La città della deportazione è una città che in qualche modo assume una sua connotazione a posteriori, quando cioè discriminati razziali, partigiani, antifascisti, operai coinvolti negli scioperi del marzo 1944, renitenti alla leva, borsaneristi, talvolta anche solo ostaggi o persone prese casualmente durante un rastrellamento vengono destinate ai campi di concentramento e di sterminio in Germania.
L'eterogeneità dei gruppi destinati ai Lager tedeschi mette in luce come in Italia si possano riconoscere due "tipologie" di deportazioni: quella razziale, che ha per oggetto tutti gli ebrei presenti sul territorio, e quella politica che mira a trasferire e punire "altrove" gli oppositori del regime: tra questi sono compresi anche coloro che pur non essendo esplicitamente contro il sistema di regole imposte dal nazismo, ne restano comunque al di fuori: nel Lager vengono trattati come deportati politici.
La deportazione razziale ha inizio quando la Repubblica di Salò fa proprie le disposizioni antisemite naziste con la circolare Buffarini Guidi del 30 novembre 1943. A partire da questa data e fino al 31 gennaio 1944 gli ebrei vengono concentrati nelle carceri in attesa che si raggiunga un numero ritenuto sufficiente per organizzare il trasporto in Germania. Dopo questa data verranno fatti transitare nel campo di Fossoli e dall'agosto del 1944 in quello di Bolzano. Per mancanza di ricerche specifiche sull'argomento, è difficile ricostruire su quali treni gli ebrei partono da Porta Nuova, mentre è ormai accertato che da Torino partono in date e con mezzi diversi 246 ebrei di cui solo 21 fanno ritorno. Le cifre dimostrano che il Piemonte è la seconda regione italiana per numero di deportazioni - la prima è il Lazio, escludendo la Venezia Giulia, controllata direttamente dai tedeschi - e che Torino, dopo Cuneo, è la seconda città del Piemonte per numero di deportati razziali.
La deportazione politica è invece il risultato della repressione che la polizia nazista mette in atto contro l'opposizione politica, contro il movimento partigiano e contro quello operaio che durante gli scioperi del 1943 e del 1944 mostra di avere una forte identità politica. Per quanto riguarda questi deportati è più difficile fare una stima numerica su base locale, così come ha fatto Liliana Picciotto Fargion per gli ebrei, mentre negli ultimi anni si sono intensificati gli studi sui trasporti e sono stati ricostruiti in modo molto puntuale quelli partiti dal Piemonte.
Proprio per il fatto che la deportazione include in sé una serie di esperienze diverse che tuttavia si incontrano e omogeinizzano davanti al vagone che condurrà ai Lager tedeschi, la mappa di questa città incrocia e interseca tutte le altre mappe. I luoghi della deportazione in Torino sono anche i luoghi della resistenza, della guerra vissuta dalla popolazione civile, della discriminazione e persecuzione razziale.
E tuttavia, sebbene il deportato si definisca in quanto colui che in maniera forzata viene allontanato dal suo luogo d'origine verso un altrove che dopo la seconda guerra mondiale si chiarificherà nell'immagine del campo di concentramento, ciò che giustifica la specificità della deportazione è il luogo che per eccellenza si associa all'esperienza del partire: la stazione. Il centro nodale della città della deportazione - vero e proprio incrocio fisico e tematico dell'esperienza bellica della popolazione civile - è dunque costituito dalla stazione di Porta Nuova. Partendo da qui con un percorso a ritroso attraverso la città è possibile associare alla deportazione quei momenti e quei luoghi che precedono e conducono alla partenza, e che il deportato vive non ancora in quanto tale, ma in qualità di partigiano, di politico antifascista, di operaio, di ebreo ecc.: le Carceri Nuove, l'Albergo Nazionale, la Caserma La Marmora di via Asti, Casa Littoria (oggi Palazzo Campana), rappresentano quindi tappe forzate che allontanano progressivamente il futuro deportato dalla sua realtà quotidiana per condurlo verso l'inconoscibile, nei luoghi della violenza, della tortura, della disumanizzazione e della morte.
Per i pochi superstiti la deportazione non è un'esperienza che si esaurisce in se stessa, che termina con la fine della guerra, ma si trasforma in una condizione, quella di ex deportato che "ex" non è mai, che dura tutta la vita. E dunque è parso significativo aggiungere alcuni luoghi che raccontassero il ritorno, il tentativo di riappropriarsi della città e in qualche modo di ricostruire una quotidianità, una vita normale. Includere via Vela, dove ebbe sede la prima associazione ex deportati, e il Campo della gloria, all'interno del Cimitero monumentale, dove accanto ai partigiani riposano simbolicamente i deportati a cui la città rese omaggio, rientra in questo intento. Proprio al Cimitero monumentale si conclude l'ultimo percorso, il riconoscimento formale della deportazione, i solenni funerali al Deportato ignoto: si tratta di un percorso tardivo attraverso la città (siamo al 31 ottobre 1948) ma particolarmente significativo perché rappresenta una sorta di elaborazione collettiva del lutto che coinvolge non solo i superstiti, ma una parte significativa della cittadinanza. (B.B.)

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