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| Via Maria Vittoria: i cancelli
del vecchio ghetto |
Nel momento in cui l'ondata
persecutoria stava per avviarsi, le mura del vecchio ghetto costituirono
- per l'ebraismo torinese - un centro simbolico, paragonabile al portico
d'Ottavia di Roma o alla triestina via del Monte.
Da piazza Carlina ci
si era staccati con il trascorrere dei decenni, ma lungo la contigua via
Po e per tutta la lunghezza delle strade (via San Francesco da Paola,
via dell'Accademia, via San Massimo, via Fratelli Calandra) che vanno
in direzione di Porta Nuova o sconfinano nel quartiere dove, nel 1884,
era sorta la Sinagoga, risiedevano o lavoravano ancora commercianti e
piccoli artigiani ebrei mai allontanatisi dai recinti del ghetto. In un
piccolo gabbiotto addossato a una colonna del porticato di via Po, per
esempio riparava orologi il padre di Walter Rossi, che sarà uno
dei giovani ebrei caduti nella lotta di liberazione. Nella non lontana
via Mazzini, e soprattutto in via San Francesco da Paola, alla vigilia
delle leggi razziali, abitavano le due famiglie che rifornivano la comunità
di carne macellata secondo il procedimento della schechità. In
via Mazzini abitava la famiglia Grossman, mentre in una casa del vecchio
ghetto, in via San Francesco da Paola (angolo via Maria Vittoria), si
trovava il negozio di Claudio Pescarolo (detto Parin), dove venivano messi
in vendita gustosissimi salami d'oca, oltre a oggetti religiosi e libri
di preghiera. Claudio Pescarolo fu arrestato il 24 giugno 1944 e deportato
ad Auschwitz, da dove non fece ritorno. Dopo la Liberazione il negozio
si trasformò in macelleria De Andrea-Gambotto e diventerà
la ditta fornitrice della comunità.
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| Il vecchio ghetto di Piazza
Carlina |
Nel 1938, come in parte anche
oggi, la superficie della piazza era occupata dai banconi del mercato,
residuo del "cortile dei miracoli" che era stato nel Settecento
e nell'Ottocento. Attorno a questa piazza, "come lumache al guscio",
nuclei famigliari appartenenti ad un ceto sociale più basso dei
correligionari andati ad esplorare altri quartieri avevano ancora la loro
residenza. Il luogo, apparentemente, era sicuro. Lo diventerà un
po' meno quando la caserma Bergia, situata lungo uno dei lati della piazza
diventerà il comando della Guardia Repubblicana. In mezzo al mercato,
sul finire del 1943, e per larga parte dell'anno successivo, si noterà
una bancarella che terrà esposti libri, spartiti musicali, libretti
d'opera già appartenuti alla titolare dell'antica Cartoleria Centrale
di via Po, 18 (nel '44 sfollata dalle parti di Pinerolo). Prima di partire
aveva affidato le sue cose ad un vecchio suo conoscente. Nel dicembre
del '43, la vetrina del suo negozio era andata in frantumi per una sassata
o una bomba esplosa nelle vicinanze.
Nella topografia dell'ebraismo torinese, il centro è costituito
da questa piazza, che reca visibili i segni del ghetto nell'edificio che
fa angolo con via des Ambrois, dove, a parità di altezza, sono
sovrapposti quattro piani più un ammezzato (contro i due-tre piani
delle case confinanti).
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