Microtecnica - via Madama Cristina, 149

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el 1929 l’ingegner De Rossi fonda a Torino, nel rione di San Salvario, la Microtecnica, un’azienda specializzata nelle lavorazioni meccaniche di precisione. Durante la guerra la produzione si orienta soprattutto verso la realizzazione di commesse militari (bussole, piloti automatici per aerei, apparati guida per siluri, micrometri, ecc.), mentre le poche lavorazioni non belliche si basano fondamentalmente sulla costruzione di apparecchiature per l’industria cinematografica (proiettori, lenti meccaniche, strumenti per montaggi, ecc).

I dipendenti, che passano dalle 3.000 unità dei primi anni del conflitto alle 1.200 del 1945, rappresentano un nucleo molto combattivo che ricopre un ruolo di prim’ordine all’interno del movimento operaio torinese impegnato nella lotta al nazifascismo.

Nel 1942 i giovani apprendisti della fabbrica iniziano con la direzione una lunga vertenza (il giorno 16 di ogni mese è stabilita l’astensione dal lavoro) per ottenere "l’esonero dalle adunate fasciste del sabato pomeriggio allo scopo di studiare". [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983].

Oltre che per il diritto allo studio, le giovani maestranze scioperano anche per ottenere il pagamento del cottimo (non elargito dall’azienda), l’uscita dalla fabbrica "con mezz’ora di anticipo dopo dodici ore di lavoro in officina" [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983] e la possibilità di godere di qualche ora di libertà al sabato pomeriggio e la domenica mattina dato il pesantissimo orario lavorativo (circa 70-72 ore settimanali).

Queste agitazioni precedono quelle del marzo 1943, quando la Microtecnica è il terzo stabilimento cittadino ad entrare in sciopero. L’indennità di 192 ore concesse dal regime ai lavoratori sfollati, unita ai disagi provocati dai bombardamenti e alle richieste di rifornimento dello spaccio dei viveri che scarseggiano sul mercato (il pane prima di tutto, che spesso è introdotto clandestinamente nello stabilimento da alcuni operai provenienti dalla campagna), fanno sospendere il lavoro il 6 di marzo.

Al suono della sirena, alle 10 antimeridiane, i lavoratori si concentrano nel reparto manutenzione dal quale prende il via un’agitazione che dura l’intera giornata lavorativa e che vede un’adesione totale: operai, tecnici ed impiegati si concentrano tutti in questo reparto illustrando, come ricorda Luciano Rossi (uno dei promotori dello sciopero) "le rivendicazioni economiche e quelle concernenti lo spaccio, chiedendo una distribuzione straordinaria dei generi di prima necessità, l’organizzazione dei trasporti per gli operai, soprattutto per quelli che da Torino dovevano recarsi nello stabilimento di Pinerolo." [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983] A queste richieste si uniscono anche quelle di un immediata fine del conflitto:" il comizio terminò al grido di "viva la pace, basta con la guerra". [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983].

Il pomeriggio dello stesso giorno arriva la risposta della forza pubblica: alcuni reparti di cavalleria tentano di entrare nello stabilimento ma sono respinti dalle operaie che escono dalla fabbrica e i soldati, malgrado l’ordine impartito dagli ufficiali, non aprono il fuoco.

Nei giorni successivi alcune delle rivendicazioni operaie sembrano essere soddisfatte, visto che iniziano a pervenire allo spaccio discrete quantità di generi alimentari di prima necessità. Ma con essi arriva anche la repressione: molti lavoratori sono arrestati con l’accusa di aver partecipato alla protesta, mentre quelli ritenuti i veri e propri organizzatori degli scioperi sono interrogati negli uffici della direzione della fabbrica da "un colonnello dell’esercito, poliziotti del Commissariato di zona e dirigenti fascisti del gruppo rionale" [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983], ma grazie alla solidarietà tra compagni di lavoro "non si pronunciò un solo nome di coloro che avevano tenuto i comizi, per non esporre gli organizzatori della manifestazione". [G. Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983].

Si è visto come siano anche le difficoltà causate dai bombardamenti a spingere i lavoratori alla protesta. Infatti a partire dal dicembre del 1942 fino alla fine del conflitto sulla fabbrica di via Madama Cristina (vicina allo scalo ferroviario di Torino smistamento) cadono numerose bombe alleate che provocano ingenti danni.

I dati presenti all’interno dei fascicoli relativi al risarcimento dei danni di guerra, redatti direttamente dalla direzione aziendale e conservati all’Archivio di Stato di Torino, forniscono informazioni molto precise circa le incursioni aeree che colpiscono la Microtecnica tra l’8 dicembre del 1942 e il 5 aprile 1945.

Il primo bombardamento risale alla notte dell’8 dicembre del 1942: il lancio di diverse bombe incendiarie provoca nella parte di stabilimento situata nell’isolato delimitato dalle vie Cellini, Madama Cristina, Giotto e Menabrea (il capannone numero 5) un incendio di notevoli dimensioni che "malgrado il pronto intervento dei pompieri, non si è potuto spegnere" [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3346, volume 2 Beni Immobili] e che distrugge "i depositi delle vetture (tre camion sonori equipaggiati e un’auto Fiat 1500 adibita al trasporto e all’uso del personale dirigente della Ditta) il deposito delle macchine attrezzi, il deposito legname, il laboratorio di falegnameria e notevoli quantitativi di materie prime e prodotti chimici." [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3346, volume 2 Beni Immobili; Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3345, volume 3 Beni Mobili].

E’ però nel 1943 che lo stabilimento paga il prezzo più pesante dovendo subire per ben tre volte (tra il mese di agosto e quello dicembre) il fuoco degli ordigni alleati.

Secondo un rapporto della direzione l’incursione della notte del 17 agosto oltre a provocare danni pressoché totali al mobilio industriale, agli arredamenti della sezione ottica, alle materie prime in giacenza nei magazzini della stessa sezione e a quelle già consegnate nei reparti e pronte ad essere lavorate, danneggia gravemente anche "gli impianti e tutte le attrezzature dei vari reparti della sezione ottica. La distruzione fu dovuta oltre che al dilaniamento provocato da alcune bombe dirompenti pure all’incendio provocato dalle bombe incendiarie. L’incendio fu favorito enormemente si da assumere proporzioni rilevanti (sia in dimensioni che in intensità di calore) dalla presenza nei reparti di forti quantitativi di resine, cellulosa, pece e colofonia. Trattandosi di attrezzature e di strumenti di alta precisione, i medesimi furono dall’intenso calore sviluppatosi deformati o resi non più precisi e quindi non più utili se non come rottami di recupero." [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3369, volume 2 incursione 13/8/43].

Come si nota il reparto più colpito è quello della sezione ottica e un preventivo del 25 agosto 1943 della ditta Cimat (specializzata in costruzione e riparazione di macchine ed attrezzi meccanici) alla quale la Microtecnica si rivolge per conoscere l’ammontare dei danni, fornisce un responso tutt’altro che confortante circa la condizione dei macchinari danneggiati: "dopo un attento esame del macchinario sinistrato del vostro stabilimento, abbiamo constato che non solo tutta la parte elettrica è totalmente distrutta, ma che anche le viti di comando e le parti di movimento non hanno più nessuna possibilità di recupero. Ne consegue che la riparazione del macchinario verrebbe a costare più che la costruzione nuova. Ciononostante siamo disposti ad effettuavi la rimessa a nuovo a prezzi di inventario, vale a dire intorno al 60% del valore attuale delle macchine". [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3425, fascicolo Microtecnica, Danni di guerra incursione del 17 agosto 1943].

A quello del 17 agosto seguono poi altri due attacchi aerei, l’8 novembre e il 1 dicembre, in seguito ai quali sono sganciate sullo stabilimento bombe incendiarie e dirompenti che provocano "la distruzione dei locali costituenti la casa del custode, il magazzino vetri, il magazzino materiale pompieristico, il deposito materiali sabbionatura e il magazzino lamiere e trafilati" [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3346, volume 2 Beni Immobili].

Di portata minore, anche se sicuramente non trascurabili, sono invece i danneggiamenti subiti dopo le due incursioni del 1944 (il 3 gennaio e il 29 marzo), che precedono l’ultima del 5 aprile 1945: secondo quanto traspare da una denuncia per il risarcimento dei danni di guerra redatta dalla direzione aziendale questi due attacchi "avevano per obiettivo la stazione e il tronco ferroviario di Torino Smistamento, ma data la vicinanza a detto obiettivo degli stabilimenti Microtecnica, questi sono stati danneggiati dagli spostamenti d’aria e da numerose schegge di bombe. I danni consistono essenzialmente nella frantumazione di un gran numero di vetri, nella rottura di larghi tratti del tetto di alcuni capannoni dello stabilimento, nella contorsione di un certo numero di lastre ondulate, nella rottura di infissi, porte e finestre e nella screpolatura dei muri divisori." [Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella N° 3346, volume 2 Beni Immobili].

Nell’aprile del 1945, ma in realtà in tutto il periodo dell’occupazione tedesca, le maestranze dell’azienda, dove agiscono la brigata sappista "Valentino" e il Comitato di Liberazione di fabbrica (costituitosi nel novembre del 1944) forniscono un importante contributo alla lotta di Liberazione. Il tributo pagato per la causa della libertà è però, in termini di vite umane, assai elevato, come testimonia la commemorazione dei caduti partigiani, del 30 ottobre 1945: il bilancio è di 20 vittime tra le quali "ci fu chi morì combattendo da partigiano e chi soffrendo la nostalgia e le torture fisiche e morali del deportato". [Aisrp, E 82 b].

L’attività partigiana all’interno dello stabilimento durante le giornate insurrezionali è comunque ricostruibile attraverso la lettura dei verbali del Cln aziendale.

"Il giorno 24 aprile il CLN osservato lo svolgersi degli eventi insurrezionali, si è insediato ufficialmente nella sede dell’azienda e ha organizzato in collaborazione con i responsabili militari della SAP (Brigata Valentino) la difesa dello stabilimento. Si è disposto che tutta la maestranza non addetta alla difesa dello stabilimento si allontanasse con tutte le spettanze dovute per l’emergenza". [Aisrp, E 82 b].

Molto probabilmente l’occupazione dell’azienda avviene in condizioni di estrema difficoltà, soprattutto per la "mancanza di armi a causa della noncuranza del direttore, Ingegner De Rossi che in un primo tempo promise le armi alle SAP, ma poi non solo non ha provveduto, ma, in presenza di testimoni, si era manifestato di parere contrario giustificandosi che non vedeva la necessità di armare gli operai". [Aisrp, E 82 b]. La posizione del direttore De Rossi, assai poco incline a un possibile uso delle armi da parte degli operai responsabili della difesa dello stabilimento, sembra essere confermata anche dalle parole di Cornelia Benissone, responsabile del Gruppo di Difesa della Donna che ricorda come la mattina del 26 aprile (giorno dell’insurrezione) "l’ingegner De Rossi mi disse: gli alleati sono alle porte, dica loro (agli operai) di stare tranquilli e di aspettarli. Non devono fare niente" [G.Padovani, 1979]. Le sue parole non sono però tenute in considerazione visto che nella stessa giornata del 26 aprile i sappisti procurano "con ardite uscite, una delle quali, provocò il ferimento di due partigiani e la cattura di altri due (poi liberati il 28 aprile)" [Aisrp, E 82 b] le armi necessarie alla difesa armata della fabbrica diventata un punto di riferimento fondamentale per tutte le forze partigiane in azione a Torino.

Infatti una quindicina di lavoratori della sezione studi della Microtecnica, occupano il 26 di aprile gli edifici della scuola Parato di corso Sicilia 33, e preparano una piccola radio clandestina che, posta nella soffitta dello stabile, "comunicherà importanti notizie per i primi due giorni dell’insurrezione fino all’occupazione partigiana dell’Eiar" [P.Servetti, 1997] e che servirà a diffondere "ai vari settori cittadini notizie ed informazioni sull’andamento della battaglia" [P.Servetti, 1997].

Il 2 di maggio, a Liberazione avvenuta, l’azienda riprende a funzionare regolarmente.


Fonti citate

Archivio:

Archivio Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Aisrp), Cln aziendali e di categoria, b. E 82, f. b;

Archivio di Stato di Torino, Intendenza di Finanza, Reparto VI, Danni di Guerra, Cartella 3345, volume 3, Beni Mobili; Cartella 3346, volume 2, Beni Immobili; Cartella 3369, volume 2, incursione 13/8/43; Cartella 3425, fascicolo Microtecnica, Danni di guerra incursione del 17 agosto 1943;

Bibliografia essenziale:

G.Alasia, G.Carcano, M.Giovana, Un giorno del ’43. La classe operaia sciopera, Gruppo Editoriale Piemonte, Torino, 1983; [pp.169-172];

G. Padovani, La liberazione di Torino, Sperling &Kupfer Editori, Milano, 1979; [p.156];

P.Servetti, Torino tra guerra e Resistenza: 1940-1945. Con riferimenti alla Circoscrizione di San Salvario, Cavoretto e Borgo Po, Circoscrizione 8, Torino, 1997; [p.88].

 

 
       
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