Il 18 aprile Torino si ferma: la città è bloccata dallo sciopero generale che coinvolge le fabbriche, le scuole, i servizi ed il commercio.
Gli operai escono in massa dagli stabilimenti; soltanto alla Grandi Motori, alla Mirafiori e alle Fonderie Ghisa le milizie fasciste impediscono l'uscita ma non la sospensione del lavoro. Le scuole, di ogni ordine e grado, compresa l'Università, sono chiuse e l'ordine del provveditore agli studi di riprendere le lezioni è ignorato. I tram si fermano ed i maldestri tentativi fascisti di ripristinarne il funzionamento causano unicamente danni alle vetture ed ai passeggeri.
Nonostante le disposizioni impartite dal federale di Torino, Solaro, lo sciopero ha successo e la repressione non riesce ad imporsi.
I giorni seguenti sono carichi di tensione, non solo per l'avvicinamento delle colonne tedesche verso il capoluogo (due divisioni completamente efficienti, dotate di mezzi pesanti, accompagnate da truppe della Rsi; in tutto circa 75.000 uomini al comando del generale Schlemmer), ma anche per l'atteggiamento del comandante della missione alleata in Piemonte, colonnello Stevens che, nell'intenzione di ritardare, se non addirittura impedire un'insurrezione difficile da controllare, addita i gravi rischi derivanti da un'azione anticipata e priva del necessario supporto alleato.
Il Cmrp, riunitosi in via Saccarelli per poi trasferirsi l'indomani a Villa Pia di via Cibrario, emana l'ordine di insurrezione generale. Sono le 19 del 24 aprile 1945.
La mattina seguente viene inviato ai Comandi delle varie zone operative partigiane nelle diverse vallate attorno alla città, l'ordine che rende esecutivo il piano E27 (Emergenza 27, il piano insurrezionale elaborato già a partire dall'autunno precedente), che prevede, per le formazioni della III, IV, VIII zona, più le forze di riserva, la marcia su Torino.
L'insurrezione ha due soggetti distinti e due fasi: gli operai e i partigiani; la struttura paramilitare costituita dalle Sap che dà l'avvio all'insurrezione e regge soprattutto alla periferia della città l'urto con tedeschi e fascisti tra il 25 e il 27 aprile, le formazioni partigiane foranee che entreranno in città il 27, con una vistosa sfasatura rispetto al piano previsto dal Cln (Dellavalle, 1987, pp. 192 ss.)
In città Sap e Gap, coadiuvati dagli operai, provvedono alla difesa delle fabbriche, degli impianti, dei ponti e dei servizi di pubblica utilità. La sera del 25 si registra l'occupazione delle fabbriche del primo settore (Lancia, Spa, Aeritalia), del secondo (Ferriere e Savigliano) e del quarto (Grandi Motori); l'obiettivo non è raggiunto nel terzo, con Mirafiori e Lingotto ancora in difficoltà. La reazione nazifascista non tarda e, nella notte, la Riv e la Fiat Ricambi sono rioccupate, ma altre officine, come la Lancia e la Spa, rimangono sotto il controllo operaio.
Il 26 aprile i tedeschi e i fascisti, asserragliati nel centro cittadino ed impossibilitati a riprendere il controllo dell'intera città, scelgono la via diplomatica. Mentre i fascisti offrono il passaggio dei poteri, i tedeschi avanzano, attraverso la Curia vescovile, la proposta di sgomberare la città, dichiarandola "aperta", in cambio della concessione del libero transito, per quarantotto ore, alla V ed alla XXXIV divisione, in avvicinamento verso il capoluogo. Entrambe le offerte sono respinte.
Contemporaneamente alle trattative diplomatiche non vengono meno gli attacchi alle fabbriche che, con le loro difese armate, minacciano le possibili vie del deflusso nemico dalla città. È il caso dell'Aeritalia a nord-ovest, di Mirafiori a sud, delle Ferriere, della Savigliano e della Grandi Motori prossime alla stazione Dora.
L'azione nazifascista ottiene nuovamente il controllo della Prefettura, del Comune e della sede della "Gazzetta del Popolo", mentre i ferrovieri difendono accanitamente la stazione di Porta Nuova.
Il giorno 27 aprile è cruciale per il movimento di resistenza, che risente della scarsità di armi e della difficoltà dei collegamenti: è il caso, ad esempio, del Comando piazza che, asserragliato nello stabilimento Lancia di via Monginevro, non riesce ad avere il controllo della situazione.
Nella stessa giornata, la richiesta di libero transito per le colonne del generale Schlemmer, accompagnata dalla riduzione delle ore necessarie all'attraversamento della città, nonché dalla minaccia di trasformare Torino in una "seconda Varsavia", è nuovamente rifiutata dal Cln. I tedeschi prendono tempo e fingono di interessarsi alle condizioni di resa ma, nella notte tra il 27 ed il 28 aprile, consapevoli di non poter più resistere, forzano i blocchi partigiani e si dirigono verso Chivasso.
Il generale Schlemmer, per evitare l'attraversamento della città che potrebbe costare tempo prezioso, fa sfilare le sue truppe lungo la periferia. Rimangono fortunatamente inascoltati gli ordini del colonnello Stevens, che prevedono la distruzione dei ponti di Moncalieri ad impedimento del possibile ingresso tedesco a Torino.
Verso mezzogiorno del 28 aprile Torino è libera. Tutti i centri del potere, della vita pubblica e militare sono in mano ai partigiani: vengono occupate le caserme Valdocco e Cernaia, sgomberata quella di via Asti, preso possesso del Municipio, della Prefettura, così come dell'Albergo Nazionale e della Casa Littoria. Sono solo alcune delle molte occupazioni partigiane, comprese, ovviamente, quelle delle fabbriche.
Continua, in questi giorni, l'azione dei cecchini che, asserragliati sui tetti o ai piani alti degli edifici, tentano una disperata quanto vana resistenza. Nelle fabbriche entrano in funzione i Tribunali del popolo, secondo le disposizioni del Cln, ma non mancano le vendette private ed i regolamenti di conti. L'arrivo degli Alleati, reparti della divisione brasiliana della V armata, tranne una piccola avanguardia giunta a Torino il giorno 30 aprile, avverrà il 3 maggio, a liberazione ormai ultimata. (E.V.)

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