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| L'Albergo Nazionale, oggi. |
Nella ricostruzione di via
Roma il problema di intonare la vecchia piazza San Carlo con le moderne
costruzioni fu risolto mantenendo lo stile barocco nel solo tratto verso
piazza Castello. Per addolcire il passaggio tra questa via Roma e quella,
più moderna, che collega piazza San Carlo alla stazione venne creata
una piccola piazza. Era nota allora con il nome di "piazza delle
chiese" o "piazza delle fontane" poiché sulle absidi
delle due chiese gemelle lo scultore Baglioni aveva appoggiato le statue
della Dora e del Po. Qui, sotto i portici che si estendono lungo il perimetro
della piazza, per l'esattezza al numero 254 di via Roma, si trovava la
Pensione Nazionale (oggi Albergo).
Tra il 18 e il 19 settembre del 1943 venne inviato a Torino il tenente
Alois Schmidt (presto promosso al grado di capitano) come comandante del
servizio di Polizia di Sicurezza, Sipo-SD, tedesca. Il distaccamento,
che dipendeva dal gruppo Italia Nord-Ovest, con sede a Milano (comandante
il colonnello Walter Rauff), aveva giurisdizione su tutto il Piemonte
ed era diviso in sezioni; tra queste la più importate era la quarta,
il contropionaggio della Gestapo, diretta dal tenente Rudolf Albrecht.
Schimdt ed i suoi uomini si stabilirono fino al 25 settembre del 1943
all'albergo Imperia, poi si trasferirono al Nazionale, trasformandolo
in quartiere generale.
L'albergo diventò
tristemente famoso poiché al suo interno venivano interrogati i
prigionieri politici detenuti alle Nuove. Gli interrogatori presupponevano
torture e violenze e potevano durare intere settimane. Racconta Ignazio
de Paoli, partigiano poi deportato: "A Torino ci portarono all'albergo
Nazionale, ora piazza Cln, dove c'è le statue della Dora e del
Po, e lì era il comando delle SS [
] E lì vi era il
famoso - e tristemente famoso - capitano o maggiore Alois Schimdt, che
a Torino
in Piemonte ne fece piangere molte famiglie
proprio
molto famigerato. Comandante delle SS, della polizia. Nazista. E lì
come si arrivò, altre botte, perché anche lì, volevano
sapere! [
] E allora botte: Tac! La testa contro il muro lì,
eh
prima cosa
Ed era tutto recintato, fuori, tutto recintato,
dai cavalletti di Frisia, in filo spinato. Dopo un paio d'ore ci portarono
via. E di fuori vi erano le Brigate Nere coi camion che ci aspettavano
perché ci volevano portare alla caserma di via Asti [
] E
invece [
] ci portarono alle Nuove" (De Paoli, Adp, p. 30) Giuseppe
Berruto, partigiano poi deportato, che allora aveva diciassette anni,
ricorda così la sua esperienza al Nazionale: "Mi hanno consegnato
subito agli SS tedeschi. Con verbale di consegna e quindi consegnato direttamente.
Qui è cominciata la trafila. Quindi, ehm, tre ore in piedi, di
fronte al muro, con le braccia alzate, e chi sta tre ore in piedi con
le braccia alzate sembra una cretinata, ma, ti dico la verità io,
sono state le prime sofferenze. Non riuscivo abbassare le mani perché
c'era uno con in mano, un SS, con il mitra puntato, che stava sempre lì.
Quando io cercavo di abbassare o di appoggiarle al muro subito un colpo
di mitra nella schiena [
] davanti ad una porta dove all'interno
interrogavano altri, per cui tu sentivi le grida all'interno non sapevi
cosa succedeva" (Berruto, Adp, pp. 21-22).
E Margherita Bergesio, partigiana ex deportata: "Entro al Nazionale.
Lì mi hanno messa in una camera sola, così, spariscono tutti,
ogni tanto vedevo la porta che si apriva, ragazzetti giovani, così
[
] Poi viene
non mi ricordo più il nome di questo comandante
ma tutti lo conoscevano a quell'epoca lì, era un repubblicano che
le mancava una gamba, aveva una gamba di legno, era ferocissimo, quell'uomo
lì negli interrogatori, ferocissimo [
] così due giorni
di seguito di interrogatorio, io sempre a dire la solita cosa, e il terzo
giorno è venuto il comandante che era tedesco, Schimdt ha assistito
all'ultimo interrogatorio mio ecc., e poi ha detto "basta così"
dice "una sola cosa vi voglio dire: imparate da questa donna. Guardi
che le pinze qui alle unghie, che io le ho cambiate tutte dopo, perché
erano nere e sono poi cadute" (Bergesio, Adp, pp. 17-21). Anche Anna
Cherchi fu torturata al Nazionale: "Dopo un mese, consecutivi tutti
i giorni, che anche all'albergo Nazionale, non creda che mi avessero trattato
con i guanti [
] E lì c'era una sedia, mi han dato la corrente
elettrica" (Cherchi, Adp, p. 47).
Il Nazionale, recintato con il filo spinato, con stanze destinate a uffici
e stanze predisposte a luoghi di interrogatorio e di tortura, restava
comunque un albergo. Al Nazionale i tedeschi dormivano e mangiavano: "Chi
doveva accompagnarmi alle Nuove aveva ancora da cenare. Mi portò
con sé alla mensa del Nazionale e ci sedemmo con degli ufficiali
tedeschi che si alzarono accennando a presentarsi: il mio accompagnatore
disse loro qualcosa e si risiedettero ritirando la mano già tesa.
Mangiai uova e spinaci, squisiti. Pensavo alla mia cella, alle mie scarpe
senza lacci, alla mia barba lunga. La sala era illuminata bene. La tovaglia
pulita, i camerieri in giacca bianca. Il mio accompagnatore mi parlava
di Benedetto Croce, credo che lo considerasse dalla loro parte" (Sarri,
p. 46).
La notte tra il 27 e il 28 aprile del 1945 i tedeschi abbandonavano l'Albergo
Nazionale; il 28 aprile, quando arrivò la III divisione partigiana
Gl, non ci furono scontri. L'albergo era disabitato.
Il capitano Alois Schimdt venne processato dal tribunale militare territoriale
di Napoli nel 1950, imputato di concorso in reato continuato di violenza
consistente in omicidio e in percosse e maltrattamenti contro privati
nemici. Venne condannato a otto anni di reclusione, assolto da molti capi
d'imputazione fra cui "il concorso nel reato di violenze consistenti
in percosse e maltrattamenti a danno di Cherchi Anna, Nicola Gioacchino,
Pungo Gigante, Carrà Mario, Bellone Giuseppe, Meltzeid Gustavo,
Monfrino Giuseppe per mancanza di prove e a danno di Garbagnavi Giuseppe
e dottor Lombardini per non aver commesso il fatto". Sotto i portici
una lapide ricorda Renato Martorelli, rappresentante socialista del Comitato
militare, morto sotto le torture. Il suo corpo non venne più ritrovato.
Opere citate:
Sarri S., La scatola degli spaghi troppo corti, Cuneo, L'arciere, 1999.
Le testimonianze citate sono tratte dalle trascrizioni delle interviste
conservate nell'Archivio
della deportazione piemontese (Adp), depositato presso l'Istituto piemontese
per la storia della Resistenza e della società contemporanea.
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