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| Porta Nuova, oggi. |
Davanti a piazza Carlo Felice - che si apre
al fondo di via Roma, ricostruita tra il 1931 e il 1937 - sorge la stazione
di Porta Nuova. Progettata dall'ingegner Alessandro Mazzucchetti in collaborazione
con l'architetto Carlo Ceppi tra il 1861 e il 1868, venne edificata nella
zona in cui sorgeva un'antica porta della città, demolita dai francesi,
sostituendo l'Imbarcadero ferroviario per Genova. Fu poi oggetto di successivi
ampliamenti e modificazioni nei primi decenni del 1900. Edificio imponente,
subì durante la seconda guerra mondiale una serie di trasformazioni
che ne alterarono l'aspetto originario. Tra gli interventi più
significativi ricordiamo che tra il 1940 e il 1941 venne decisa la demolizione
della grande tettoia a volta (di 48 metri di luce) che ricopriva il fabbricato
viaggiatori al fine di destinarne il materiale all'industria bellica.
Per proteggere almeno dalle intemperie i luoghi ormai scoperti furono
realizzate delle pensiline di legno e tutti quei servizi che era possibile
spostare furono trasferiti in altra sede, dando luogo ad ulteriori demolizioni:
è il caso della biglietteria posta nel chiosco ottagonale realizzato
nel 1911, demolita nei primi anni '40 e trasferita in via Nizza, così
come del caffè e del ristorante che lì si trovavano. La
galleria della carrozze che si estendeva per 105 metri sul lato di via
Sacchi venne drasticamente ridotta a 35. Le incursioni aeree e una serie
di interventi di emergenza fecero il resto: alla fine del conflitto la
stazione risultava in condizioni ben diverse da quelle prebelliche alle
quali non tornò più (la grande volta in ferro venne sostituita
nel 1948 con una in calcestruzzo), a eccezione della facciata principale
che subì pochi danni e che era assoggettata ai vincoli della Soprintendenza
ai monumenti.
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| Cartelli segnaletici tedeschi
vicino a Porta Nuova, estate 1944. |
Durante la seconda guerra mondiale da Porta
Nuova partirono centinaia di deportati destinati ai campi di transito
o direttamente ai Lager nazisti. I gruppi di uomini e donne condannati
alla deportazione venivano radunati all'alba dentro il carcere delle Nuove
e trasportati alla stazione alle prime luci del mattino, transitando lungo
corso Vittorio Emanuele II, spesso deserto.
Il primo trasporto costituito alle Carceri Nuove partì da Porta
Nuova il 13 gennaio 1944: con destinazione Mauthausen, luogo in cui giunse
il giorno successivo (Spada, p. 84). Il trasporto era composto da un solo
carro bestiame con cinquanta deportati. Ricorda Italo Tibaldi: "Carceri
Nuove di Torino, 13 gennaio 1944, ore 3,30. La porta della cella n. 60
del secondo braccio viene aperta dalle SS e con Porcellana e Montrucchio
vengo sospinto bruscamente nella rotonda del carcere dove già molti
attendono. Veniamo contati più volte. Tra noi sono anche cinque
detenuti ebrei [
], il numero previsto è finalmente raggiunto:
siamo cinquanta in attesa. Poi in autocarro ci portano a Porta Nuova.
Saliamo sul carro bestiame fermo a un binario, consegnati a quattro militi
della polizia di frontiera Alpenjäger" (Tibaldi, p. 21). Ed
Eros Luise aggiunge: "Siamo andati alla stazione direttamente, difatti
dove c'è la lapide adesso, lato arrivi, noi siamo entrati di là!"
(Luise, Archivio deportazione piemontese, p. 15).
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| Lapide a ricordo dei deportati
politici, stazione di Porta Nuova. |
Un secondo trasporto lasciò Torino
il 18 febbraio 1944 di nuovo con destinazione Mauthausen (dove arriverà
il 21 febbraio). Compresi i prigionieri saliti a Milano, i deportati furono
122. Anche per questo trasporto abbiamo delle testimonianze. Terenzio
Magliano ricorda: "Da poco i rintocchi della torre campanaria delle
Carceri Nuove avevano avvertito gli insonni che erano le tre del 18 febbraio,
quando il corridoio del terzo raggio risuonò di passi pesanti,
ferrati, di colpi violenti, di comandi secchi alternati ad urla rese quasi
bestiali dal rauco accento tedesco [
] Ci fecero radunare nel cortile,
piccola folla di esseri soli con la nostra miseria [
] Frattanto
ci avevano portato alla stazione. Il vagone bestiame ci accolse, dopo
una breve corsa per Torino annegata nel sonno e nella bruma (i nostri
occhi erano divenuti brucianti per lo sforzo di vedere, di scorgere qualcosa
che riempisse il nostro pensiero delle ultime visioni care, degli ultimi
ricordi) [
] ci stivavano in 68 in uno spazio che non consentiva
ad un buon terzo di noi di stare seduti" (Magliano, pp. 32-33).
Partirono da Porta Nuova gruppi di deportati che vennero aggregati a trasporti
formatisi in altre località, in particolare a Firenze e Bergamo
nel marzo 1944. Si trattava soprattutto di operai piemontesi, toscani
e lombardi, rastrellati dopo lo sciopero generale dell'inizio del mese:
"Una scena pietosissima stamane; transitano per corso Vittorio Emanuele
II diretti in stazione i camion degli operai arrestati in seguito agli
scioperi e che vengono deportati in Germania. Sono stati prelevati dagli
stabilimenti il giorno stesso della ripresa del lavoro e non è
stata data loro la possibilità di rivedere le loro famiglie: dalle
carceri vanno direttamente in stazione" (Chevallard, p. 201) e Pio
Bigo ricorda: "C'era tutto il corso Vittorio, ogni pianta c'era una
sentinella con il mitra e avanti
" (Bigo, Adp, p. 13). "Quando
siamo usciti dalle Nuove, su un camion, eravamo tutti in piedi sul camion
c'era: due SS di qua e due di lì, seduti sulla sponda con i mitra
in mano. E siamo entrati in via Sacchi [
] Siamo entrati lì,
siamo andati verso i binari, sempre accompagnati da queste SS. Mentre
eravamo lì per salire sul vagone c'era già gli SS che picchiavano,
per riempire il vagone perché, il vagone bisognava fare un salto
per entrare [
] e qualcuno non riusciva a salire" (Calosso,
Adp, p. 7). Il primo di questi convogli transitò per Fossoli. Con
molta probabilità anche alcuni ebrei piemontesi erano su questo
treno.
Il 27 giugno 1944 da Porta Nuova partì il primo convoglio dall'Italia
verso Ravensbrück ed arrivò in Germania tre giorni dopo: vi
si trovavano sopra, tra gli altri, 14 donne di cui 13 faranno ritorno.
Ricorda Lidia Beccaria Rolfi: "La notte fra il 25 e il 26 giugno
i tedeschi prelevano me e altre tredici detenute dalle celle [
]
Ancora nella notte ci caricano su un camion e all'alba ci trasferiscono
a Porta Nuova e ci chiudono in un vagone bestiame" (Beccaria Rolfi,
pp. 12-13).
Dopo questa data i trasferimenti avvennero in pullman e partirono direttamente
dai luoghi di detenzione: "Si formano i pullman fuori dalle Nuove,
partono i gruppi
numerosi poi gli ultimi pullman, io non so quanti
fossero: due, tre, quattro, eran dei pullman bleu, scassati, saliamo sopra"
(Vazon, Adp, p. 19); "Ci caricarono su un tipo di corriere, vecchie
corriere e tutto" (De Paoli, Adp, p. 32); "Hanno fatto una colonna
di pullman e corriere, quello che avevano lì e ci han portati a
Bolzano, un campo di smistamento" (Cerrato, Adp, p. 2).
Porta Nuova non fu solo luogo di partenza per i deportati, ma anche luogo
di arrivo per i rari superstiti. Ricorda Ferruccio Maruffi: "Quel
9 giugno 1945, a Porta Nuova, scendemmo dal convoglio a piccoli gruppi
[
] Afro ed io ci recammo in un bar, sotto i portici di via Sacchi,
erano circa le tredici e il locale era affollato e rumoroso. Al nostro
ingresso, di colpo, i presenti si allontanarono di qualche passo e si
fece improvvisamente silenzio. [
] Afro ed io allora ci guardammo
in faccia, attentamente, come se ci vedessimo per la prima volta. E ci
siamo "visti" come eravamo" (Maruffi, 1993, p. 67). A Porta
Nuova dunque alcuni deportati ebbero il loro primo impatto con la nuova
realtà del dopoguerra. Scrive Nicola Adduci che fu per questa ragione
che subito dopo la liberazione si tentò di rendere la stazione
un minimo confortevole: "Vengono allestiti un posto di ristoro ed
un dormitorio dove sostano quanti sono in attesa di essere smistati nei
vari punti di raccolta" (Adduci, p. 178).
Nel 1974 la città ha voluto ricordare i deportati torinesi partiti
da Porta Nuova con una lastra in rame incisa da Cagli e voluta dall'Associazione
nazionale ex deportati nei campi nazisti, con il patrocinio della Regione
Piemonte. Recita la lapide, posta sul lato arrivi di via Sacchi: "Partirono
da questa stazione / i deportati politici per i campi di sterminio nazisti
/ A chi rimaneva lasciarono la consegna / di continuare la lotta contro
il nazifascismo / per l'indipendenza e la libertà".
Opere citate:
Adduci N., Alcuni percorsi di ricerca attraverso gli archivi locali, in
Cavaglion A. (a cura di), Il ritorno dai lager, Milano, Angeli, 1993
Beccaria Rolfi L., Bruzzone A.M., Le donne di Ravensbrück: testimonianze
di deportate politiche italiane, Torino, Einaudi, 1978
Chevallard C., Diario 1942-1945, edizione critica a cura di Riccardo Marchis,
in Roccia R., Vaccarino G. (a cura di), Torino in guerra tra cronaca e
memoria, Torino, Archivio storico della Città di Torino, 1994
Magliano T., Mauthausen: cimitero senza croci, Torino, Odip, 1950
Maruffi F., La nascita della associazioni di ex deportati, in Cavaglion
A. (a cura di), Il ritorno dai lager, cit.
Spada F., I trasporti dal Piemonte verso i campi di sterminio nazisti.
Contributo ad una storia regionale della deportazione, tesi di laurea,
Università di Torino, Facoltà di Scienze politiche, 1995-96.
Tibaldi I., Compagni di viaggio. Dall'Italia ai Lager nazisti, i "trasporti"
dei deportati 1943-1945, Milano, Angeli, 1994.
Le testimonianze citate sono tratte dalle trascrizioni delle interviste
conservate nell'Archivio della deportazione piemontese (Adp), depositato
presso l'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società
contemporanea.
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