INDICE 

  cronologia degli avvenimenti

  percorso nel centro storico

  musei della memoria

  © 2000-2002
 LE CITTA'
 delle leggi razziali  della guerra  della resistenza  della deportazione  della liberazione
 

Piazza Carlina

La Sinagoga

La città delle leggi razziali

Secondo i dati forniti dall'Annuario Statistico del Comune di Torino (1938), nella Sez. IX (Vanchiglia) e Sez. X (Valentino) risiedevano rispettivamente 253 e 276 ebrei, poco meno della metà di una popolazione complessivamente censita in quell'anno per un insieme di 1414 individui.
La città delle leggi razziali è una città frazionata in diverse realtà: la città del benessere, di chi ormai abita sui lunghi viali e alla Crocetta (o nelle ville della collina) e la città dei piccoli commercianti, degli artigiani che dal vecchio epicentro di piazza Carlina non si erano mai allontanati, per carenza di mezzi economici, ma anche per fedeltà a se stessi e alla propria storia.
Fatalmente, dopo l'autunno del 1938, spinti dall'incalzare degli eventi le due città si protendono verso la zona adiacente alla Sinagoga, dove gli incontri per creare ex novo la scuola e discutere la serie incalzante di provvedimenti che riguardano i cittadini "di razza ebraica", s'intensificano.
Novant'anni esatti dai decreti di emancipazione e dallo Statuto avevano distribuito gli ebrei torinesi in tutta la città, tuttavia le vie limitrofe a Piazza Carlina costituivano ancora per le famiglie meno abbienti il guscio da cui era doloroso allontanarsi. Qui sorgeva il vecchio ghetto, qui erano (e sono) visibili i cancelli in ferro battuto che lo delimitavano, qui perdurava il ricordo del cibo saporito e fedele alle norme rituali servito fino alla fine del secolo scorso dalla trattoria "Ghetto Vecchio", gestita da un personaggio leggendario come Aron Bachi.
Dopo il 1938, il nuovo centro diventa il reticolo delle vie limitrofe alla via San Pio V: via Galliari, via Sant'Anselmo, via Goito, via Berthollet, via Bidone (con due non trascurabili appendici, agli estremi topografici e anagrafici: via Orto Botanico, 13 sede dell'orfanotrofio e piazza Santa Giulia, 12 sede dell'ospizio per gli anziani). L'effetto ultimo delle nuove interdizioni fasciste è dunque l'istituzione di un Ghetto Nuovo, intorno al quale gli edifici per i bambini e gli anziani ruotano come due satelliti.
Il quinquennio che separa l'inizio della legislazione razziale e l'avvio delle retate e degli arresti va studiato nelle diverse tappe, ma è visibilmente segnato da un "prima" e da un "dopo": il bombardamento del 21 novembre 1942, che rase praticamente al suolo la Sinagoga. Segnali allarmanti della tragedia incombente si erano avuti anche prima, con l'arrivo di profughi ebrei dalla Germania, ospitati negli stessi edifici di via Sant'Anselmo e con le sinistre avvisaglie di una campagna antisemita che, in città, aveva assunto toni preoccupanti soprattutto a partire dall'autunno 1941 (attentato al portone della Sinagoga, affissione di lugubri manifesti inneggianti all'odio antiebraico). Erano avvertimenti, prove generali del tentativo operato dal nazifascismo di fare di Torino una "città senza ebrei".
Nulla tuttavia segnò la biografia di giovani e meno giovani come il vedere crollare in frantumi l'architettura vagamente esotizzante della grande Sinagoga, con le sue quattro cupole a tegole d'ardesia, squame di pesce e antenne d'oro. Le bombe che distrussero la Sinagoga sono il segnale che chiude sempre più ermeticamente ogni rapporto con il mondo esterno. (A.C.)