Michelin - via Livorno, 57

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L
’area nord ovest della città, fortemente segnata dalla presenza di importanti fattori di localizzazione come il fiume Dora (indispensabile per fornire la forza motrice idraulica) e la ferrovia, conosce all’inizio del secolo un impetuoso sviluppo industriale.

Ed è proprio nello spazio cittadino delimitato ad est dalla via Livorno, a Nord dalla Dora Riparia a Ovest da corso Umbria (denominato all’epoca corso Ferrara) e a Sud da via Treviso, che nel 1906 sorge lo stabilimento della Michelin italiana.

Il nucleo originario è costituito da due edifici su via Livorno e da alcuni capannoni interni e conosce, nel corso degli anni, particolarmente tra il 1915 e il 1938, una serie di ampliamenti legati alle esigenze di una crescente produzione, che porteranno l’intero complesso ad estendersi su una superficie di circa 150.000 metri quadrati.

Tra il 1937 e il 1938 l’azienda consolida la propria presenza sul territorio: nel 1937 sul lato opposto di corso Umbria è costruito il Michelin Sport Club, una struttura dopolavoristica polivalente destinata ad ospitare varie attività (cinema, campo sportivo, ristorante, sala feste, teatro), mentre l’anno successivo, tra corso Umbria e via Treviso sorge un complesso abitativo per i dipendenti dotato anche di un servizio di asilo e di un efficiente ambulatorio medico rivolti alle famiglie dei lavoratori. Vista la vicinanza allo stabilimento, in questi edifici abitano prevalentemente i responsabili dei reparti, gli operai addetti alla manutenzione degli impianti e quelli che forniscono il servizio di vigili del fuoco.

Nel 1939 la Michelin di Torino occupa circa un migliaio di dipendenti che nei vari reparti procedono alla lavorazione della gomma che giunge, attraverso la linea ferroviaria, proprio all’interno dell’edificio. In via Livorno si producono le camere d’aria, i pneumatici per automobili, camion (nel 1937 l’impresa brevetta proprio a Torino il pneumatico da camion Métalic, che segna una tappa molto importante per l’utilizzo di un rinforzo composto da fili di acciaio anziché in cotone), motociclette e biciclette.

Lo scoppio del conflitto mondiale proietta sull’azienda e sui suoi lavoratori riflessi particolarmente negativi: infatti nel 1940, nei giorni immediatamente precedenti alla dichiarazione di guerra, la direzione, gelosa custode dei segreti della produzione, decide di inviare in Francia tutti i macchinari speciali, per paura che questi cadano in mani estranee: "così per quindici giorni decine di operai rimangono nello stabilimento giorno e notte per smontare il più in fretta possibile i macchinari". [E.Vittonetto, 1999].

Qualche giorno più tardi il regime requisisce lo stabilimento e ne assegna la gestione alla Pirelli che provvede a mettere a disposizione le materie prime necessarie alle lavorazioni.

In realtà la produzione, oramai confinata in una piccola parte dell’intero fabbricato subisce una netta diminuzione: si producono principalmente gomme per bicicletta e per mezzi militari. La diminuzione della produzione costringe gli operai ad una forzata inattività: "ci sono centinaia di persone che non sanno cosa fare, e allora cominciano a fare cose utili per la vita quotidiana. Le donne in fabbrica fanno le calze di lana, che sono date ai dipendenti come compenso al posto della paga, mentre gli operai si mettono a fare le cose più disparate, dalle suole di gomma distribuite ai dipendenti sulla base del carico di famiglia, alle trappole per topi, alle tomaie per le scarpe con tele gommate". [E.Vittonetto, 1999].

Si produce così in fabbrica tutto ciò che serve ai dipendenti e alle loro famiglie per vivere, anche perché, la riduzione al minimo degli stipendi imposta dallo stato nel periodo bellico, costringe l’azienda ad integrare lo stipendio delle maestranze con dei beni materiali, come ad esempio i pneumatici da bicicletta "che a quel tempo valgono oro, perché le ferrovie sono bombardate e la bicicletta è l’unico mezzo di trasporto". [E.Vittonetto, 1999].

Oltre ai pneumatici sono forniti ai lavoratori anche dei generi alimentari di prima necessità difficili da reperire: tra il 1942 e il 1943 il teatro del dopolavoro di corso Umbria è adibito a magazzino e ogni famiglia, in base al numero di componenti, riceve latte in polvere, olio, riso e farina.

Nel periodo bellico le bombe e gli spezzoni incendiari che si abbattono su Torino, non risparmiamo nemmeno la Michelin, che subisce numerosi bombardamenti riportando danni ai fabbricati e ai macchinari, che però non sono sinistrati in maniera irreparabile.

Nell’aprile del 1945 la fabbrica (dove il lavoro è sospeso durante le agitazioni del marzo 1943 e lo sciopero generale del 1 marzo 1944) è presidiata e difesa dai propri operai che, a Liberazione avvenuta, ricevono il ringraziamento personale del direttore Robert Daubrée che ricorda come con "il loro gesto essi abbiano permesso all’azienda di sopravvivere". [E.Vittonetto, 1999].

Al termine del conflitto mondiale la Michelin si trova di fronte il problema della riorganizzazione quasi totale della produzione: non solo è necessario riattivare tutti i comparti dello stabilimento, ma si deve provvedere anche alla formazione di nuovo personale ritenuto indispensabile per incrementare l’attività produttiva. E’ in questo contesto che il direttore Daubrée stipula un accordo con la Casa di Carità Arti e Mestieri, un istituto che, nell’arco di un corso triennale di studi (gratuito per i figli dei dipendenti) si sarebbe occupato di forgiare i nuovi quadri dello stabilimento.

La Michelin cresce e con essa anche le necessità produttive che implicano l’esigenza di spazi per il reparto dirigenziale e quindi di uffici: a tale proposito, nel 1951, l’edificio di proprietà del Cotonificio Valle Susa (in corso Umbria) è annesso alla Michelin che da quell’anno fino agli anni ’60 conosce un grandioso sviluppo (i dipendenti passano dal migliaio del dopoguerra a circa cinquemila). Tra il 1963 e i primi anni ’70 la società francese costruisce in Piemonte altri stabilimenti: Cuneo (1963), Alessandria (1971), Torino Stura (1971) e Fossano (1972). Si tratta di complessi industriali dotati di macchinari ed impianti moderni che rendono, progressivamente, la produzione del vecchio stabilimento di Torino Dora sempre meno competitiva.

E’ però nel 1982 che il declino del complesso di Torino Dora diventa inarrestabile: infatti la costruzione a Torino Stura di un nuovo reparto di 10.000 metri quadrati fa si che tutte le lavorazioni vengano via via decentrate e che il vecchio stabilimento venga abbandonato poco alla volta.

Oggi di quel fabbricato rimane solamente più l’antica ciminiera un tempo utilizzata dai reparti di stampaggio.


Fonti citate

Bibliografia essenziale:

E. Vittonetto, Forme e colori della vecchia Torino industriale, Elede Editrice, Torino, 1999, [pp. 102-105];

B. Biamino- V.Castronovo, La città segreta. Archeologia industriale a Torino, Edizioni del Capricorno, Torino, 1993;

E. Gianieri, Storia di Torino Industriale il miracolo della Ceronda, Editrice Piemonte in Bancarella, Torino, 1978;

A. Patrucco, Il Museo dei Bambini, Tesi di Laurea, Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino, anno accademico 2001-2002.

 
       
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