La citta'

 
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La città delle fabbriche

1938 | 1942 | 1942-1943 | marzo 43 | agosto 43 | settembre 43 | novembre 43 | marzo 44 | 1944-45

Nel 1938, alla vigilia della guerra, Torino aveva una popolazione di 684.533 abitanti [tabella 1], 200.000 dei quali erano occupati in attività industriali, che costituivano quindi la base del reddito di almeno i "2/3 delle famiglie cittadine" [C. Dellavalle, 1993]. La fabbrica sembrava così essere il cuore della vita economica e sociale della città: ne scandiva i tempi, i ritmi e arrivava anche a plasmarne il territorio che si presentava contrassegnato "da due poli distinti e separati, gli industriali e gli operai, il centro borghese e la cintura delle barriere operaie" [S. Musso, 1995].

Il settore metalmeccanico, con i suoi 95.000 lavoratori, ovvero il 45,3% del totale degli addetti occupati nell’industria, [Censimento industriale 1937/1940] stava al centro di questo universo industriale che aveva nella Fiat il proprio "colosso". [tabella 5, tabella 6, tabella 8 ].

Altri comparti di rilievo erano quelli del tessile e del vestiario (con grandi stabilimenti che impiegavano soprattutto manodopera femminile), della tradizionale lavorazione del legno, del cuoio e dell’industria alimentare dove prevaleva ancora una vocazione artigianale anche se non mancavano grandi impianti come ad esempio le Concerie Italiane Riunite e la Gilardini per il conciario, la Venchi Unica per il settore alimentare e la Ceat, la Michelin e la Snia Viscosa, per il comparto della chimica che aveva acquisito un notevole sviluppo. [tabella 13].

1942

L’industria torinese era perciò adatta a soddisfare le esigenze della produzione bellica e l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale aprì per le aziende cittadine, un periodo di espansione che portò ad "un rapido accrescimento delle attività e dell’occupazione" [C. Dellavalle, 1980]. Nei primi anni di guerra ci fu una rilevante impennata delle quote di manodopera femminile e di quella giovanile occupata negli apparati industriali cittadini, alla quale fece seguito, dalla fine del 1942, una brusca inversione di tendenza caratterizzata da una caduta della manodopera e da una riduzione della produzione che provocò, tra il 1943 ed il 1945, l’uscita dal mercato del lavoro di circa 80.000 unità.

Il mutamento era il risultato di due fattori principali: da un lato la diminuzione delle materie prime a fronte di una crescente domanda di beni e materiali a sostegno dello sforzo bellico enormemente dilatato, dall’altro i danni provocati dalle incursioni aeree alleate che a partire dal novembre 1942 iniziarono ad abbattersi su Torino con una frequenza [tabella 11] sempre maggiore colpendo non solo le abitazioni civili, ma anche i principali apparati produttivi cittadini.
La flessione dell’attività produttiva, [tabella 7, tabella 9, tabella 10] soprattutto nei settori legati più direttamente alla guerra, coincise con l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori:
durissime condizioni lavorative (ritmi di lavoro di 10/12 ore giornaliere uniti a una rigida disciplina di fabbrica), riduzione del potere d’acquisto dei salari, aumento del costo della vita, diffusione del mercato nero (che la gente chiamava "borsa nera" e al quale le classi popolari erano sempre più costrette a ricorrere) disagi causati dal freddo, dalle bombe e soprattutto dalla fame e dallo sfollamento, accompagnavano il vivere quotidiano dei lavoratori torinesi.

Questa difficile situazione, che neppure i flebili provvedimenti presi dal regime contribuirono a risolvere, provocò tra gli operai di Torino, città che i vertici fascisti definivano "sabauda e fascistissima, operosa e fedele" [G.Alasia, G.Carcano, M. Giovana, 1983] il diffondersi di preoccupazioni ed inquietudini che sfociarono nei primi chiari segni di dissenso.

1942 -1943

Tra l’agosto del 1942 e il primo bimestre dell’anno successivo, si contarono in città le prime agitazioni che coinvolsero le maestranze di svariati stabilimenti [in tutto il Piemonte nello stesso periodo gli scioperi furono complessivamente 21, dati reperibili in U. Massola, 1973].

Tra agosto e settembre del 1942, per protestare contro sfavorevoli provvedimenti economici presi dalla direzione scioperarono le maestranze delle Officine Magnoni e Tedeschi e quelli della Fiat Mirafiori. Tra gennaio e febbraio del 1943, si contarono altri sei scioperi: alle Ferriere Fiat, alla Fiat Spa, alle Acciaierie Fiat, alle Officine Diatto e alla Fiat Mirafiori.

La classe operaia torinese stava così tornando a riappropriarsi dello sciopero, uno strumento di lotta offuscato da "vent’anni di non uso" [C. Dellavalle, 1980]. In questo percorso la fabbrica si poneva subito come fulcro ed epicentro della ribellione ad un regime che diventava ogni giorno sempre più pressante. Il dissenso per il regime veniva inoltre espresso sempre più frequentemente con slogan di opposizione nei confronti di Mussolini, dei tedeschi e dell’alleanza nazifascista che comparivano sui muri delle fabbriche e che accostavano il Duce ad animali ("Duce asino" sui muri della Riv), a luoghi espliciti ("Quel cretino di Roma" alla Grandi Motori) e al colore simbolo del fascismo, il nero, che negli ambienti operai diventa "moro" ("A morte i mori", alle Officine Savigliano) [L. Passerini, 1984].

Le agitazioni dell’estate del 1942 e dei primi mesi del 1943 promossero all’inizio del marzo 1943 un movimento di protesta molto più ampio ed esteso.

M A R Z O 1943

A fornire l’occasione fu un provvedimento emanato dal regime per supplire alle difficoltà causate dai bombardamenti che introduceva un’indennità straordinaria per i lavoratori sfollati (concessione di 192 ore di paga, pari ad un mese di salario), provocando la reazione di quelli non sfollati che chiedevano l’assegnazione delle 192 ore per tutti.

Il 1° marzo, una prima agitazione programmata alla Fiat Mirafiori fallì senza riuscire a generalizzare la protesta.

Il 5 marzo, ancora alla Fiat Mirafiori, alcuni reparti delle officine ausiliarie entrarono in sciopero, ma l’iniziativa non si estese a tutto lo stabilimento. L’agitazione riuscì invece negli stabilimenti delle Officine Rasetti dove l’astensione dal lavoro fu quasi totale.

La notizia delle proteste si diffuse ben presto tra i lavoratori delle altre fabbriche cittadine, innescando, come una miccia, una lunga serie di scioperi che durarono fino alla metà del mese diffondendosi poi in tutto il Piemonte e, da qui, nelle principali fabbriche lombarde, liguri, venete ed emiliane fino a provocare "la paralisi di tutta l’industria del Nord" [V. Castronovo, 1987].

Il 6 marzo sospesero il lavoro per l’intera giornata i dipendenti della Microtecnica, e l’8 marzo l’agitazione si diffuse a "macchia di leopardo" coinvolgendo contemporaneamente altri stabilimenti cittadini.

La protesta degli operai torinesi era per il regime una fonte di grande preoccupazione: la mattina del 9 marzo, Carmine Senise, capo della polizia inviava a tutti i prefetti un telegramma per informarli come "una notevole percentuale operai si est astenuta contemporaneamente dal lavoro. Pregasi mantenersi vigilantissimi" [U. Massola, 1973]. Le parole di Senise caddero però nel vuoto. A Torino lo sciopero era ormai lanciato e coinvolgeva una porzione sempre più compatta di lavoratori che rivendicavano l’aumento del salario e la concessione dell’indennità di sfollamento (192 ore).

L’11 marzo a Roma Mussolini esprimeva la sua ostilità riguardo agli scioperi torinesi davanti al direttorio del Partito Fascista augurandosi che Torino non desse "anche in questa guerra, l’esempio che diede nella scorsa, nel 1917" [E. e D. Susmel, 1966]. La mattina dello stesso giorno, altri dieci stabilimenti fermavano i macchinari.

Gli scioperi continuarono coinvolgendo un maggior numero di lavoratori ai quali si univano, dal 12 marzo, anche i tranvieri che esigevano il pagamento del carovita e delle 192 ore.

La durissima repressione (furono circa 850 gli arresti e centinaia i ritiri degli esoneri) e la sostanziale concessione delle principali rivendicazioni economiche (fu accordata l’indennità di guerra) fecero spegnere giovedì 18 marzo marzo la protesta di circa “100.000 operai torinesi”; così li quantificava l’Unità del 15 marzo 1943.

Le giornate del marzo 1943 rappresentarono un evento rilevante non solamente sul piano economico ma soprattutto su quello politico: infatti, il malcontento economico “aveva fatto da base ad una protesta che i manifestanti comunisti avevano indirizzato contro la guerra e il fascismo”. [R. Battaglia, 1964].

Il regime, che era stato costretto a "rispondere positivamente ad un’iniziativa partita dagli operai" [C. Dellavalle, 1980], appariva ora fortemente ridimensionato, messo a nudo in tutti i suoi punti deboli, : viceversa gli operai apparivano come il primo soggetto sociale in grado di contrastare la politica fascista per altro in grave crisi.

Le giornate del marzo 1943 erano perciò destinate a non rimanere un episodio isolato.
L’estensione ad altre aree e ad altre città della protesta stava a sottolineare che gli scioperi degli operai torinesi avevano dato voce ad una situazione di grave e diffuso disagio. E assumevano perciò una valenza politica generale.

A G O S T O 1943

Caduto il regime fascista il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio per scongiurare ogni forma di protesta mantenne un rigido controllo nelle fabbriche utilizzando anche l’esercito.
Tra il 17 e il 20 agosto dello stesso anno gli operai torinesi entrarono in sciopero per richiedere l’uscita dell’Italia dal conflitto. Furono i bombardamenti del 16 di agosto che provocarono ingenti danni alla città, la scintilla che fece esplodere il malcontento operaio, [tabella 12].

La mattina del 17 agosto la protesta iniziò alla Grandi Motori assumendo connotazioni drammatiche (all’uscita degli operai dalla fabbrica le truppe avevano risposto con il fuoco provocando il ferimento di sette operai, uno dei quali morì) e si diffuse, nei giorni successivi in tutte le altre fabbriche cittadine. Una prima avvisaglia di sciopero si ebbe il 18 agosto, quando le maestranze delle Officine Rasetti e della Grandi Motori si astennero dal lavoro, ma fu il 19 agosto che l’astensione dal lavoro fu totale: le fabbriche si fermarono supportate nella protesta dai tranvieri e dalle categorie degli impiegati, degli artigiani e dei commercianti.

Il giorno successivo arrivò a Torino il ministro del lavoro Piccardi che raggiunse con i rappresentanti degli operai importanti accordi: il riconoscimento delle commissioni interne, la scarcerazione dei detenuti politici e il ritiro dalle officine delle truppe e dei carri armati e il 21 agosto le fabbriche torinesi riprendevano regolarmente il lavoro

Gli scioperi dell’agosto del 1943 si differenziarono da quelli del marzo per la modalità di esecuzione (i lavoratori uscirono dalle officine e si riversarono lungo le strade cittadine) e per le rivendicazioni: la fine della guerra si univa ad un altro tipo di richieste (ritiro delle truppe dagli stabilimenti, scarcerazione dei detenuti politici, ritardo del coprifuoco, libertà di stampa e la rimozione dalle cariche civili e militari dei funzionari fascisti che avevano dimostrato atteggiamenti brutali contro gli operai) che davano alle lotte dei lavoratori un marcato tratto di politicità.

La caduta del regime avrebbe dovuto coincidere con la fine della guerra: questa era l’interpretazione comune non solo agli operai, ma anche a gran parte della popolazione, e le agitazioni di agosto promosse dai lavoratori torinesi ebbero il merito di tradurre quello che era un "desiderio diffuso in necessità politica" [C. Dellavalle, 1980].

S E T T E M B R E 1943

L’occupazione tedesca, in seguito alla crisi dell’8 settembre, ebbe sull’industria piemontese pesanti riflessi negativi, facendo registrare una generale caduta degli indici produttivi.

A ciò si doveva aggiungere il peggioramento delle condizioni operaie dovute all’inconsistenza dei salari in relazione al costo della vita (aumentato in seguito all’occupazione nazista), alle pessime condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche e alle difficoltà nel reperimento di generi alimentari di prima necessità (oramai disponibili solo alla borsa nera dove avevano raggiunto prezzi molto elevati), motivi che, verso la metà di novembre, innescarono una nuova ondata di proteste.

N O V E M B R E 1943

Il 16 novembre lo sciopero iniziava alla Fiat Mirafiori, dove tutti i quadri dello stabilimento (operai, tecnici e impiegati) si astennero dal lavoro, dando l’esempio alle altre fabbriche torinesi. Tra il 17 e il 20 novembre l’azione proseguì compatta: tutte le industrie cittadine erano in sciopero e nessun settore produttivo entrò in funzione.

I lavoratori chiedevano "l’aumento dei salari e delle razioni alimentari" [M. Giovana, 1962] e il 20 novembre gli operai decisero di inviare le ricostituite commissioni interne a trattare col comando germanico che promise miglioramenti se i lavoratori avessero ripreso il lavoro. In caso contrario il Reich tedesco non avrebbe più tollerato nessuna interruzione della produzione. Lo sciopero fu interrotto per una settimana e solo il 25 novembre le fabbriche riavviarono i macchinari.

Il 30 novembre i vertici tedeschi, in un incontro con le commissioni degli operai Fiat, che però rappresentavano tutte le maestranze torinesi, resero note le loro proposte che non corrispondevano alle promesse fatte ai lavoratori: estensione a tutta la famiglia operaia del supplemento pane del 75% dato al capofamiglia; carte annonarie supplementari; blocco dei prezzi e aumento dei salari del 30%.

La reazione operaia a queste proposte giudicate insoddisfacenti non tardò ad arrivare e si materializzò in uno sciopero che coinvolse il mattino del 1° dicembre le maestranze di svariati impianti cittadini, senza però toccare lo stabilimento di Mirafiori (presidiato da reparti armati tedeschi), della Spa e dell’Aeronautica dove gli operai rimasero sotto il tiro delle armi tedesche fino alla ripresa del lavoro.

Le intimidazioni tedesche sugli operai di Mirafiori resero "orfani" della forza principale i lavoratori degli altri stabilimenti torinesi, che prolungarono lo sciopero di 48 ore, ma furono poi obbligati ad interromperlo.

Gli scioperi del novembre e del dicembre 1943 contribuirono comunque al raggiungimento di rilevanti obiettivi, economici e politici.
L’aumento del 30% dei salari, la trasformazione dell’indennità concessa in aprile in indennità di presenza, l’estensione a tutti del pagamento delle 192 ore e il contributo in viveri che le aziende e i tedeschi si impegnavano a versare, costituivano infatti per i lavoratori torinesi delle concessioni tutt’altro che marginali sul piano economico.

Dal punto di vista politico gli scioperi rafforzarono invece le posizioni dell’antifascismo politico: gli operai rappresentavano un grande potenziale di conflittualità da riversare contro il regime nazifascista e furono proprio le maggiori voci di opposizione al regime (azionisti, comunisti e socialisti) a "orientare questa forza generale in senso più esplicitamente politico" [C. Dellavalle, 1993]. Tutto ciò avverrà con lo sciopero generale del 1° marzo 1944.

M A R Z O 1944

Il 1° marzo del 1944 a Torino scattava lo sciopero generale, nonostante la manovra preventiva adottata dalle autorità nazifasciste che con un comunicato prefettizio diramato il giorno precedente annunciavano la messa in ferie delle fabbriche, per la mancanza di energia elettrica. Ad essere chiuse del tutto erano in realtà poche fabbriche per un totale di circa 10.000 operai, mentre erano esclusi dal provvedimento i complessi industriali indispensabili alla produzione bellica (primi fra tutti gli impianti Fiat).

Nonostante la manovra della messa in ferie una buona parte dei lavoratori degli impianti dei quali non era stata decretata la chiusura sospese il lavoro, mentre in altri stabilimenti la pressione delle autorità rese difficoltoso lo sciopero: furono comunque 60.000 gli operai che si astennero dal lavoro.

La sera del 1° marzo, Zerbino, capo fascista della Provincia, ordinò la ripresa del lavoro per il giorno successivo minacciando la chiusura degli stabilimenti, con perdita delle retribuzioni, arresti e deportazioni in campo di concentramento, licenziamento in tronco e perdita dell’esonero per i lavoratori che avevano l’obbligo del servizio militare.

Nonostante queste minacce il 2 marzo entrarono in sciopero le maestranze della stragrande maggioranza delle fabbriche per un totale di circa 70.000 persone, appoggiate da molti commercianti che chiusero i negozi in segno di solidarietà e dalle unità partigiane che sabotarono diverse linee tranviarie nell’intento di paralizzare il traffico cittadino.

Il 3 di marzo la Fiat decretò la serrata degli stabilimenti e le autorità nazifasciste provvidero a inviare nelle fabbriche presidi armati senza però riuscire a frenare l’agitazione. Il 6 di marzo il Comitato di agitazione “stimando che la prova di forza fosse sufficiente decideva la ripresa del lavoro per mercoledì 8 marzo” [R. Luraghi, 1958].

Alla fine di queste giornate di lotta, che ebbero l’importanza di tradurre "sul piano della fabbrica la dichiarazione di guerra aperta che il movimento antifascista aveva fatto fin dall’8 settembre" [C. Dellavalle, 1980], la repressione tedesca si abbatté ferocemente sul movimento operaio torinese: centinaia furono gli arrestati, migliaia i giovani ai quali fu ritirato l’esonero ed imposto il richiamo alle armi, molti i deportati nei campi di concentramento ai quali si aggiungevano i numerosi partigiani catturati nei rastrellamenti.

Dopo lo sciopero generale del marzo del 1944 la situazione delle industrie torinesi si presentava molto delicata: i risvolti della guerra (sbarco in Normandia) e la liberazione di Roma ebbero l’effetto di diminuire i rifornimenti di materie prime causando una riduzione dei livelli produttivi. Per molti operai (anche per quelli specializzati) questo voleva dire correre incontro al rischio di licenziamento. Inoltre la volontà tedesca di spoliazione di uomini e impianti come estremo sfruttamento delle risorse italiane contribuiva ad aggravare la situazione.

G I U G N O 1944

Il 15 di giugno il comando tedesco decise il trasferimento coatto in Germania dei macchinari e delle maestranze dell’Officina 17 della Fiat Mirafiori, provocando la pronta reazione operaia: dal 17 al 27 giugno le industrie torinesi si fermarono. La protesta partì dallo stabilimento di Mirafiori e, dopo la decisione dei tedeschi di proclamarne la serrata, si diffuse in tutte le altre fabbriche torinesi, interessando anche un gran numero di tecnici ed impiegati. Gli operai si battevano non solo contro la deportazione di uomini e mezzi, ma rivendicavano anche un aumento dei salari e dei viveri.
Grazie a questa ferma prova di resistenza i lavoratori ottennero miglioramenti economici (a Mirafiori, ad esempio, la direzione versò un anticipo di 92 ore sulle 192 e fu concesso un aumento ai percentualisti) e fecero abbandonare ai tedeschi i progetti di invio di macchinari e lavoratori in Germania. Va inoltre ricordato che il 22 giugno un’incursione alleata colpì proprio l’officina 17 di Mirafiori distruggendo gran parte del materiale che i tedeschi volevano asportare. Lo sciopero del giugno, diede perciò agli operai torinesi l’occasione di verificare nuovamente la loro grande capacità di mobilitazione e di coesione, ma soprattutto ebbe il merito di riuscire a bloccare un’iniziativa tedesca che, se non fermata, avrebbe potuto pericolosamente riprodursi su ampia scala.

1944 - 1945

Altre agitazioni a carattere intermittente si verificarono anche nell’autunno inverno del 1944/1945. A partire da novembre gli operai si batterono in difesa di interessi vitali come il salario e l’occupazione con proteste che, nuovamente, ebbero come epicentro gli stabilimenti della Fiat che chiuse le fabbriche di Mirafiori e Lingotto dal 21 al 27 dicembre.

D’altra parte fu proprio la frammentarietà delle agitazioni la carta vincente. Prima di tutto perchè non permetteva ai tedeschi di localizzare il punto nevralgico delle agitazioni, quello da cui far partire una repressione generale e poi perché rendeva impossibile ai nazifascisti il ripristino della normalità, sia intraprendendo una politica di concessioni e miglioramenti salariali (comunque irrisori di fronte all’aumento costante del costo della vita), sia di dura repressione (arresti di militanti e serrate delle fabbriche con relativa perdita dei salari da parte operaia). Si trattava di una conflittualità diffusa e continua che permetteva “la crescita di quelli che saranno gli organismi fondamentali della Resistenza: i comitati di agitazione, i CLN, i comitati sindacali e le organizzazioni politiche di massa" [C. Dellavalle, 1980].

Quello che si respirava a Torino era un clima di estrema tensione: operai e militanti erano arrestati, torturati ed uccisi dai tedeschi e dai fascisti della RSI che invano cercarono il consenso anche attraverso le leggi di socializzazione. Di fronte al rifiuto operaio di sostenere un fascismo che continuava a sostenere la guerra ed era al servizio dei tedeschi, la repressione colpì lavoratori e partigiani. Di contro, il movimento antifascista reagiva contro tedeschi e fascisti con imboscate, attacchi, agitazioni. Maturavano lentamente le condizioni per una prova generale che ripetesse su una scala più ampia la prova del marzo 1944. Lo sciopero venne preparato come un atto politico unitario dalle forze antifasciste e coinvolse tutte le fabbriche e altre categorie di lavoratori oltre alle scuole. Ma era la città ad essere coinvolta nella protesta generale del 18 aprile.
Fascisti e tedeschi cercarono di opporsi impartendo disposizioni atte, come recitano le parole del commissario federale fascista Solaro, a “stroncare con energia ogni movimento sedizioso” [R.Luraghi, 1958].

La notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara allo sciopero: gli operai e i sappisti, coadiuvati da gruppi armati di gappisti e di colonne partigiane affiggevano sui muri cittadini centinaia di volantini e di manifesti i cui contenuti inneggiavano alla protesta: “Fascisti! Non sparate contro i lavoratori che hanno fame! Ricordatevi che siete perduti! Non eseguite gli ordini dei criminali che vogliono portarvi alla morte! Non aggravate la vostra situazione. Siamo all’ultimo secondo. Arrendetevi se volete salva la vita. Arrendersi o perire!”.

La mattina del 18 aprile la città è ferma in tutti i suoi apparati produttivi: le fabbriche (da dove fin dalle prime ore del mattino i lavoratori si riversavano nella strade in corteo dando vita a comizi davanti agli ingressi delle fabbriche), le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali (Porta Palazzo, il più grande mercato cittadino, aveva sospeso le vendite alle 10 del mattino) bloccavano le attività, così come le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici che erano completamente fermi.
Di fronte a questa situazione la repressione poté colpire soltanto alcune fabbriche della Barriera di Milano (la Fiat Fonderie ghisa e la Fiat Grandi Motori), e alla Fiat Mirafiori fu impedita l’uscita degli operai, che comunque rimasero in sciopero all’interno delle officine.

Nelle prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appariva “completo e definitivo” [R.Luraghi, 1958]: la città era così pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo atto della lotta di liberazione, lo sciopero insurrezionale e lo scontro aperto del 25 aprile 1945.

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