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  home Albergo Nazionale Via Roma, 254 (oggi Piazza CLN)   
(tram: 4-15 bus: 12-63)

 

L'Albergo Nazionale, oggi.
L'Albergo Nazionale, oggi.

Nella ricostruzione di via Roma il problema di intonare la vecchia piazza San Carlo con le moderne costruzioni fu risolto mantenendo lo stile barocco nel solo tratto verso piazza Castello. Per addolcire il passaggio tra questa via Roma e quella, più moderna, che collega piazza San Carlo alla stazione venne creata una piccola piazza. Era nota allora con il nome di "piazza delle chiese" o "piazza delle fontane" poiché sulle absidi delle due chiese gemelle lo scultore Baglioni aveva appoggiato le statue della Dora e del Po. Qui, sotto i portici che si estendono lungo il perimetro della piazza, per l'esattezza al numero 254 di via Roma, si trovava la Pensione Nazionale (oggi Albergo).
Tra il 18 e il 19 settembre del 1943 venne inviato a Torino il tenente Alois Schmidt (presto promosso al grado di capitano) come comandante del servizio di Polizia di Sicurezza, Sipo-SD, tedesca. Il distaccamento, che dipendeva dal gruppo Italia Nord-Ovest, con sede a Milano (comandante il colonnello Walter Rauff), aveva giurisdizione su tutto il Piemonte ed era diviso in sezioni; tra queste la più importate era la quarta, il contropionaggio della Gestapo, diretta dal tenente Rudolf Albrecht. Schimdt ed i suoi uomini si stabilirono fino al 25 settembre del 1943 all'albergo Imperia, poi si trasferirono al Nazionale, trasformandolo in quartiere generale.

L'albergo diventò tristemente famoso poiché al suo interno venivano interrogati i prigionieri politici detenuti alle Nuove. Gli interrogatori presupponevano torture e violenze e potevano durare intere settimane. Racconta Ignazio de Paoli, partigiano poi deportato: "A Torino ci portarono all'albergo Nazionale, ora piazza Cln, dove c'è le statue della Dora e del Po, e lì era il comando delle SS […] E lì vi era il famoso - e tristemente famoso - capitano o maggiore Alois Schimdt, che a Torino… in Piemonte ne fece piangere molte famiglie… proprio molto famigerato. Comandante delle SS, della polizia. Nazista. E lì come si arrivò, altre botte, perché anche lì, volevano sapere! […] E allora botte: Tac! La testa contro il muro lì, eh… prima cosa… Ed era tutto recintato, fuori, tutto recintato, dai cavalletti di Frisia, in filo spinato. Dopo un paio d'ore ci portarono via. E di fuori vi erano le Brigate Nere coi camion che ci aspettavano perché ci volevano portare alla caserma di via Asti […] E invece […] ci portarono alle Nuove" (De Paoli, Adp, p. 30) Giuseppe Berruto, partigiano poi deportato, che allora aveva diciassette anni, ricorda così la sua esperienza al Nazionale: "Mi hanno consegnato subito agli SS tedeschi. Con verbale di consegna e quindi consegnato direttamente. Qui è cominciata la trafila. Quindi, ehm, tre ore in piedi, di fronte al muro, con le braccia alzate, e chi sta tre ore in piedi con le braccia alzate sembra una cretinata, ma, ti dico la verità io, sono state le prime sofferenze. Non riuscivo abbassare le mani perché c'era uno con in mano, un SS, con il mitra puntato, che stava sempre lì. Quando io cercavo di abbassare o di appoggiarle al muro subito un colpo di mitra nella schiena […] davanti ad una porta dove all'interno interrogavano altri, per cui tu sentivi le grida all'interno non sapevi cosa succedeva" (Berruto, Adp, pp. 21-22).
E Margherita Bergesio, partigiana ex deportata: "Entro al Nazionale. Lì mi hanno messa in una camera sola, così, spariscono tutti, ogni tanto vedevo la porta che si apriva, ragazzetti giovani, così […] Poi viene… non mi ricordo più il nome di questo comandante ma tutti lo conoscevano a quell'epoca lì, era un repubblicano che le mancava una gamba, aveva una gamba di legno, era ferocissimo, quell'uomo lì negli interrogatori, ferocissimo […] così due giorni di seguito di interrogatorio, io sempre a dire la solita cosa, e il terzo giorno è venuto il comandante che era tedesco, Schimdt ha assistito all'ultimo interrogatorio mio ecc., e poi ha detto "basta così" dice "una sola cosa vi voglio dire: imparate da questa donna. Guardi che le pinze qui alle unghie, che io le ho cambiate tutte dopo, perché erano nere e sono poi cadute" (Bergesio, Adp, pp. 17-21). Anche Anna Cherchi fu torturata al Nazionale: "Dopo un mese, consecutivi tutti i giorni, che anche all'albergo Nazionale, non creda che mi avessero trattato con i guanti […] E lì c'era una sedia, mi han dato la corrente elettrica" (Cherchi, Adp, p. 47).
Il Nazionale, recintato con il filo spinato, con stanze destinate a uffici e stanze predisposte a luoghi di interrogatorio e di tortura, restava comunque un albergo. Al Nazionale i tedeschi dormivano e mangiavano: "Chi doveva accompagnarmi alle Nuove aveva ancora da cenare. Mi portò con sé alla mensa del Nazionale e ci sedemmo con degli ufficiali tedeschi che si alzarono accennando a presentarsi: il mio accompagnatore disse loro qualcosa e si risiedettero ritirando la mano già tesa. Mangiai uova e spinaci, squisiti. Pensavo alla mia cella, alle mie scarpe senza lacci, alla mia barba lunga. La sala era illuminata bene. La tovaglia pulita, i camerieri in giacca bianca. Il mio accompagnatore mi parlava di Benedetto Croce, credo che lo considerasse dalla loro parte" (Sarri, p. 46).
La notte tra il 27 e il 28 aprile del 1945 i tedeschi abbandonavano l'Albergo Nazionale; il 28 aprile, quando arrivò la III divisione partigiana Gl, non ci furono scontri. L'albergo era disabitato.
Il capitano Alois Schimdt venne processato dal tribunale militare territoriale di Napoli nel 1950, imputato di concorso in reato continuato di violenza consistente in omicidio e in percosse e maltrattamenti contro privati nemici. Venne condannato a otto anni di reclusione, assolto da molti capi d'imputazione fra cui "il concorso nel reato di violenze consistenti in percosse e maltrattamenti a danno di Cherchi Anna, Nicola Gioacchino, Pungo Gigante, Carrà Mario, Bellone Giuseppe, Meltzeid Gustavo, Monfrino Giuseppe per mancanza di prove e a danno di Garbagnavi Giuseppe e dottor Lombardini per non aver commesso il fatto". Sotto i portici una lapide ricorda Renato Martorelli, rappresentante socialista del Comitato militare, morto sotto le torture. Il suo corpo non venne più ritrovato.

Opere citate:
Sarri S., La scatola degli spaghi troppo corti, Cuneo, L'arciere, 1999.
Le testimonianze citate sono tratte dalle trascrizioni delle interviste conservate nell'Archivio della deportazione piemontese (Adp), depositato presso l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea.
 

 
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