprietà di una famiglia ebraica, muta denominazione dopo il 1938), che, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 13 luglio 1943, si trova impossibilitata a proseguire la produzione di maschere antigas, intrapresa già da tempo. Nel 1944 i lavoratori partecipano allo sciopero generale del primo di marzo ("ricordo che ladesione è stata totale, non è rimasto nessuno nei reparti" [Intervista a Natalia M.]), e nel mese di luglio è costituito il Cln aziendale, la cui attività va ad affiancare quella delle cellule antifasciste attive allinterno dello stabilimento già prima dell8 settembre. Il Comitato di Liberazione di fabbrica è composto da 5 elementi, ognuno dei quali ricopre una mansione ben determinata, come ad esempio la distribuzione della stampa clandestina ("quei giornalini che uscivano una volta al mese" [Intervista a Natalia M.]), la propaganda politica, lorganizzazione delle attività ("si facevano delle adunate sempre fuori dalla fabbrica, spesso in Via delle Campagne che era isolata" [Intervista a Natalia M.]), il mantenimento dei contatti con le altre fabbriche e la consegna di viveri, collette e indumenti ai reparti partigiani dislocati sulle montagne. Il tutto è svolto nella più totale segretezza, comunicando soltanto "con parole dordine, stando soprattutto attenti a non parlare davanti a determinate persone, le spie, che comunque in fabbrica venivano quasi sempre individuate" [Intervista a Natalia M.]. Il 25 aprile del 1945 i lavoratori della Borgognan partecipano allinsurrezione cittadina: operai, operaie ed impiegati, "armati poco e niente, di figura", occupano la fabbrica e la presidiano da eventuali attacchi tedeschi. La mattina del 26 aprile una colonna di tedeschi transita davanti allo stabilimento, lo circonda e apre il fuoco contro gli operai barricati sul tetto "colpendo a morte il nostro compagno Aldo Grassi" [Intervista a Natalia M.]. Poco dopo lo scontro a fuoco (lunico che coinvolge la fabbrica nelle giornate insurrezionali) il direttore, ingegner Bruioli, e unoperaia escono dai cancelli delledificio per trattare con i tedeschi i quali "di fronte allassicurazione che non gli avremo fatto nulla e che li avremo consegnati agli americani, si arrendono" [Intervista a Natalia M.]. La colonna di soldati germanici, privata di armi, provviste (che, come ricorda Natalia M., "sono state indispensabili per la mensa nei giorni insurrezionali" [Intervista a Natalia M.]), carri e cavalli è sistemata dai lavoratori in unala dello stabilimento. Il giorno successivo entrano alla Borgognan le prime formazioni partigiane: molti "erano di passaggio, mentre altri si sono fermati senza però toccare i tedeschi perché quelli del Cln han detto voi entrate ma voi non li toccate, nessuno tocca quella gente, noi abbiamo dato la nostra parola che li consegneremo agli americani e così deve essere fatto. E infatti così fu". [Intervista a Natalia M.] Subito dopo la fine del conflitto lazienda passa sotto il controllo della Pirelli di Milano (è lo stesso Pirelli che, negli ultimi mesi di guerra, si reca a Torino a visitare i locali di Via Lanzo in previsione di un acquisto) che per prima cosa provvede, nei punti principali, a cambiarne lorganigramma: i quadri e la direzione sono così sostituiti con nuovi elementi provenienti direttamente da Milano. Nei primi anni sessanta la Borgognan, non più in grado di sostenere i costi dellattività produttiva, è costretta a chiudere i battenti. Fonti citate
Intervista realizzata da E. Miletto e archiviata su bobina a Natalia M., ex operaia della Borgognan ed ex staffetta partigiana membra del Cln di fabbrica;
G.Alasia, G.Carcano, M.Giovana, Un giorno del 43. La classe operaia sciopera, Gruppo Editoriale Piemonte, Torino, 1983; [p.126]; |
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