Vite vissute tra Athos e D’Artagnan
di Enrica Bricchetto
Prima di lasciargli la parola
Ha scritto di se stesso lo storico Mario Isnenghi. Ha raccontato tanto e in modo contestualizzato, sempre vicino al tempo e allo spazio.
Sono queste coordinate, insieme alla memoria personale e collettiva, a guidarlo nella scelta delle tappe che realizzano un lungo percorso di vita e di studi.
Forse, se questo libro non lo avesse scritto, lo avrebbe studiato. E’ l’opera di un intellettuale, che sugli scritti degli intellettuali ha fondato una produzione storiografica vasta che guarda alla storia dell’Italia otto-novecentesca nella prospettiva della storia nazionale e culturale.
E’ un’operazione di memoria, con l’intenzione – come scrive nella pagina introduttiva – di sistemare quello che periodicamente affiorava del suo passato nel presente.
Isnenghi ha scritto di se stesso seguendo dall’esterno un “io-me”, che cresce e osserva le trasformazioni politiche e sociali fin da piccolo e che fin da piccolo legge, studia e analizza quello che gli sta attorno, facendosi guidare dalla letteratura.
La guerra e il dopoguerra, oltre che temi di studio, sono fattori biografici. Il libro parte dalle conseguenze che le posizioni prese nel 1943-45 lasciano nella sua famiglia, prefigurando la storia di tanti.
E’ il primo grande quadro veneziano – con apertura sui luoghi familiari di Riva del Garda e della Liguria – che si affianca al secondo, di molto tempo dopo. Isnenghi lascia Venezia da studente e ci torna da professore nel 1991, per insegnare storia contemporanea a Ca’ Foscari e per dirigere l’Iveser – l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Venezia e la rivista “Venetica”.
In mezzo, una carriera che parte dall’essere insegnante di scuola secondaria e poi docente a contratto di storia del giornalismo alla Facoltà di Scienze Politiche a Padova, poi di storia contemporanea, con l’approdo all’Università di Torino, in uno dei dipartimenti più prestigiosi d’Italia.
Sotto gli occhi del lettore prende forma il doppio binario che ha caratterizzato la vita di Isnenghi: l’insegnamento e lo studio, la letteratura e la storia, la letteratura militante e quella “funzionaria”, i grandi eventi e il loro racconto. Dalla tesi di laurea si definisce il suo tema di ricerca: “Una raccolta di materiali e un’apertura di discorso che poi, con calma diventerà Il Mito della grande guerra, anzi, prima e dopo, un grande albero a più rami, che getta a tutt’oggi le foglie (p. 103)”.
Si colloca a cavallo tra letteratura e storia, con al centro le opere letterarie, trattate come fonti che raccontano gli italiani soprattutto di fronte alla prima guerra mondiale, la madre delle guerre contemporanee.
Il lavoro intellettuale corre parallelo al suo impegno civile: prima all’università come giovane cattolico non clericale impegnato nella Fuci, poi nell’Ugi e nella politica universitaria. Da cattolico mancato diventa socialista non tesserato: fa attività politica fra Padova e Venezia dove ci sono Toni Negri e Gianni De Michelis ma, come scrive lui, la sua scelta politica non sarà mai militante. Sarà vicino al gruppo del “Manifesto”, a un giornale quindi, non a un partito.
Isnenghi si racconta, con una scrittura burbera, ironica e controllata, in tutti i suoi aspetti pubblici e professionali – con delicati riferimenti familiari – lasciando uno spazio adeguato al suo essere “maestro”, interrogando costantemente la sua memoria.
Vite vissute e no è stato pubblicato nel settembre del 2020, ma finito di scrivere all’inizio della pandemia. Anche questo è interessante perché riporta il lettore al tempo di prima, senza confronti con un oggi, diverso in tutto. Tuttavia, è stato recensito molto bene da scrittori e giornalisti, intellettuali, che hanno conosciuto l’autore, che hanno visto e messo in evidenza aspetti differenti di una lunga storia di vita.
Vale la pena di leggere le recensioni online di Lorenzo Renzi, Mario Puppa, Maria Grazia Ciani, Pietro Clemente, Francesca Biasutti, G. Tamiozzo Goldman e Valentina Colombi. Altre recensioni sono uscite su riviste. Antonio Gnoli lo ha intervistato per “La Repubblica”. (link e indicazioni in fondo all’articolo).
La parola a Mario Isnenghi
Incontriamo Mario Isnenghi sulla piattaforma Zoom e, come accade spesso, la relazione supera la distanza. Isnenghi risponde a tutte le domande e alle proposte di riflessione, ma aggiunge tantissimo. L’intervista diventa dialogo e invera quello che Isnenghi sostiene con forza, cioè che a ogni lettore corrisponda, in questa storia, qualcosa di diverso . Iniziamo.
Professore, non è semplice né recensire né parlare di un libro come questo. Si entra e si esce da tanti mondi, con personaggi, caratteristiche, momenti diversi.
M.I. Uno degli elementi caratterizzanti delle recensioni fin qui uscite è la inconsueta pluralità degli approcci. Leggendo le recensioni a Vite vissute, ci si aspetta l’approccio storico che c’è stato, ma forse anche di più, quello del letterato, quello del linguista e quello dell’antropologo. Vediamo cosa esce fuori oggi.
Di sicuro, il libro presta il fianco a tutti questi approcci. Ma chi è il protagonista di questo libro?
M.I. L’io-me, senza dubbio. L’io-me è un’invenzione lessicale. Io sono molto le mie parole. Il letterato risolve così il rischio di narcisismo debordante, intrinseco nel genere autobiografico. Di fatto, come racconto, il libro mi è stato suggerito e fortemente richiesto da Ugo Berti, il mio redattore trentennale alla casa editrice Il Mulino. Per anni in realtà ho pensato che non ce ne fosse bisogno perché ho precisa coscienza che tutti gli italiani abbiano un romanzo nel cassetto oppure un diario, una memoria o addirittura dei versi. Non mi sentivo così necessario. Ma insomma, qualcuno che di biografia si intendeva poteva pensare che io avessi qualcosa da raccontare. Ho cominciato a mettere i fatti in fila e a chiedermi quali erano le aree di contatto tra privato e pubblico. E’ così che è nato l’io me, un meccanismo per arginare il narciso. L’io c’è perché è il punto di partenza che cerca di oggettivarsi, di vedersi mentre agisce o ha agito e si racconta senza eccessi e esorbitanze di immedesimazione. Poi è successo quello che è successo – la moglie di Mario Isnenghi, Sandra Ussardi, è mancata drammaticamente a settembre 2018 – e ho scritto in pieno lutto e, naturalmente questo ha agito nel senso di aiutare l’io che aveva bisogno di ritrovarsi. La penna, anzi il computer si è messo a volare e il libro ha preso forma. E’ stato scritto in vista della pandemia e pubblicato alla fine.
Come definirebbe questo libro? Autobiografia, saggio autobiografico, memorie…
M.I.: Autobiografia, questa parola non posso rifiutarla, in realtà è il come che decide. Spero di essere stato sufficientemente trattenuto e riservato. Dalle reazioni che ho avuto, qualcuno che non mi conosce ha lamentato che io non sia stato abbastanza effusivo, qualcuno che mi conosce si è stupito che io lo sia stato di più di quanto si aspettasse. D’Artagnan non è stato sufficientemente imbrigliato da Athos, il mio moschettiere preferito, figura saggia e pensosa.
Ha avuto un modello per scrivere Vite vissute e no?
M.I. Spesso mentre scrivevo, anche per ragioni cronologiche, mi veniva in mente che non è un caso se sono un amatore della Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo. Forse il titolo sbagliato – Confessioni di un ottuagenario – in realtà è il titolo giusto. Solo che io sono ottuagenario vero, Carlo Altoviti finto. Questo modello sotto sotto può serpeggiare. Anche perché questo taglio tra letteratura e storia, che per anni è stato una condanna dal punto di vista accademico, è finalmente diventata una risorsa.
Ecco, siamo arrivati al rapporto tra storia e letteratura. Più volte nel libro lei scrive di “essere sul crinale”, di vivere nella trasversalità, sempre tra storia e letteratura.
M.I. All’inizio ero inventivo per alcuni, inquietante per altri, a seconda di chi valutava questa duplicità. L’ibridismo diventava pericoloso soprattutto sul piano accademico perché le materie sono incardinate in un modo o nell’altro e passare attraverso era un problema per chi mi doveva giudicare. Tante volte poi ho scritto che mi hanno salvato Leed e Fussell.
La pubblicazione in italiano di Terra di nessuno di Eric Leed e La grande guerra e la memoria moderna di Paul Fussel hanno avuto un effetto dirompente nella storiografia sulla prima guerra mondiale. Qualcosa in Italia era già stato fatto.
M.I. In effetti, quando è stato fatto in inglese quello che io facevo già in italiano, è diventato lecito farlo. Per questo irrido,con il mio bieco nazionalismo di sinistra, gli editori e i recensori che non si accorgono che noi le cose le facevamo già, senza bisogno di impararle oltralpe. Intendiamoci, i libri di Leed e Fussell sono bellissimi in sé, non ce l’ho con loro ma con l’uso protervo e genuflesso che ne è stato fatto dalla nostra struttura editoriale, culturale e recensoria. Alla fine sono problemi di politica estera, mentale!
Strada facendo, è stata riconosciuta la mia originalità e, quando sul piano storiografico, si è affermato il soggettivismo, allora la mia “letteratura” è tornata buona anche da questo punto di vista.
Il mio fare lo storico sui “fatti” sempre documentabili – ma sempre attraverso forme di autocoscienza e di racconto – diventava avveniristico. Soprattutto nel recente centenario della Grande guerra ho tematizzato che ormai la Grande guerra è il suo racconto, magari confondendo il racconto “che avanza” con gli avvenimenti di allora, che dovrebbero restare fermi.
Professore, ci stiamo avvicinando al “tema dei temi”, la Grande guerra. Sempre nell’ottica di trovare quello che si condivide o su cui si è più interessati all’interno del suo libro, forse potremmo dire che occupa meno spazio di quello che ci si potesse aspettare.
M.I. Sì, molti lo hanno rilevato, ma ne ho scritto da tante parti! Che bisogno c’era anche qui! In ogni caso per tornare alla Grande guerra e al suo racconto, di racconti in cento anni ce ne sono stati tanti. Tutti veri, certo – per gli eccessi di memoria e di interpretazione sono diventato positivista – però vorrei sottolineare che qualcosa è successo nel 14-18, non ci sono solo i racconti successivi. Bisogna spiegarlo bene. I più pensano alla “pace”, all’ “inutile strage”, a “Cadorna è assassino” e a tutti questi anacronismi in cui l’oggi presuppone di poter sovradeterminare ieri e l’altro ieri, come se la storia non ci fosse più e tutto fosse schiacciato sulle ottiche gerarchiche e di valore del presente. Ed ecco che ho riconquistato posizioni alla D’Artagnan, che però inglobano anche la saggezza di Athos.
Più in generale, professore, è d’accordo sul fatto che questo libro possa essere letto come fonte per la storia degli intellettuali dal secondo dopoguerra? Sia perché lei racconta come studia le scritture degli intellettuali sia perché lei è un intellettuale che scrive.
M.I. Pietro Clemente, nella bella recensione che ha fatto a Vite vissute e no scrive che lui, antropologo, è abituato a leggere le vite. Spesso sono le vite delle donne e degli uomini qualunque – non per niente ha a che fare con l’Archivio Diaristico Nazionale, che è stata un’altra delle mie tappe- ma qualche volta ha a che fare con memorie e autobiografie di accademici. E ne nomina due, prima della mia, quella di Cesare Segre e quella di Giuseppe Petronio. Anche lui sostiene che, effettivamente, se ne venissero scritte diverse, si finirebbe per attraversare tempi, situazioni culturali, editoriali, accademiche, diventando fonti per gli ultimi cinquant’anni.
C’è un altro tema molto interessante – proprio perché questa intervista è per il sito di Istoreto e prepara la presentazione “fisica” del libro ( link all’invito) – il suo rapporto con l’Insmli (Istituto Nazionale per il Movimento di Liberazione in Italia), ora Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”.
Cominciamo da Guido Quazza, il successore di Parri di cui quest’anno ricorre il venticinquennale della morte. Guido Quazza e Mario Isnenghi?
M.I. Ne parlo, come era giusto nel libro. Quazza e Isnenghi come preside e professore, come studiosi, come redattori della “Rivista di storia contemporanea”. Proprio questo deve aver pesato nella scelta di Quazza, commissario al concorso che mi ha portato come professore straordinario a Torino, nell’anno accademico 1986.
Racconto, nel libro, con forte immedesimazione, le riunioni alla Loescher, con la geografia redazionale prefissata: io sedevo alla destra del padre – Guido Quazza – e avevo di fronte il mio amico e poi anche coautore Giorgio Rochat. Ho accettato con gioia di farvi parte, era un modo per uscire dal Veneto e di essere accolto in una sede di carattere e di livello nazionale. La prima volta mi sono seduto per caso, nel posto libero, alla destra di Quazza e poi sono rimasto lì, una specie di San Giovannino. Questo in concreto significava che una volta dovevo parlare io per primo degli articoli presi in esame, e una volta Rochat. Poi si faceva il giro, tutti si pronunciavano e si arrivava alla decisione insieme. Era una questione di stile. Ero un giovincello, parlavo per primo e uscivo dalla trincea. Anche qui mostravo di più il mio lato alla D’Artagnan più di quello di Athos.
Poi l’avventura della “Rivista di storia contemporanea” si conclude.
M.I. Verso la fine Guido Quazza non era più lui. Non veniva più sempre alla rivista oppure taceva, lo si vedeva meno in facoltà o all’Istituto nazionale e non voleva fare un passo indietro. L’ombra di se stesso. Non era bello vedere una personalità come la sua venire e meno alla propria figura perché non sa cogliere quando bisogna smettere. Lo capivamo ma il problema restava. Inoltre per l’editore – che era Loescher ma di fatto Zanichelli – gli abbonamenti erano insufficienti. Erano 700 – oggi sembrano ancora tanti- ma la rivista negli anni ‘70 ne aveva avuti 2000, quando gli abbonati erano gli ex sessantottini, divenuti insegnanti, che avevano bisogno di strumenti di carattere civile oltreché didattico. La casa editrice non ci credeva più. Poi, strada facendo, ho capito che la vera ragione era che la nuova sinistra politica e storiografica non c’era e, dopo l’89, nemmeno la sinistra. Le linee di frattura percorrevano la redazione, ma non era facile dirselo in faccia e meno ancora registrarlo a stampa. Io stesso scrissi, su incarico della redazione un bilancio finale ma non fu mai pubblicato. Io mi “baloccavo” ancora con il passato, ma altri, negli anni precedenti, molto più militanti si erano spostati altrove, seguendo le derive dell’ex partito comunista.
Io resistevo perché non cambio idea facilmente. Sono un “fesso” e ci tengo. E’ stato difficile prenderne atto a livello di discussione interna, impossibile dichiararlo.
Torniamo all’Istituto nazionale.
M.I. Chi dopo Quazza alla presidenza dell’Insmli? Ero a Torino, vincitore di un concorso in cui tra i dodici candidati c’era anche Silvio Lanaro, che poi è andato a Teramo, del mio rapporto con Quazza ho già detto, sembrava naturale, sul piano istituzionale, propormi la presidenza. Lo hanno fatto ripetutamente. Poi erano anni che gli istituti piemontesi mi chiamavano per la seconda guerra mondiale, a Cuneo, soprattutto. Avevo rapporti molto buoni con Nuto Revelli. Non solo grande guerra, quindi.
Inoltre mi ero iscritto giovanissimo all’Inslmi, perché a Venezia non c’era l’Istituto e a Padova, c’era lo storico Angelo Ventura – di cui parlo nel libro – a lungo mio nemico accademico e politico. Anche Giorgio Rochat era un candidato perfetto. Dal punto di vista amministrativo la gara era tra chi era più imbranato dei due. Un bella gara! Nel libro racconto com’è andata. Giorgio Rochat fu presidente e io vicepresidente. Andai per anni a tutte le riunioni.
Poi è arrivato con 1992, l’Iveser, l’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea
M.I. Sì, lì davvero sono stato presidente, per vent’anni. Oltretutto, l’Iveser e la mia “covata” a Ca’ Foscari si alimentavano a vicenda in un bel gioco di sponda, non limitato soltanto a Venezia o al Veneto.
Qual il ruolo e importanza degli Istituti, oggi, secondo lei?
M.I. Dove non c’è l’università, gli istituti provinciali, possano essere centri di ricerca in cui si collocano gli studiosi che non sono entrati all’università, per circostanze ben note. Ci sono state figure carismatiche che hanno animato per anni gli istituti, che se ne sono presi cura: Ferruccio Vendramini a Belluno, Livio Vanzetto, il mio primo laureato padovano, a Treviso, Angelo Bendotti a Bergamo. Del Piemonte ricordo “in solido” la rete degli istituti di cui si parlava bene. Avevo rapporti con Cuneo, con Michele Calandri, più che con Torino.
Professore, quale è stato il capitolo di Vite vissute e no più difficile da scrivere?
M.I. E’ difficile storicizzare se stessi. Si tratta, alcuni decenni dopo, di rientrare nel “se stessi” di alcuni decenni prima. Bisogna volerlo fare e quasi nessuno oggi vuole farlo. E’ il capitolo del processo 7 aprile 1979 contro i membri e i simpatizzanti di Autonomia Operaia: Padova diventa caso nazionale. Io ero stato socialista con alcuni degli arrestati, Toni Negri e Luciano Ferrari Bravo, in particolare. Non li avevo seguiti fra gli autonomi ma non intendevo dimenticare le matrici e quella parte di percorso comune. E poi, insomma, quante storie! Ci voleva tanto a capirlo? Pare proprio di sì. Era una stagione tragica e penosa fra due sinistre o due stagioni delle sinistre: Rivoluzione o Costituzione? E dici poco!
Veniamo al presente. Lei ha sempre reagito al suo presente. E oggi?
M.I. Una volta avevo “ Belfagor” con la rubrica “Noterelle e schermaglie” per sfogarmi periodicamente. Almeno una volta all’anno, a novembre, pubblicavo una “noterella”, con forti elementi a carattere “egotista” nella lettura del presente. Queste raccolte poi in volume da Donzelli – sono diventate, una sorta in storia dell’ Italia berlusconiana in chiave satirica. In realtà facevo l’ardito, con la benedizione di Lallo Russo, che manteneva la rivista come l’aveva progettata il padre, Luigi Russo.
Quando scrivevo sulla pagina culturale di “Repubblica” neonata – dal ’76 al ’78 – altro era il mio ruolo, meno polemico.
Al “Corriere della sera” mi ha chiamato Raffaele Fiengo, il sindacalista di sinistra e ho scritto sulla sua “Pagina aperta”, per definizione luogo di discussioni. Mi alternavo con altri a fare interventi di taglio critico, sufficientemente spregiudicato sul presente, non erudito, non troppo severo. Oggi non ho più una tribuna di questo genere. Dirigo “Venetica” , la rivista di storia che esce due volte all’anno. Al “Manifesto”, a cui voglio molto bene e su cui ho scritto per anni, pensano pochissimo alla storia. Qualcuno, addirittura, considera Rochat e me due mezzi guerrafondai.
Una parte importante del libro è dedicata ai suoi allievi, quasi tutti storici.
M.I. Certo, parecchi sì, ma non tutti sono entrati all’università. Nel libro racconto i seminari del giovedì, appuntamento prima settimanale, con i laureandi, e poi mensile i dottorandi e dottori di ricerca che continuavano a frequentare anche dopo. Sono state tra le pagine più ardue da scrivere e che preferirei non riassumere. Anche questa, però, è una parte in cui il privato diventa pubblico e giustifica, spero, l’aver accettato la prova di raccontare la mia vita.
Professore, in questo libro si sente la mancanza dell’indice dei nomi. Fa riferimento a tante donne e tanti uomini.
M.I. Non è stata una dimenticanza ma una scelta ponderata, immaginavo la ricerca di chi c’era e di chi mancava.
Aggiungo anche che uno degli aspetti caratterizzanti di questo libro è l’indotto che ha generato. Telematico, telefonico e anche epistolare con il riaffiorare di persone di varie stagioni e anche di cinquant’anni fa. Saranno state le solitudini da pandemia, le prerogative dello scambio comunicativo velocizzato dai mezzi digitali oppure è il genere autobiografico che scatena effusioni che non ci sarebbero state?
Per concludere, torniamo all’inizio, momento in cui si istituisce un forte legame tra passato e presente. La sua infanzia, con ricordi precisi delle ripercussioni che la guerra ha avuto sulla sua famiglia, con ferite che fanno fatica a rimarginarsi.
M.I. E’ una delle ragioni per cui mi sono convinto a dire di sì al Mulino. Troppi si sono dimenticati che quasi tutti abbiamo dietro una famiglia fascista. Su questo ho cose da dire. Così come sul mondo cattolico visto dall’interno, sulla facoltà di Scienze politiche padovana ai tempi del processo 7 aprile. In effetti queste tre sono le cose che mi hanno convinto a scrivere di me. Oltre al fare scuola all’università, come ho appena detto e così sono quattro. E lo scrivere da storico nei quotidiani ma allora salgono a cinque…
Alla fine dell’intervista
Con la fine dell’intervista, è inevitabile riprendere in mano il libro e constatare quanto di importante non sia stato toccato: non si è parlato di barba Piero (Jahier), della lunga frequentazione di Isnenghi con i triestini – uomini e donne, delle lettere di Elody Oblath Stuparich, di Renato Serra, dei “Quaderni Piacentini”, di “Questitalia” e di Miro (Wladimiro Dorigo), della storia del giornalismo, dei luoghi della memoria, della storia del Veneto, della militanza politica, di Garibaldi e di Caporetto. E anche la filigrana dell’universo familiare, citato in tutti i momenti di svolta. Ecco, questi sono gli altri buoni motivi per leggere questa autobiografia.
Link alle recensioni e agli articoli
su Le parole e le cose, L. Renzi, Mario Isnenghi, alla luce della sua autobiografia vite vissute e no, 2 marzo 2020 link
su Doppiozero, P. Puppa, Ritratto dello storico da vecchio, 26 ottobre 2020 link
sul “Il manifesto- Alias”, M. G. Ciani, Isnenghi, giorni luminosi e fili annodati, 28 febbraio 2021 link
su “Studi e ricerche di storia contemporanea”, V. Colombi, Le svolte di una vita, 95/2021, pp.93-96 liberamente scaricabile al link
Recensioni su giornali e riviste
su “Il Demartino”, P.Clemente, La storia di uno storico. Vite vissute e no di Mario Isnenghi, un io/me che racconta un sé, 31/2021, pp. 213-220
su “Il ponte rosso 2”, G. Ziani, Isnenghi: che gran storia, la vita, 61, ottobre 2020, pp. 8-10
su “Il Corriere veneto”, P. Coltro, 142 vite vissute, 22 ottobre 2020
su “REM 25”, L.Isipato e L.Badiale, Vite vissute e no. Dialogo con Mario Isnenghi , 2, 2021, pp. 36-41
sull’”Indice”, R. Camurri, Scelte e vocazioni di un maestro di storia, aprile 2021
su “L’immaginazione”, S. Tamiozzo Goldmann, Mario Isnenghi. Vite vissute e no, 323, maggio/giugno, 2021, pp. 63-64
su “La Repubblica – Robinson”, La storia siamo ma non sempre da protagonisti, 10 luglio 2021
su “Quaderni veneti”, F. Biasutti , Vite vissute e no. I luoghi della mia memoria, in corso di pubblicazione

