|
Nel
1938, alla vigilia della guerra, Torino aveva una popolazione
di 684.533 abitanti [tabella
1], 200.000 dei
quali erano occupati in attività industriali, che costituivano
quindi la base del reddito di almeno i "2/3 delle famiglie
cittadine" [C. Dellavalle, 1993]. La fabbrica sembrava
così essere il cuore della vita economica e sociale della città:
ne scandiva i tempi, i ritmi e arrivava anche a plasmarne il
territorio che si presentava contrassegnato "da due poli
distinti e separati, gli industriali e gli operai, il centro
borghese e la cintura delle barriere operaie" [S. Musso,
1995].
Il
settore metalmeccanico, con i suoi 95.000 lavoratori, ovvero
il 45,3% del totale degli addetti occupati nell’industria,
[Censimento industriale 1937/1940] stava al centro di
questo universo industriale che aveva nella Fiat il proprio "colosso". [tabella
5, tabella 6, tabella
8 ].
Altri
comparti di rilievo erano quelli del tessile e del vestiario
(con grandi stabilimenti che impiegavano soprattutto manodopera
femminile), della tradizionale lavorazione del legno,
del cuoio e dell’industria alimentare dove prevaleva
ancora una vocazione artigianale anche se non mancavano grandi
impianti come ad esempio le Concerie Italiane Riunite e la
Gilardini per il conciario, la Venchi Unica per il settore
alimentare e la Ceat, la Michelin e la Snia Viscosa, per il
comparto della chimica che aveva acquisito un notevole sviluppo. [tabella
13].
1942
L’industria
torinese era perciò adatta a soddisfare le esigenze della produzione
bellica e l’ingresso dell’Italia nel conflitto mondiale
aprì per le aziende cittadine, un periodo di espansione che
portò ad "un rapido accrescimento delle attività e dell’occupazione" [C.
Dellavalle, 1980]. Nei primi anni di guerra ci
fu una rilevante impennata delle quote di manodopera femminile
e di quella giovanile occupata negli apparati industriali cittadini,
alla quale fece seguito, dalla fine del 1942, una brusca inversione
di tendenza caratterizzata da una caduta della manodopera e
da una riduzione della produzione che provocò, tra il 1943
ed il 1945, l’uscita dal mercato del lavoro di circa 80.000
unità.
Il
mutamento era il risultato di due fattori principali: da un
lato la diminuzione delle materie prime a fronte di una crescente
domanda di beni e materiali a sostegno dello sforzo bellico
enormemente dilatato, dall’altro i danni provocati dalle incursioni
aeree alleate che a partire
dal novembre 1942 iniziarono ad abbattersi su Torino con una
frequenza [tabella
11] sempre maggiore colpendo non solo le abitazioni
civili, ma anche i principali apparati produttivi cittadini.
La flessione dell’attività produttiva, [tabella
7, tabella 9, tabella
10] soprattutto nei settori legati più direttamente
alla guerra, coincise con l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori: durissime
condizioni lavorative (ritmi di lavoro di 10/12 ore giornaliere uniti
a una rigida disciplina di fabbrica), riduzione del potere d’acquisto
dei salari, aumento del costo della vita, diffusione del mercato nero
(che la gente chiamava "borsa nera" e
al quale le classi popolari erano sempre più costrette a ricorrere) disagi
causati dal freddo, dalle bombe e soprattutto
dalla fame e dallo sfollamento,
accompagnavano il vivere quotidiano dei lavoratori torinesi.
Questa
difficile situazione, che neppure i flebili provvedimenti presi
dal regime contribuirono a risolvere, provocò tra gli operai
di Torino, città che i vertici fascisti definivano "sabauda
e fascistissima, operosa e fedele" [G.Alasia, G.Carcano,
M. Giovana, 1983] il diffondersi di preoccupazioni ed inquietudini
che sfociarono nei primi chiari segni di dissenso.
1942
-1943
Tra
l’agosto del 1942 e il primo bimestre dell’anno successivo,
si contarono in città le prime agitazioni che coinvolsero le
maestranze di svariati stabilimenti [in tutto il Piemonte nello
stesso periodo gli scioperi furono
complessivamente 21, dati reperibili in U. Massola, 1973].
Tra
agosto e settembre del 1942, per protestare contro sfavorevoli
provvedimenti economici presi dalla direzione scioperarono
le maestranze delle Officine Magnoni e Tedeschi e quelli della
Fiat Mirafiori. Tra gennaio e febbraio del 1943, si contarono
altri sei scioperi: alle Ferriere Fiat, alla Fiat Spa, alle
Acciaierie Fiat, alle Officine Diatto e alla Fiat Mirafiori.
La
classe operaia torinese stava così tornando a riappropriarsi
dello sciopero, uno strumento di lotta offuscato da "vent’anni
di non uso" [C. Dellavalle, 1980]. In questo percorso
la fabbrica si poneva subito come fulcro ed epicentro della
ribellione ad un regime che diventava ogni giorno sempre più pressante.
Il dissenso per il regime veniva inoltre espresso sempre più frequentemente
con slogan di opposizione nei confronti di Mussolini, dei tedeschi
e dell’alleanza nazifascista che comparivano sui muri delle
fabbriche e che accostavano il Duce ad animali ("Duce
asino" sui muri della Riv), a luoghi espliciti ("Quel
cretino di Roma" alla Grandi Motori) e al colore simbolo
del fascismo, il nero, che negli ambienti operai diventa "moro" ("A
morte i mori", alle Officine Savigliano) [L. Passerini,
1984].
Le
agitazioni dell’estate del 1942 e dei primi mesi del
1943 promossero all’inizio del marzo 1943 un movimento
di protesta molto più ampio ed esteso.
M
A R Z O 1943
A
fornire l’occasione fu un provvedimento emanato dal regime
per supplire alle difficoltà causate dai bombardamenti che
introduceva un’indennità straordinaria per i lavoratori sfollati
(concessione di 192 ore di paga, pari ad un mese di salario),
provocando la reazione di quelli non sfollati che chiedevano
l’assegnazione delle 192 ore per
tutti.
Il
1° marzo, una prima agitazione programmata alla Fiat Mirafiori
fallì senza riuscire a generalizzare la protesta.
Il
5 marzo, ancora alla Fiat Mirafiori, alcuni reparti delle officine
ausiliarie entrarono in sciopero, ma l’iniziativa non si estese
a tutto lo stabilimento. L’agitazione riuscì invece negli stabilimenti
delle Officine Rasetti dove l’astensione dal lavoro fu quasi
totale.
La
notizia delle proteste si diffuse ben presto tra i lavoratori
delle altre fabbriche cittadine, innescando, come una miccia,
una lunga serie di scioperi che durarono fino alla metà del
mese diffondendosi poi in tutto il Piemonte e, da qui, nelle
principali fabbriche lombarde, liguri, venete ed emiliane fino
a provocare "la paralisi di
tutta l’industria del Nord" [V. Castronovo,
1987].
Il
6 marzo sospesero il lavoro per l’intera giornata i dipendenti
della Microtecnica, e l’8 marzo l’agitazione si diffuse a "macchia
di leopardo" coinvolgendo contemporaneamente altri stabilimenti
cittadini.
La
protesta degli operai torinesi era per il regime una fonte
di grande preoccupazione: la mattina del 9 marzo, Carmine Senise,
capo della polizia inviava a tutti i prefetti un telegramma
per informarli come "una
notevole percentuale operai si est astenuta contemporaneamente
dal lavoro. Pregasi mantenersi vigilantissimi" [U.
Massola, 1973]. Le parole di Senise caddero però nel vuoto.
A Torino lo sciopero era ormai lanciato e coinvolgeva una porzione
sempre più compatta di lavoratori che rivendicavano l’aumento
del salario e la concessione dell’indennità di sfollamento
(192 ore).
L’11
marzo a Roma Mussolini esprimeva la sua ostilità riguardo
agli scioperi torinesi davanti al direttorio del Partito Fascista
augurandosi che Torino non desse "anche in questa guerra,
l’esempio che diede nella scorsa, nel 1917" [E. e D.
Susmel, 1966]. La mattina dello stesso giorno, altri dieci
stabilimenti fermavano i macchinari.
Gli
scioperi continuarono coinvolgendo un maggior numero di lavoratori
ai quali si univano, dal 12 marzo, anche i tranvieri che esigevano
il pagamento del carovita e delle 192 ore.
La durissima
repressione (furono circa 850 gli arresti e centinaia
i ritiri degli esoneri) e la sostanziale concessione delle
principali rivendicazioni economiche (fu accordata l’indennità di
guerra) fecero spegnere giovedì 18 marzo marzo la protesta
di circa “100.000 operai torinesi”; così li
quantificava l’Unità del 15 marzo 1943.
Le
giornate del marzo 1943 rappresentarono un evento rilevante
non solamente sul piano economico ma soprattutto su quello
politico: infatti, il malcontento economico “aveva fatto
da base ad una protesta che i manifestanti comunisti avevano
indirizzato contro la guerra e il fascismo”. [R. Battaglia,
1964].
Il
regime, che era stato costretto a "rispondere positivamente
ad un’iniziativa partita dagli operai" [C. Dellavalle,
1980], appariva ora fortemente ridimensionato, messo a
nudo in tutti i suoi punti deboli, : viceversa gli operai apparivano
come il primo soggetto sociale in grado di contrastare la politica
fascista per altro in grave crisi.
Le
giornate del marzo 1943 erano perciò destinate a non rimanere
un episodio isolato.
L’estensione ad altre aree e ad altre città della protesta
stava a sottolineare che gli scioperi degli operai torinesi avevano dato
voce ad una situazione di grave e diffuso disagio. E assumevano perciò una
valenza politica generale.
A
G O S T O 1943
Caduto
il regime fascista il 25 luglio del 1943, il governo Badoglio
per scongiurare ogni forma di protesta mantenne un rigido controllo
nelle fabbriche utilizzando anche l’esercito.
Tra
il 17 e il 20 agosto dello stesso anno gli operai torinesi entrarono
in sciopero per richiedere l’uscita dell’Italia dal conflitto.
Furono i bombardamenti del 16 di agosto che provocarono ingenti
danni alla città, la scintilla che fece esplodere il malcontento
operaio, [tabella
12].
La
mattina del 17 agosto la protesta iniziò alla Grandi Motori
assumendo connotazioni drammatiche (all’uscita degli operai
dalla fabbrica le truppe avevano risposto con il fuoco provocando
il ferimento di sette operai, uno dei quali morì) e si diffuse,
nei giorni successivi in tutte le altre fabbriche cittadine.
Una prima avvisaglia di sciopero si ebbe il 18 agosto, quando
le maestranze delle Officine Rasetti e della Grandi Motori
si astennero dal lavoro, ma fu il 19 agosto che l’astensione
dal lavoro fu totale: le fabbriche si fermarono supportate
nella protesta dai tranvieri e dalle categorie degli impiegati,
degli artigiani e dei commercianti.
Il
giorno successivo arrivò a Torino il ministro del lavoro Piccardi
che raggiunse con i rappresentanti degli operai importanti accordi:
il riconoscimento delle commissioni interne, la scarcerazione
dei detenuti politici e il ritiro dalle officine delle truppe
e dei carri armati e il 21 agosto le fabbriche torinesi riprendevano
regolarmente il lavoro
Gli
scioperi dell’agosto del 1943 si differenziarono da quelli
del marzo per la modalità di esecuzione (i lavoratori
uscirono dalle officine e si riversarono lungo le strade cittadine)
e per le rivendicazioni: la fine della guerra si univa ad un
altro tipo di richieste (ritiro delle truppe dagli stabilimenti,
scarcerazione dei detenuti politici, ritardo del coprifuoco,
libertà di stampa e la rimozione dalle cariche civili
e militari dei funzionari fascisti che avevano dimostrato atteggiamenti
brutali contro gli operai) che davano alle lotte dei lavoratori
un marcato tratto di politicità.
La
caduta del regime avrebbe dovuto coincidere con la fine della
guerra: questa era l’interpretazione comune non solo agli operai,
ma anche a gran parte della popolazione, e le agitazioni di
agosto promosse dai lavoratori torinesi ebbero il merito di
tradurre quello che era un "desiderio diffuso in necessità politica" [C.
Dellavalle, 1980].
S
E T T E M B R E 1943
L’occupazione
tedesca, in seguito alla crisi dell’8 settembre, ebbe
sull’industria piemontese pesanti riflessi negativi, facendo
registrare una generale caduta degli indici produttivi.
A
ciò si doveva aggiungere il peggioramento delle condizioni
operaie dovute all’inconsistenza dei salari in relazione al
costo della vita (aumentato in seguito all’occupazione nazista),
alle pessime condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche
e alle difficoltà nel reperimento di generi alimentari di prima
necessità (oramai disponibili solo alla borsa nera dove avevano
raggiunto prezzi molto elevati), motivi che, verso la metà di
novembre, innescarono una nuova ondata di proteste.
N
O V E M B R E 1943
Il
16 novembre lo sciopero iniziava alla Fiat Mirafiori, dove
tutti i quadri dello stabilimento (operai, tecnici e impiegati)
si astennero dal lavoro, dando l’esempio alle altre fabbriche
torinesi. Tra il 17 e il 20 novembre l’azione proseguì compatta:
tutte le industrie cittadine erano in sciopero e nessun settore
produttivo entrò in funzione.
I
lavoratori chiedevano "l’aumento dei salari e delle razioni
alimentari" [M. Giovana, 1962] e il 20 novembre
gli operai decisero di inviare le ricostituite commissioni
interne a trattare col comando germanico che promise miglioramenti
se i lavoratori avessero ripreso il lavoro. In caso contrario
il Reich tedesco non avrebbe più tollerato nessuna interruzione
della produzione. Lo sciopero fu interrotto per una settimana
e solo il 25 novembre le fabbriche riavviarono i macchinari.
Il
30 novembre i vertici tedeschi, in un incontro con le commissioni
degli operai Fiat, che però rappresentavano tutte le maestranze
torinesi, resero note le loro proposte che non corrispondevano
alle promesse fatte ai lavoratori: estensione a tutta la famiglia
operaia del supplemento pane del 75% dato al capofamiglia;
carte annonarie supplementari; blocco dei prezzi e aumento
dei salari del 30%.
La
reazione operaia a queste proposte giudicate insoddisfacenti
non tardò ad arrivare e si materializzò in uno sciopero che
coinvolse il mattino del 1° dicembre le maestranze di svariati
impianti cittadini, senza però toccare lo stabilimento di Mirafiori
(presidiato da reparti armati tedeschi), della Spa e dell’Aeronautica
dove gli operai rimasero sotto il tiro delle armi tedesche
fino alla ripresa del lavoro.
Le
intimidazioni tedesche sugli operai di Mirafiori resero "orfani" della
forza principale i lavoratori degli altri stabilimenti torinesi,
che prolungarono lo sciopero di 48 ore, ma furono poi obbligati
ad interromperlo.
Gli
scioperi del novembre e del dicembre 1943 contribuirono comunque
al raggiungimento di rilevanti obiettivi, economici e politici.
L’aumento
del 30% dei salari, la trasformazione
dell’indennità concessa in aprile in indennità di presenza, l’estensione
a tutti del pagamento delle 192 ore e
il contributo in viveri che le aziende e i tedeschi si impegnavano
a versare, costituivano infatti per i lavoratori torinesi delle
concessioni tutt’altro che marginali sul piano economico.
Dal
punto di vista politico gli scioperi rafforzarono invece le
posizioni dell’antifascismo politico: gli operai rappresentavano
un grande potenziale di conflittualità da riversare contro
il regime nazifascista e furono proprio le maggiori voci di
opposizione al regime (azionisti, comunisti e socialisti) a "orientare
questa forza generale in senso più esplicitamente politico" [C.
Dellavalle, 1993]. Tutto ciò avverrà con lo sciopero generale
del 1° marzo 1944.
M
A R Z O 1944
Il
1° marzo del 1944 a Torino scattava lo sciopero
generale, nonostante la manovra preventiva adottata
dalle autorità nazifasciste che con un comunicato prefettizio
diramato il giorno precedente annunciavano la messa in ferie
delle fabbriche, per la mancanza di energia elettrica. Ad essere
chiuse del tutto erano in realtà poche fabbriche per un totale
di circa 10.000 operai, mentre erano esclusi dal provvedimento
i complessi industriali indispensabili alla produzione bellica
(primi fra tutti gli impianti Fiat).
Nonostante
la manovra della messa in ferie una buona parte dei lavoratori
degli impianti dei quali non era stata decretata la chiusura
sospese il lavoro, mentre in altri stabilimenti la pressione
delle autorità rese difficoltoso lo sciopero: furono comunque
60.000 gli operai che si astennero dal lavoro.
La
sera del 1° marzo, Zerbino, capo fascista della Provincia,
ordinò la ripresa del lavoro per il giorno successivo minacciando
la chiusura degli stabilimenti, con perdita delle retribuzioni,
arresti e deportazioni in campo di concentramento, licenziamento
in tronco e perdita dell’esonero per i lavoratori che avevano
l’obbligo del servizio militare.
Nonostante
queste minacce il 2 marzo entrarono in sciopero le maestranze
della stragrande maggioranza delle fabbriche per un totale
di circa 70.000 persone, appoggiate da molti commercianti che
chiusero i negozi in segno di solidarietà e dalle unità partigiane
che sabotarono diverse linee tranviarie nell’intento di paralizzare
il traffico cittadino.
Il
3 di marzo la Fiat decretò la serrata degli stabilimenti
e le autorità nazifasciste provvidero a inviare nelle
fabbriche presidi armati senza però riuscire a frenare
l’agitazione. Il 6 di marzo il Comitato di agitazione “stimando
che la prova di forza fosse sufficiente decideva la ripresa
del lavoro per mercoledì 8 marzo” [R. Luraghi,
1958].
Alla
fine di queste giornate di lotta, che ebbero l’importanza di
tradurre "sul piano della fabbrica la dichiarazione di
guerra aperta che il movimento antifascista aveva fatto fin
dall’8 settembre" [C. Dellavalle, 1980], la repressione
tedesca si abbatté ferocemente sul movimento operaio torinese:
centinaia furono gli arrestati, migliaia i giovani ai quali
fu ritirato l’esonero ed imposto il richiamo alle armi, molti
i deportati nei campi di concentramento ai quali si aggiungevano
i numerosi partigiani catturati nei rastrellamenti.
Dopo
lo sciopero generale del marzo del 1944 la situazione delle
industrie torinesi si presentava molto delicata: i risvolti
della guerra (sbarco in Normandia) e la liberazione di Roma
ebbero l’effetto di diminuire i rifornimenti di materie prime
causando una riduzione dei livelli produttivi. Per molti operai
(anche per quelli specializzati) questo voleva dire correre
incontro al rischio di licenziamento. Inoltre la volontà tedesca
di spoliazione di uomini e impianti come estremo sfruttamento
delle risorse italiane contribuiva ad aggravare la situazione.
G
I U G N O 1944
Il
15 di giugno il comando tedesco decise il trasferimento coatto
in Germania dei macchinari e delle maestranze dell’Officina
17 della Fiat Mirafiori, provocando la pronta reazione operaia:
dal 17 al 27 giugno le industrie torinesi si fermarono. La
protesta partì dallo stabilimento di Mirafiori e, dopo la decisione
dei tedeschi di proclamarne la serrata, si diffuse in tutte
le altre fabbriche torinesi, interessando anche un gran numero
di tecnici ed impiegati. Gli operai si battevano non solo contro
la deportazione di uomini
e mezzi, ma rivendicavano anche un aumento dei salari e dei
viveri.
Grazie a questa ferma prova di resistenza i lavoratori ottennero miglioramenti
economici (a Mirafiori, ad esempio, la direzione versò un anticipo
di 92 ore sulle 192 e fu concesso un aumento ai percentualisti) e fecero
abbandonare ai tedeschi i progetti di invio di macchinari e lavoratori
in Germania. Va inoltre ricordato che il 22 giugno un’incursione
alleata colpì proprio l’officina 17 di Mirafiori distruggendo
gran parte del materiale che i tedeschi volevano asportare. Lo sciopero
del giugno, diede perciò agli operai torinesi l’occasione di verificare
nuovamente la loro grande capacità di mobilitazione e di coesione, ma
soprattutto ebbe il merito di riuscire a bloccare un’iniziativa tedesca
che, se non fermata, avrebbe potuto pericolosamente riprodursi su ampia
scala.
1944
- 1945
Altre
agitazioni a carattere intermittente si verificarono anche
nell’autunno inverno del 1944/1945. A partire da novembre gli
operai si batterono in difesa di interessi vitali come il salario
e l’occupazione con proteste che, nuovamente, ebbero come epicentro
gli stabilimenti della Fiat che chiuse le fabbriche di Mirafiori
e Lingotto dal 21 al 27 dicembre.
D’altra
parte fu proprio la frammentarietà delle agitazioni la carta
vincente. Prima di tutto perchè non permetteva ai tedeschi
di localizzare il punto nevralgico delle agitazioni, quello
da cui far partire una repressione generale e poi perché rendeva
impossibile ai nazifascisti il ripristino della normalità,
sia intraprendendo una politica di concessioni e miglioramenti
salariali (comunque irrisori di fronte all’aumento costante
del costo della vita), sia di dura repressione (arresti di
militanti e serrate delle fabbriche con relativa perdita dei
salari da parte operaia). Si trattava di una conflittualità diffusa
e continua che permetteva “la crescita di quelli che
saranno gli organismi fondamentali della Resistenza:
i comitati di agitazione, i CLN, i comitati sindacali e le
organizzazioni politiche di massa" [C. Dellavalle,
1980].
Quello
che si respirava a Torino era un clima di estrema tensione:
operai e militanti erano arrestati, torturati ed uccisi dai
tedeschi e dai fascisti della RSI che invano cercarono il consenso
anche attraverso le leggi di socializzazione. Di fronte al
rifiuto operaio di sostenere un fascismo che continuava a sostenere
la guerra ed era al servizio dei tedeschi, la repressione colpì lavoratori
e partigiani. Di contro, il movimento antifascista reagiva
contro tedeschi e fascisti con imboscate, attacchi, agitazioni.
Maturavano lentamente le condizioni per una prova generale
che ripetesse su una scala più ampia la prova del marzo
1944. Lo sciopero venne preparato come un atto politico unitario
dalle forze antifasciste e coinvolse tutte le fabbriche e altre
categorie di lavoratori oltre alle scuole. Ma era la città ad
essere coinvolta nella protesta generale del 18 aprile.
Fascisti e tedeschi cercarono di opporsi impartendo disposizioni atte,
come recitano le parole del commissario federale fascista Solaro, a “stroncare
con energia ogni movimento sedizioso” [R.Luraghi, 1958].
La
notte tra il 17 e il 18 aprile la città si prepara allo
sciopero: gli operai e i sappisti, coadiuvati da gruppi armati
di gappisti e di colonne partigiane affiggevano sui muri cittadini
centinaia di volantini e di manifesti i cui contenuti inneggiavano
alla protesta: “Fascisti! Non sparate contro i lavoratori
che hanno fame! Ricordatevi che siete perduti! Non eseguite
gli ordini dei criminali che vogliono portarvi alla morte!
Non aggravate la vostra situazione. Siamo all’ultimo
secondo. Arrendetevi se volete salva la vita. Arrendersi o
perire!”.
La
mattina del 18 aprile la città è ferma in tutti
i suoi apparati produttivi: le fabbriche (da dove fin dalle
prime ore del mattino i lavoratori si riversavano nella strade
in corteo dando vita a comizi davanti agli ingressi delle fabbriche),
le botteghe artigiane, i negozi, i mercati rionali (Porta Palazzo,
il più grande mercato cittadino, aveva sospeso le vendite
alle 10 del mattino) bloccavano le attività, così come
le scuole, i tram, i treni, i servizi postali e telefonici
che erano completamente fermi.
Di fronte a questa situazione la repressione poté colpire soltanto
alcune fabbriche della Barriera di Milano (la Fiat Fonderie ghisa e la
Fiat Grandi Motori), e alla Fiat Mirafiori fu impedita l’uscita
degli operai, che comunque rimasero in sciopero all’interno delle
officine.
Nelle
prime ore del pomeriggio il successo dello sciopero appariva “completo
e definitivo” [R.Luraghi, 1958]: la città era
così pronta ad affrontare l’ultimo e decisivo
atto della lotta di liberazione,
lo sciopero insurrezionale e
lo scontro aperto del 25 aprile 1945.
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