Vent’anni di “guerra al terrore”

di Carlo Greppi e Enrico Manera

 

 

L’Undici settembre, o semplicemente 9/11, è nella sua rappresentazione un evento spartiacque: se per molti storici può essere considerato la chiusura del XX secolo, dall’altro inaugura il nuovo millennio sotto il segno della paura e del conflitto e di una diversa concezione della guerra e della violenza politica, dalle importanti conseguenze in tutte le società del mondo globalizzato. A vent’anni di distanza, nel cominciare a farsi storia e ancora carico di memoria, appare certamente come un elemento periodizzante perché introduce una discontinuità forte con gli anni precedenti: benché sia il foro di uscita di un processo più lungo e complesso, preparato da decenni di prodromi nelle dinamiche internazionali e nelle trasformazioni geopolitiche, l’Undici settembre rende visibili chiaramente alcuni elementi di discontinuità con il Novecento e con le sue logiche politiche legate alla presenza di stati nazionali.

L’attentato mosso da al-Quaeda nel cuore degli Stati Uniti è un devastante e apocalittico attacco coordinato di quattro velivoli commerciali dirottati da 19 terroristi: i primi due (il Volo 11 e il Volo 175) colpiscono le Torri Gemelle di New York alle 8.46 e alle 9.03 del mattino, il terzo il Pentagono e un quarto, il Volo 93, diretto al Campidoglio, a causa della rivolta dell’equipaggio e dei passeggeri, si schianta infine in un campo in Pennsylvania, a venti minuti da Washington. Le vittime, esclusi i terroristi, sono 2.977, provenienti da 93 nazioni: 2.753 a New York, 184 al Pentagono, e 40 nel Volo 93.

Per gli Stati Uniti è il più significativo – di fatto il primo – evento bellico nel cuore del “suolo patrio” dai tempi della guerra civile, un agguato allo stile di vita e a un “modello di civiltà”: per l’opinione pubblica e le società occidentali è uno shock di dimensione epocale, un’interruzione brusca e drammatica degli anni Novanta, vissuti con una certa ingenuità come periodo di grande crescita e serenità in nome di sviluppo economico (pur contraddittorio) legato alla incalzante globalizzazione. I dirottatori provengono dall’Arabia Saudita (15 di loro), dagli Emirati Arabi Uniti (due di loro) dal Libano e dall’Egitto. Tutti, tranne uno, hanno “acquisito una qualche forma di identificazione negli Stati Uniti” e i relativi visti d’ingresso, come ammetterà il 9/11 Commission Report, ma questo verrà presto dimenticato nel clima della war on terror che inaugura un’epoca di paranoia sicuritaria. Nei due anni seguenti infatti, a causa di questo evento drammatico si sarebbero scatenate due delle guerre più devastanti del nuovo millennio, e si sarebbe criminalizzata la libertà di circolazione delle persone, con un’accentuata – e rimarcata – connotazione islamofobica.

L’immigrazione inizia a essere demonizzata in maniera esplicita dal governo Bush subito dopo il 9/11, e in particolare quella irregolare che transita dalla frontiera sud degli Stati Uniti. Nonostante un muro al confine con il Messico già esista, la svolta arriva il 26 ottobre 2001, con “Protecting The Border”, il Titolo IV del Patriot Act: il Secure Fence Act, esattamente cinque anni dopo (nel 2006) autorizza in maniera esplicita la costruzione di una barriera di 1.125 chilometri dei 3.169 del confine con il Messico, per “mantenere il controllo operativo su tutti i confini terrestri e marittimi”, attraverso “miglioramenti dell’infrastruttura fisica per prevenire ingressi illeciti”. Gli Stati Uniti guardano alla loro frontiera meridionale con l’intenzione di annientare le “attività terroristiche” e blindare i confini, spostando notevoli quantita di truppe e di flussi di denaro. È la ratifica di una più generale condanna culturale della libera circolazione delle persone che si rifletterà sulle politiche migratorie di tutto il mondo e prelude alle chiusure identitarie che si sarebbero mostrate chiaramente nei decenni successivi con i cosiddetti “sovranismi”.

 In parallelo, il primo dei due conflitti della war on terror, contro l’Afghanistan retto dal governo fondamentalista talebano tornato agli onori della cronaca nelle ultime settimane, viene annunciato dal presidente statunitense George W. Bush nei giorni successivi all’11 settembre: “L’unico modo per sconfiggere il terrorismo in quanto minaccia al nostro stile di vita è fermarlo, eliminarlo e distruggerlo dove cresce”, tuona Bush giovedì 20 settembre 2001 (dopo aver già parlato di “crociata”), rivolgendosi alla nazione. Viene così lanciata l’operazione “Enduring Freedom”, che prevede offensive in diverse zone del mondo: il cuore dell’operazione è la ritorsione contro l’Afghanistan, governato dal regime complice di Osama bin Laden e di al-Qaeda, avendo ospitato, addestrato e appoggiato la rete terroristica, sorta in sostanza dal precedente jihad (1979-1989) contro l’occupazione sovietica e per questo sostenuta e finanziata dalla CIA. L’ex “amico” in funzione anticomunista è diventato ora un nemico.

Gli Stati Uniti, un decennio dopo il collasso dell’Unione Sovietica, delineano i nuovi equilibri globali, invocando quello che ormai da anni è definito – secondo la nota (discutibile e discussa) formulazione del politologo Samuel Huntington, uno “scontro di civiltà” epocale: un costrutto che sovrappone al concetto di barbarie gran parte del mondo musulmano, un quarto della popolazione mondiale. I primi a seguire la “dottrina Bush”– riassumibile nella formula “con noi o contro di noi” –  sono la Gran Bretagna del premier laburista Tony Blair e la Russia del presidente Vladimir Putin, che si allineano contro il “comune nemico”, seguiti da Cina, Pakistan, India, Iran e Arabia Saudita.

Il 7 ottobre del 2001 un’alleanza di stati inedita lancia una rappresaglia armata invocando il diritto alla “legittima difesa” e scatenando un conflitto solo in apparenza breve: il 13 novembre capitola Kabul, la capitale, e il 7 dicembre viene presa Qandahār. A fine anno il regime dei talebani è rovesciato, ma la situazione rimarrà esplosiva e il governo filostatunitense guidato da Ḥāmid Karzaī – che, come i seguenti esecutivi, gli osservatori non esitano a giudicare “cleptocrazie” basate sulla corruzione sistematica – non riuscirà a portare la pace nella regione. La guerra civile prosegue per anni combattuta da clan rivali e warlords locali, coinvolgendo le truppe nordamericane rimaste sostanzialmente come esercito occupante, anche durante l’ammistrazione Obama, adducendo come ragione della loro presenza l’ulteriore giustificazione dell’“esportazione della democrazia” in assenza di una chiara strategia e di un adeguato piano di ricostruzione, con una spesa esorbitante (superiore a quella del piano Marshall), e con un approccio schiacciato sulla repressione e sulla sicurezza.

Qualcosa di analogo accade con il dittatore iracheno Saddam Hussein, ex alleato per via dell’ostilità con l’Iran (il conflitto tra i due paesi si svolse tra 1980 e 1988), già divenuto nemico con la Prima guerra del Golfo, nel 1991, in seguito all’invasione del Kuwait e al successivo attacco a guida statunitense, all’epoca governati da George Bush (senior). Ora Hussein è accusato sulla base di documentazione falsa di nascondere armi di distruzione di massa e di sostenere il terrorismo antiamericano: il 20 marzo del 2003 l’amministrazione guidata da George W. Bush (junior), sulla scia di quanto fatto dal padre, riprende le armi contro l’Iraq: la “Coalizione dei volenterosi” della Seconda guerra del Golfo conta 49 paesi. In poche settimane gli occupanti conquistano la capitale Baghdad e catturano Hussein, poi impiccato tre anni dopo in seguito a un processo del Tribunale speciale iracheno. Al di là delle evidenti responsabilità di Hussein, condannato anche per le ripetute atrocità commesse nei confronti della minoranza curda, la Seconda guerra del Golfo si pone in continuità con la prima per quanto riguarda la politica esterna degli Usa in Medio Oriente e il rapporto tra le potenze occupanti e l’informazione, come ha osservato Giuliana Sgrena, che ha seguito entrambi i conflitti: “Nella seconda guerra del Golfo, se possibile ancora più annunciata della prima, si è raggiunto il culmine della falsificazione sulla base di notizie che definire oggi fake news sembra quasi sminuirne la portata. Il possesso da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa non solo non era dimostrato […] ma era smentito dagli stessi osservatori dell’Aiea [Agenzia internazionale per l’energia atomica] presenti sul campo”.

L’occupazione militare statunitense non riesce ad andare oltre l’abbattimento della dittatura: a partire dalla convinzione che il petrolio iracheno sarebbe stato sufficiente a finanziare la ricostruzione del paese, la presenza americana attira soprattutto affaristi. A dicembre del 2011 le ultime truppe se ne vanno, lasciando un paese allo sbando, con centinaia di migliaia di morti sul terreno. Come in Afghanistan, le cui recenti immagini sono ancora sotto i nostri occhi: in entrambi i paesi sarà solo nel 2021 (tra aprile e settembre) che il nuovo presidente Joe Biden dichiarerà di voler porre fine alla presenza statunitense nell’ottica di entrare in una fase “post 11 settembre” dopo vent’anni.

Eppure, proprio l’operazione Iraqi Freedom, un’occupazione militare, ha favorito la trasformazione e la diffusione del  fondamentalismo islamico e (come ha scritto Marcella Emiliani) “l’impiantarsi in Iraq del terrorismo targato Al Qaeda perché, prima […], al-Qaeda in Iraq non esisteva” e, in un secondo momento, la nascita dell’ISIS (o Califfato islamico) nell’area. Cresciuti in un contesto sempre più ostile alla politica degli Stati Uniti e dei loro alleati – tra i quali anche l’Italia –, accanto ai vecchi combattenti molti giovani si sono radicalizzati e hanno scelto di lottare contro gli occupanti con le armi, diventando non di rado estremisti religiosi. Senza contare i simpatizzanti e sostenitori in altre aree del pianeta e nelle società europee, reclutati come terroristi o divenuti foreign fighters: un fenomeno che va visto anche come una spia di un disagio socio-economico forte e come il fallimento delle politiche culturali e di inclusione innanzitutto delle “seconde (e terze) generazioni” nelle democrazie contemporanee.

Nate dal caos dei decenni precedenti e alimentate da paura e vendetta, le guerre in Afghanistan e in Iraq hanno avuto nomi che invocavano la libertà – Enduring Freedom, Iraqi Freedomin base a quella perversione del linguaggio tipica delle retoriche populiste che ancora oggi avvelena la sfera del discorso pubblico. A distanza di vent’anni non si può non costatare come  i due conflitti siano stati una risposta sbagliata e inadeguata, tali da generare centinaia di migliaia di morti, in netta maggioranza civili.

Tra le pagine più cupe di queste due guerre non si possono dimenticare le gravi violazioni dei diritti umani  a Guantánamo, il campo di prigionia situato sull’isola di Cuba (in una base navale statunitense) dove centinaia di prigionieri, presunti colpevoli, sono stati incarcerati per anni senza alcuna prova a carico e seviziati per gli interrogatori, in nome del “diritto alla difesa” e alla sicurezza; o ad Abu Ghraib, la prigione irachena dove militari e membri della CIA hanno abusato dei detenuti (fino a torturarli, violentarli e ucciderli) e che è diventata un paradigma contemporaneo dell’inaccettabile degenerazione dei comportamenti umani in contesti di disumanizzazione.

Usciamo da un ventennio in cui il clima di controllo generalizzato e di sospensione del diritto in stato d’eccezione – la gestione delle informazioni e delle comunicazioni, le politiche migratorie – porta ancora il segno dell’Undici settembre: sono delle profonde cicatrici a cui si deve parecchio del risentimento e della sfiducia che fette sempre più ampie della popolazione nutrono dei confronti delle istituzioni. Vent’anni di “terrore” hanno determinato dunque molti aspetti del tempo presente, che certamente hanno poco a che fare con libertà e democrazia.

 

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