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| Gli stabilimenti della FIAT
Mirafiori insediati, in quel tempo, in aperta campagna. |
Gli stabilimenti Fiat Mirafiori vennero progettati
fin dal 1936, rivelatosi il complesso del Lingotto ormai invecchiato sotto
l'aspetto produttivo e inadatto ai nuovi metodi, introdotti di recente
negli Stati Uniti, della lavorazione a catena. Giovanni Agnelli, che aveva
guardato con molta attenzione all'esperienza americana, intendeva il nuovo
stabilimento come strumento dello sviluppo della produzione e della riorganizzazione
del ciclo produttivo. Il "mito" di Mirafiori, della fabbrica
più grande e moderna d'Italia non nasce, come per il Lingotto,
da una architettura esemplare, ma dal gigantismo dei suoi numeri: un'area
di un milione di metri quadri, destinata alla produzione di autoveicoli
e motori di aviazione e alla fusione dei metalli, che potrà accogliere
22.000 operai (una concentrazione allora unica in Italia, tale da suscitare
le perplessità di Mussolini), fabbricati estesi su una lunghezza
di cinquecento metri e una larghezza di settecento, su un unico piano
di lavorazione; sei chilometri di gallerie sotterranee, rifugi antiaerei
per 11.000 persone; intorno, undici chilometri di binari ferroviari e
una pista di prova di oltre due chilometri (Berta, 1998, pp. 7-8) Lo stabilimento,
progettato dall'ingegner Vittorio Bonadè-Bottino, venne inaugurato
il 15 maggio 1939 dallo stesso Mussolini, alla sua terza visita a Torino,
avvenuta in un clima di freddezza, sia per gli attriti con la dirigenza
Fiat, sia per l'atteggiamento delle masse operaie colpite dal peggioramento
delle condizioni economiche e dai timori per la guerra. Gli avvenimenti
di quella giornata rimasero nella tradizione antifascista torinese, e
nella memoria dei protagonisti (spesso sovrapponendo i ricordi della visita
del duce del 1932) come l'inizio di un orientamento aperto di opposizione
al regime, ma i documenti che rimangono, compresi i filmati, danno piuttosto
il senso di un solco creatosi tra i lavoratori e il regime (Berta, pp.
10-12; Passerini, 1984, pp. 225 ss.).
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| Nei giorni successivi all'insurrezione
un gruppo di partigiani sfila su un carro armato di produzione FIAT
davanti a Porta Nuova. |
La tipologia produttiva, così come
l'elevata concentrazione di maestranze e la presenza di quadri politicizzati,
legarono strettamente la fabbrica alle vicende della guerra e della liberazione
di Torino, e ai grandi cicli delle agitazioni operaie tra il 1943 e il
1945.
Le incursioni aeree del 18 e 20 novembre 1942 avevano colpito gli stabilimenti,
causando notevoli danni alla produzione bellica. Nell'inverno dello stesso
anno le sempre più dure condizioni di vita sotto le bombe, i salari
ridotti, i generi alimentari sempre più scarsi ed un carovita inarrestabile
furono le cause del sorgere di una serie di agitazioni che, pur con il
pericolo di dure reazioni da parte della polizia fascista, prese l'avvio
nelle piccole imprese e si diffuse progressivamente ai maggiori stabilimenti
cittadini. Nel mese di gennaio 1943 si scioperò alle Ferriere per
la mancata consegna del supplemento pane, alla Spa e alla Diatto per la
non avvenuta liquidazione dei cottimi, alla Mirafiori per l'introduzione
della giornata lavorativa di dodici ore. Le proteste si intensificarono
un po' ovunque, in città come in provincia, fino alla grande serie
di scioperi del mese di marzo che segnarono la rottura definitiva del
consenso al regime. Il giorno 5 lo sciopero, iniziato alla Microtecnica
e alla Rasetti con la richiesta del pagamento di 192 ore a tutti gli operai
(e non solo agli sfollati) e di un'indennità di carovita, non si
estese alla Mirafiori, dove un tentativo venne subito soffocato e furono
operati arresti.
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| Riproduzione militare della
FIAT. |
"l'Unità" clandestina del
15 marzo diede notizia degli scioperi con una cronaca rimasta per molti
anni un luogo comune: l'avvio del movimento a Mirafiori, 5 marzo, ore
10. In realtà alcune manifestazioni furono segnalate nei giorni
6 e 8, e solo l'11 vi fu una sospensione del lavoro: circa 2.000 operai
di Mirafiori, occupato il refettorio, si rifiutarono di tornare ai propri
reparti al termine della refezione. Il giorno seguente gli operai del
turno di notte, appartenenti alle officine 6, 7, 8 e 9, così come
quelli delle officine 5, 18, 19 e 20, si astennero dal lavoro, occupando
nuovamente il refettorio (Massola, 1979, pp. 91-92). Analoga protesta
si verificò in serata con gli operai del turno successivo. La preminenza
attribuita agli operai di Mirafiori nacque "come motivo tattico essenziale
della propaganda attraverso la quale il Pci si sforzò di diffondere
e rafforzare lo sciopero nel corso stesso del suo svolgimento", e
quel numero dell'"Unità" fu un'arma cruciale in una lotta
in corso e come tale va letto oggi: gli estensori dell'articolo "desideravano
diffondere un appello all'azione che fosse il più efficace possibile"
attraverso l'utilizzo della forza simbolica del mito della grande fabbrica
e delle sue maestranze come "avanguardia" (Mason, 1988, pp.
409-410). La reazione fascista non mancò e numerosi furono gli
operai fermati e deferiti al Tribunale speciale. Ma gli scioperi continuarono.
Ripresi il 17 agosto alla Grandi Motori, si estesero anche agli altri
stabilimenti e proseguirono fino al giorno 20.
Una nuova ondata di agitazioni si verificò in autunno: il 18 novembre
l'officina 17 di Mirafiori, seguita dalla 7 e dalla 8, entrarono in sciopero,
protestando contro un posticipo dei pagamenti dei salari.
Parole d'ordine più politiche caratterizzarono invece gli scioperi
del marzo 1944, rivelando un grado notevole di maturità e di organizzazione
del movimento operaio. Iniziato il 1° marzo 1944, malgrado tentativi
di diversione messi in atto dalle autorità fasciste, ebbe una grande
ampiezza, estendendosi a tutto il Nord Italia, con risultati diversi,
più sul terreno dell'impressione suscitata che per i risultati
economici. La reazione tedesca e fascista fu molto dura, con arresti e
deportazioni. Gli operai vennero presi direttamente nelle loro case, pochissimo
tempo dopo lo sciopero, e immediatamente trasferiti alle Nuove. Nel marzo
del 1944 partirono da Porta Nuova numerosi operai che - aggregati a trasporti
formatisi in altre località, in particolare a Firenze e Bergamo
- vennero destinati ai Lager nazisti.
Altri scioperi si verificarono nel mese di giugno, in un clima di tensione
dovuto al progetto tedesco di trasferimento di macchinari in Germania
e ai diffusi timori di un invio coatto dei lavoratori. Il 22 un bombardamento
americano che colpì l'officina 17, interessata al trasferimento,
vanificò i piani tedeschi.
Le manifestazioni di questi mesi, risultato dell'intolleranza sempre più
evidente contro il regime, ebbero il merito di fungere da banco di prova
per lo sciopero insurrezionale del 18 aprile 1945. Chiusi scuole e negozi,
cessata la produzione, fermi i trasporti: la città si fermò
e partecipò compatta all'agitazione. Agli stabilimenti Mirafiori
la produzione si interruppe, ma la presenza di alcuni carri armati nemici
impedì l'uscita delle maestranze. Il 26 aprile il lavoro fu nuovamente
sospeso e gli operai si mobilitarono per la difesa degli impianti. Le
officine Mirafiori infatti, essendo situate nella zona sud di Torino,
in prossimità di una via di accesso alla città, risultavano
estremamente importanti per i tedeschi e furono oggetto di attacchi ripetuti.
Il primo di essi fu respinto senza eccessiva difficoltà verso le
ore 15, così come il secondo, avvenuto nel tardo pomeriggio. Anche
l'ultimo, iniziato verso le 19,30 e protrattosi per circa un'ora, non
consentì la rioccupazione nemica degli stabilimenti.
Nonostante l'esigua disponibilità di armi, che ammontavano ad un
centinaio tra moschetti e fucili, tre mitragliatrici leggere, tredici
pesanti ed un cannoncino, le Sap di fabbrica riuscirono a difendersi.
Il 26 aprile il Comando della IV zona partigiana (valli di Susa, Sangone
e Pellice) si attestò presso la cascina La Manta, a circa cinquecento
metri da Mirafiori, in attesa della divisione De Vitis comandata da Giulio
Nicoletta. Il giorno seguente la brigata Falzone, la prima a giungere
in città, si scontrò con una colonna di blindati nemici
impedendo loro di raggiungere lo stabilimento. Quasi contemporaneamente
le brigate di Nino Criscuolo e di Guido Quazza entrarono a Mirafiori e
si unirono alle formazioni di fabbrica (Oliva, 1989, pp. 355 ss.) trovando
già in funzione i tribunali popolari.
È tuttora visibile, all'altezza della porta 5 dello stabilimento,
una grande lapide che ricorda i lavoratori, caduti e deportati, appartenenti
all'autocentro Fiat.
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