Dopo la stagione dell’oblio c’è la conoscenza ecco l’unico antidoto contro i negazionismi

di Giovanni De Luna

 

L’articolo è stato pubblicato sul “La Stampa” il 26 gennaio 2022*

Prima di quella della memoria c’è stata la lunga stagione dell’oblio. Alla fine della seconda guerra mondiale dimenticare era più importante che ricordare. Troppi dolori, troppi lutti: tutto era stato eccessivo. Ci si era scannati tra italiani e italiani, francesi e francesi, con un groviglio di guerre civili intrecciate con la guerra tradizionale, quella tra Stati e ideologie contrapposte. Erano ferite destinate a durare nel tempo. Tra tutte, campeggiava l’orrore della Shoah. Un evento unico, gigantesco, che aggiungeva eccesso ad eccesso. Le dimensioni dello sterminio degli ebrei erano anche quantitativamente tanto vistose da fare impallidire tutti gli altri orrori. Il fastidio che il reduce di Napoli milionaria (Eduardo De Filippo) percepisce intorno ai suoi tentativi di raccontare le proprie sofferenze rispecchia così l’indifferenza ostentata da chi proprio non vuol ascoltare le voci dei reduci dai lager. C’è troppo dolore che ne rende  insostenibile il peso.

In Israele non si vuole ricordare la Shoah perché non si vuole evocare un passato di vittime inermi che il nuovo Stato degli ebrei intende cancellare dai propri miti di fondazione, privilegiando chi si oppose, in armi, alla spietata crudeltà dei carnefici (gli insorti del ghetto di Varsavia nella primavera del 1943). Ma anche in Europa si era tentati più dall’oblio che dal ricordo. La Shoah era stata un evento tutto interno alla storia europea, era stata progettata e realizzata nel cuore della civiltà industriale di un Occidente che pretendeva di insegnare al mondo i principi della convivenza e della democrazia. Di qui il fastidio per una memoria che evocava inerzie, accondiscendenze, complicità: i 13 mila deportati francesi (retata del Vel’ d’Hiv”, 16-17 luglio 1942), i più di mille ebrei razziati nel ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, non sarebbero stati mandati ad Auschwitz senza il sostegno attivo dei collaborazionisti (quelli di Salò o del regime di Pétain). In Italia agiva anche il rimorso per aver accettato con troppa facilità le leggi razziste del 1938. Le vicissitudini editoriali di Primo Levi, i suoi frustanti tentativi di pubblicare Se questo è un uomo sono oggi una testimonianza eloquente di questa diffusa voglia di dimenticare.

Tutto questo finì con il 1961, con il processo contro Adolf Eichmann, quando cominciò un’altra stagione della memoria. Nello spazio pubblico in cui si affollano i racconti del passato irruppero i i sentimenti delle vittime, dei testimoni: desideri di vendetta, grida di dolore, tentativi di elaborazione del lutto alimentarono una memoria presto dilagante: “nessuno vi crederà !” avevano urlato le SS alle loro vittime che stavano per essere uccise; ora ricordi sfidavano l’ultimo sberleffo dei carnefici e sancivano la rivincita delle vittime. 

Con il tempo, quella memoria è ancora cresciuta fino a cristallizzarsi nelle varie “giornate” che  ruotano intorno al 27 gennaio (la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche); crescendo è diventata celebrativa, ostaggio delle polemiche che dilagano nella grande arena dell’uso pubblico della storia, assumendo i tratti di una ingombrante “monumentalità”. Pure, è anche grazie a questa memoria che abbiamo aumentato la nostra conoscenza di quel passato. Della Shoah oggi sappiamo tutto, dai criteri con cui veniva organizzata la produzione della “fabbrica della morte” ai vissuti dei singoli prigionieri. Dei due possibili modi per annientare masse di uomini, il massacro e la disumanizzazione, la distruzione fisica e la distruzione morale, grazie a Primo Levi ci siamo avvicinati alla comprensione anche del processo di progressiva cancellazione di ogni traccia di umanità messo in atto dai nazisti nei confronti delle loro vittime: “la disumanizzazione”, ha scritto Norberto Bobbio a proposito di Levi, “deve essere sperimentata giorno per giorno, registrata con la meticolosità e la freddezza, il rigore dell’indagatore spassionato e disinteressato, colta nei suoi sintomi, descritta nelle sue cause e nei suoi effetti, compresa nella sua essenza…”. L’orribile verità è questa: la morte morale è l’unica alternativa alla morte fisica, se non si vuol morire subito occorre trasformarsi in bruti, accettare l’umiliazione di assistere inerti, inebetiti, all’uccisione dei propri compagni senza un sussulto, sprofondati nell’abisso della viltà. Un regime totalitario si nutre di gesti di sottomissione, si impadronisce delle coscienze, spegne ogni autonomia individuale; quando diventa un universo concentrazionario, quando diventa Auschwitz, non si accontenta più nemmeno di questo, fino a quando non riesce a spegnere nelle sue vittime ogni scintilla di consapevolezza, costringendoli a farsi “non uomini”, disponibili a essere sacrificati e contenti solo di procrastinare al massimo il proprio sacrificio.

La conoscenza di tutto questo  resta il solo efficace antidoto alle pulsioni negazioniste che affiorano prepotentemente, in particolare nel web. Celebrare il “giorno della memoria” è uno stimolo a conoscere storicamente gli eventi “smisurati”, restituendo alla Shoah la sua orribile misura: quella di un evento voluto e gestito da uomini contro altri uomini,  uomini mossi da una ideologia, quella del nazismo che per essere combattuta, allora come oggi, ha bisogno soprattutto di essere conosciuta.

  • Lo storico Giovanni De Luna, vicepresidente di Istoreto, scrive per “La Stampa”. Lo ingraziamo per averci concesso di ripubblicare questo articolo.

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