Marina Jarre e i fantasmi del totalitarismo

L’articolo è stato pubblicato su “Avvenire” il 4/07/2023*
Una bambina di dieci anni sta piangendo mentre, con la sorella, viene portata di nascosto su un carro ad una stazioncina nei boschi della Lettonia, per partire verso l’Italia dove l’attende la nonna materna.
E’ una fuga: perché la mamma, italiana valdese, sta divorziando dal marito, ebreo russo; e teme che le figlie possano essere affidate al padre. E’ il 1935. Sessantaquattro anni dopo, la bambina di allora, accompagnata dal figlio Pietro, parte da Torino verso Riga. In Ritorno in Lettonia, del 2003 (oggi riproposto da Bompiani a cura di Marta Barone; pagine 304, euro 14,00), Marina Jarre racconta questo viaggio.
.In mezzo c’è stata una vita: la guerra, gli studi, l’amore, i figli, l’insegnamento, una lingua (l’italiano) che ha sostituito il tedesco e il russo dell’infanzia e con cui Marina è diventata raffinata scrittrice.
Nel cuore della guerra, c’è stata la morte del padre, rimasto lontano dopo la fuga del ’35. Un padre rivisto l’ultima volta durante una fugace apparizione in Italia. E dimenticato. Un padre che nel luglio 1941, dopo l’arrivo dei nazisti a Riga, aveva scritto una lettera con la richiesta di aiutarlo a lasciare la Lettonia. Un aiuto palesemente impossibile. Cosa poteva fare, nel mezzo della guerra che invadeva tutta Europa, una ragazza sedicenne segregata in una valle alpina? Ma il ricordo di quella lettera è rimasto come un graffio nel cuore, perché in essa il padre aveva sottolineato le parole: «ricordatevi che anche voi siete ebree».
Quattro mesi dopo quella lettera, il padre, e con lui la figlia di sei anni che aveva avuto da una convivente tedesca nel frattempo tornata in Germania, erano stati inghiottiti nella strage di Rumbula: 25.000 ebrei, falciati dalle mitragliatrici ai bordi di enormi fosse comuni, in cui (per «risparmiare le pallottole») i bambini venivano gettati vivi, tanto che «dopo il massacro la terra continuò a sussultare sui corpi sepolti». Marina si rifiuta di scrivere il numero delle vittime: perché «l’enormità delle cifre contribuisce a rendere astratti gli avvenimenti … a togliergli carne e sangue e urla e rantoli».
Il viaggio in Lettonia di Marina è la prima tappa della ricerca di una doppia riconciliazione: col padre dimenticato, della cui morte Marina ebbe notizia certa soltanto sedici anni dopo da una lettera di una cugina; e con i lettoni che del massacro nazista furono attivi complici e nel migliore dei casi spettatori muti. E’ un viaggio alla ricerca di brandelli di memoria guidati dai capricci del cuore e della mente: sguardi, suoni, vie, case, angoli della città, tragitti fatti a piedi da bambina, profumi di foresta, tentativi (infruttuosi) di risuscitare la voce del padre. E, alla fine, lo scontro con Rumbula, periferia della capitale, luogo del massacro.
E’ solo dopo il ritorno in Italia che Marina si tuffa, assetata, in una ricerca sempre più ampia: apre pacchi di lettere familiari; ricostruisce genealogie; cerca lontani parenti sparsi nel mondo, legge un’infinità di saggi sullo sterminio degli ebrei nei Paesi baltici; ripercorre gli affrettati passi (l’incendio della sinagoga, l’obbligo della stella gialla, i mille divieti, gli usci delle case sfondati di notte) che, dopo l’arrivo dei nazisti in una «Riga giubilante, pavesata di bandiere» (1° luglio 1941), annunciano la strage dell’autunno. Secondo il racconto familiare, il padre che aveva tentato di togliere le figlie alla mamma, «era perciò cattivo». E’ stato necessario il ritorno in Lettonia per capire la verità profonda contenuta in una semplice frase di un’amica: «Naturalmente, è stato un cattivo marito ma un buon papà». E’ stato necessario incontrarlo idealmente di fronte alla lapide con la stella di Davide trovata a Rumbula: «Pregando, chiesi perdono in tedesco, la nostra lingua, al mio Papi, per quello che gli avevano fatto».
Più difficile, comunque non definitiva, è la riconciliazione col popolo lettone. Perché Il Museo dell’occupazione di Riga dedicato alle due occupazioni (quella nazista, 1941-1944; e quella sovietica, 1939-1941 e poi dall’ottobre 1944 al 1991) pone un accento privilegiato su quest’ultima? La risposta a questo strabismo storico è nota: il vero trauma dei lettoni furono i gulag molto più dello sterminio dei propri ebrei. «Evidentemente per i Lettoni gli orrori dello stalinismo sono più vicini delle infamie del fascismo» – dirà, nel 1999, il direttore del Museo di Riga. E comunque – dicono i lettoni – i colpevoli di crimini contro gli ebrei furono processati e condannati a morte subito dopo la guerra. Questa risposta non soddisfa Marina. Non solo perché i lettoni imputati nei processi imbastiti dai sovietici nel ’45 furono puniti «quali nemici dell’Unione Sovietica, non come massacratori di ebrei». Ma soprattutto perché la collaborazione dei lettoni fu molto più diffusa e “partecipata”: nel trascinare gli ebrei fuori dalle loro case; nel dare una mano alle SS per colpire coloro che tentavano di allontanarsi dall’incolonnamento che li portava a Rumbula.
Come dimenticare questo zelo? Perché questo “cocciuto e protervo” rifiuto di ammettere di aver avuto a che fare con lo sterminio dei “loro” ebrei? In un’intervista alla Bbc del 2000, di fronte a domande come queste, la presidente della Lettonia ad un certo punto sbotta: «Penso che una nazione debba guardare al futuro». Ma guardare al futuro senza riflettere sul passato rischia di farci ritrovare un giorno di fronte a fantasmi che si credevano scomparsi.
**Paolo Borgna, presidente di Istoreto, scrive per il quotidiano “Avvenire”. Lo ringraziamo per averci concesso di ripubblicare questo articolo.

